· Città del Vaticano ·

SABATO ITALIANO

Custodi del fuoco

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05 giugno 2021

Le riflessioni dell’arcivescovo Gianpiero Palmieri


L’arcivescovo Gianpiero Palmieri, 55 anni, è dal settembre scorso il vicegerente della Diocesi di Roma. Una nota caratteristica di “don Gianpiero” — come in tanti continuano a chiamarlo — è il suo parlare mite, sottovoce, quasi sussurrato. Nella conversazione avuta con Roberto Cetera e offerta ai lettori de «L’Osservatore Romano» questa nota risulta però, per una volta, disattesa. Segno di un interesse appassionato al tema da parte di chi porta nel suo attuale incarico di responsabilità il bagaglio di lunghi anni vissuti "sul campo" come parroco nelle periferie romane.

Finché ci sei dentro, la crisi ti mostra tutte le sue negatività, ma quando poi spunta l’alba, ti accorgi di quanto sia stato utile attraversarla. Ma va attraversata bene: cioè con l’umiltà di chi si riconosce fragile e bisognoso di camminare insieme agli altri.

Il dibattito che «L’Osservatore Romano» ha aperto sulla crisi della Chiesa in Sabato Italiano è una novità molto bella, è già un “camminare insieme”.

Non penso che si debba andare molto lontano per cercare di individuare le cause di questa crisi: è saltata la “trasmissione” della fede in ambito familiare. E questo perché tanto è cambiato nell’ultimo mezzo secolo: è cambiato l’uomo, è cambiata la donna, è cambiata la famiglia, sono cambiate le forme delle relazioni sociali. Ma noi, tutti questi cambiamenti, non li abbiamo saputi intercettare, non li abbiamo compresi e spesso neanche ascoltati. Siamo andati avanti per la nostra strada pensando che il mondo dovesse comunque venire dietro di noi, non abbiamo elaborato una nuova idea e una nuova azione evangelizzatrice adatta ai contesti ormai mutati. Questo è potuto accadere perché abbiamo tutti (preti ma anche laici) mantenuto un atteggiamento smaccatamente autoreferenziale. Penso che l’autoreferenzialità sia stata — e sia tutt’ora — il male più grave e più diffuso all’interno delle nostre Chiese. E non afferisce alla sola “istituzione”, ma anche al corpo delle comunità ecclesiali. L’ho potuto toccare con mano e constatare anche negli anni in cui sono stato parroco.

È da questa autocritica che dobbiamo partire se vogliamo aprire una nuova stagione. Non solo per la Chiesa, ma per il mondo. Perché il mondo ci sta chiamando ad essere promotori, tra gli altri, di un nuovo Umanesimo. Siamo dinanzi ad una svolta di civiltà da cui si deve uscire con un nuovo Umanesimo. Non penso di peccare di partigianeria se dico che oggi Papa Francesco è il principale promotore sulla scena mondiale di questa svolta. Pensi ad esempio all’impatto che ha avuto il viaggio in Iraq: un segno di dialogo e pace, in particolare con l’Islam, che parte da una periferia martirizzata (la sofferenza dei cristiani in Iraq!) e che raggiunge il mondo intero. Il coraggioso viaggio in Iraq vale quanto un’enciclica: ci dà un orientamento, un’indicazione per tante altre periferie. L’indicazione di “togliersi i sandali” e buttarsi nella mischia, aprire dialoghi, costruire relazioni, promuovere amicizia, anche con chi è lontano da noi o forse ci è nemico. Questo è vivere il Vangelo dell’amore di Dio, la testimonianza data al Crocifisso Risorto: sei a fianco di Gesù sulla croce e insieme con Lui dici parole di pace e di perdono. Questa è l’identità cristiana! Non dobbiamo mai scordare che l’identità non ce la diamo da soli. Sono gli altri che ce l’attribuiscono, che ce la riconoscono. L’identità non si esibisce e non si vanta: si conquista. E noi, come Papa Francesco, dobbiamo conquistarci un’identità soprattutto come operatori di dialogo, di amicizia e pace e proprio per questo testimoni del Vangelo. Un approccio col mondo, come il Papa già diceva nel discorso di Firenze sei anni fa, fatto di: umiltà, disinteresse, testimonianza di quella Beatitudine che il Signore ci ha messo nel cuore.

