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SABATO ITALIANO

Sinodalità dal basso

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24 aprile 2021

L’interessante articolo di Pier Giorgio Gawronski — «Le chiese vuote e l’Umanesimo integrale» (L’Osservatore Romano, 22.2.2021) — suscita un paio di considerazioni che ritengo essenziali all’avvio di un buon dibattito perché, come lui stesso afferma, «le Chiese devono interrogarsi più profondamente sulle cause del loro declino».

Innanzitutto credo che una precisazione sia necessaria circa il “come” le Chiese dovrebbero interrogarsi. Le Chiese sono formate dai Pastori ma — da un punto di vista numerico — soprattutto dai fedeli laici.

Io, nella piccola realtà della mia parrocchia, con quelli che sono più partecipi alla vita della comunità spesso torno sull’argomento della diminuzione della gente alla messa domenicale.

Ne parlo con loro perché sono convinto che il problema — perché questo è “il” problema! — non possa essere riservato agli “specialisti”, preti o vescovi che siano, ma che riguardi la comunità tutta. Agisco così perché penso che la prassi sinodale disegnata dai teologi, debba poi trovare uno sbocco nel concreto dell’azione pastorale, altrimenti ci si limita ad essere accademia. Perciò una Chiesa sinodale dovrebbe innanzitutto coinvolgere tutti i battezzati nel confrontarsi sui problemi della Chiesa, perché la Chiesa (è triste doverlo ripetere) è di tutti i battezzati in