Essere operatori di pace non significa fare della Chiesa una ong e ridurre il Vangelo alla sola dimensione sociale. Dobbiamo piuttosto recuperare uno sguardo credente: dobbiamo cioè cogliere la presenza e l’azione di Dio nella Storia. Ma non è sempre facile saperla cogliere. Di regola questo non avviene nel “mentre” ma nel “dopo”: nel compimento. E tuttavia i segni dell’azione di Dio (i segni dei tempi) possono diventarci sempre più chiari, magari se li cerchiamo insieme, in maniera sinodale. Ma se cogliere l’azione di Dio nella storia non è sempre agevole, dobbiamo però rifuggire dalla tentazione di costruirla noi, puntando sulle nostre forze, ma cercare sempre di scoprirla.

Come? Penso che la strada ce la indichi lo stesso Papa Francesco, con quell’esortazione, che il cardinale vicario Angelo De Donatis ha voluto porre al centro dell’azione pastorale della Diocesi di Roma, cioè l’«ascolto contemplativo del grido della città». Dove, badi bene, l’ascolto non è un “fatto scontato” (la pretesa di saper ascoltare o di avere già ascoltato a sufficienza per cui so già tutto!), ma suppone un nostro approccio proattivo e credente, un’apertura reale del cuore, uno sguardo che l’unzione dello Spirito ha reso capace di cogliere “le cose di Dio”. Per far questo bisogna ricostruire un’alleanza. Tra il Popolo di Dio, e tra questo e il mondo. E l’alleanza si costruisce solo nel dialogo. Voglio essere molto chiaro: poiché le parole hanno un peso, per troppo tempo, fino all’avvento di Papa Francesco, specie qui a Roma, abbiamo privilegiato in maniera esclusiva il termine “testimonianza” e abbiamo quasi completamente accantonato quello di “dialogo”. Per molto tempo abbiamo pensato che la trasmissione della fede passasse solo attraverso la nostra testimonianza (intesa come un movimento unidirezionale: da noi al mondo) e abbiamo dimenticato che fa parte dell’identità cristiana anche la capacità di relazione e di dialogo con tutti. Ma così non siamo stati capaci di intercettare il cambiamento che avveniva nel mondo, nella società, davanti ai nostri occhi. E quando non cogli il nuovo, non lo cogli nella società ma non cogli neanche il “nuovo” di Dio.

Le vorrei fare alcuni esempi, forse i più eclatanti: i giovani e le donne. Dalle ricerche promosse in questi anni dall’Istituto Toniolo sui giovani e la fede, emerge un profilo che contraddice i luoghi comuni sui giovani, che li descrivono come superficiali, apatici, “liquidi”. C’è piuttosto nel mondo giovanile una domanda di senso molto forte, accompagnata anche da una ricerca spirituale profonda, seppure diversa dai canoni che siamo abituati a conoscere. Ma questi giovani in ricerca non vengono da noi per condividere le loro domande! Ci hanno relegati al mondo dell’infanzia. In un discorso di qualche anno fa, il nostro Vicario, commentando Atti 20, 7-12 (Paolo a Troade resuscita il giovane Eutico che si era addormentato “durante la messa” cadendo dalla finestra) disse che in realtà ad addormentarsi non è stato Eutico, non i giovani, ma la Chiesa. Riflettiamo sul fatto che, mentre nelle nostre parrocchie i giovani e gli adolescenti sono spesso una rarità, l’insegnamento della religione a scuola, che punta proprio a suscitare domande di senso tra i ragazzi, registra ancora oggi in Italia un’adesione del 86% degli studenti. Questa dovrebbe interpellare la Chiesa in uscita. Come intercettare questa domanda di senso, al di là degli insegnanti di religione? Non è questa ricerca di spiritualità tra i giovani un segno del “nuovo” di Dio?

Oppure parliamo delle donne. Non le abbiamo capite. Eppure ancora adesso nelle nostre parrocchie la maggioranza degli operatori parrocchiali sono donne. Lei ricorda il rapporto che per secoli è esistito tra i preti e le donne? Eravamo i depositari della loro confidenza e della loro fiducia. Le aiutavamo ad educare i figli. Quando i mariti erano in guerra o emigrati, i preti erano fratelli e padri per le donne sole. Poi è cominciata l’emancipazione femminile: le donne hanno chiesto di essere riconosciute come protagoniste della vita sociale, lavorativa, ecclesiale. E noi preti non le abbiamo più capite, in molti casi le abbiamo criticate e osteggiate, invece di aiutarle a coniugare insieme maternità e nuovi ruoli. Oggi possiamo registrare che questo legame di fiducia con le donne è seriamente compromesso. In tanti casi sono le donne, le ragazze, le più arrabbiate con noi. Mi chiedo: forse non abbiamo saputo riconoscere un segno dei tempi?

Le faccio un ulteriore esempio. Stiamo lavorando come Diocesi ad una nuova mappatura sociale di Roma, in vista di un rilancio dell’evangelizzazione negli ambienti di vita. Stanno emergendo delle realtà “pesanti”: alcune aree hanno una qualità della vita da metropoli del Nord Europa, mentre alcuni municipi sono ai livelli delle città del sud del mondo. La forbice sociale si è allargata terribilmente sotto i nostri occhi… La Chiesa è sempre stata a fianco dei poveri, anche in questa stagione della crisi del covid. Ma forse non sempre siamo stati lucidi nel riconoscere che questa forbice si stava pericolosamente allargando.

Essere promotori di un nuovo umanesimo significa innanzitutto saper leggere ed ascoltare la realtà e cogliervi i segni di Dio. Capita ogni tanto di sentirsi dire che occuparsi di questa dimensione sociale produca un “cristianesimo annacquato” che alla fine non dà risultati. Ma forse abbiamo anche il pericolo di una spiritualità che dimentichi l’Incarnazione, che trascuri l’azione di Dio nel mondo, anche al di là dei confini dell’appartenenza ecclesiale. In questa maniera finiamo per pensare che l’evangelizzazione dipenda solo da noi. Ma proprio qui è la differenza tra evangelizzazione e proselitismo. Il proselitismo è l’evangelizzazione che dimentica che il protagonista di tutto è lo Spirito. Essere minoranza nella società italiana non significa spenderci tutto e solo sull’affermazione della nostra identità, magari usata contro gli altri, significa piuttosto essere creativi e profetici, sale della terra.

Dobbiamo tornare a parlare al cuore e non solo alla mente delle persone. Vede, vi sono state a Roma in questi anni alcune esperienze forti di evangelizzazione (penso al Cammino neocatecumenale, ai “10 Comandamenti” di don Fabio Rosini, ai cammini carismatici e a tanti altri) che hanno dimostrato che è possibile un’evangelizzazione che apra il cuore delle persone. Il problema è come poi riversare queste esperienze nel vissuto delle comunità parrocchiali, problema che non mi pare risolto. Ma sicuramente hanno il merito di aver aperto orizzonti nuovi, uscendo dalla stanca ripetizione di prassi che, diciamocelo, non ci convincono più.

Dobbiamo vincere un certo pessimismo latente. Io non sono pessimista. Non solo perché confido nell’azione dello Spirito, ma anche perché sto vedendo tante esperienze belle, magari poco conosciute. Il nostro compito è valorizzarle e metterle in rete. Dobbiamo aprire delle fessure, nel nostro essere cristiani e nel nostro essere Chiesa, attraverso cui lo Spirito possa entrare ed agire. Essere pessimisti significa non credere all’imprevedibile azione dello Spirito.

L’avvio di un cammino sinodale (che è assai di più dell’“evento Sinodo”) è la fessura principale attraverso cui permettiamo allo Spirito di parlare. Un cammino che ponga al centro la Parola di Dio, ma anche la vita delle persone. Un percorso, quello sinodale, che intanto dovrebbe partire da un atteggiamento condiviso di umiltà; la resa di saper dire “Io non so tutto”.

Io penso che l’evangelizzazione debba andare oltre l’“annuncio” e necessariamente implicare una tensione caritativa. È bello l’invito di Andrea Riccardi che ho letto su questa stessa rubrica «Evangelizzazione? Lasciamoci evangelizzare dai poveri». L’azione caritativa va riletta in termini effettivamente evangelici, non come surrogato dei servizi sociali.

A Roma abbiamo avviato una sperimentazione coraggiosa e interessante, quella dell’istituzione delle Equipe pastorali. Non sono dei doppioni dei Consigli pastorali, non hanno in carico incombenze amministrative o gestionali delle parrocchie, ma organismi che a partire da un’attenta conoscenza del territorio e dei suoi bisogni sappiano sviluppare gli orientamenti generali della comunità. Dei laboratori con una sensibile capacità di ascolto, con un orecchio attento alle “malattie” della comunità, e anche con una dialettica interna vivace che premi il pensiero piuttosto che il “abbiamo sempre fatto così”. I primi risultati di questa esperienza ci dicono che l’intuizione è giusta e in molte parrocchie sta funzionando.

Confidiamo nell’azione dello Spirito in questa fase delicata della vita della Chiesa, a noi è comunque richiesto di essere — e rimanere — custodi del Fuoco, custodi del Senso donato dallo Spirito.

di Gianpiero Palmieri


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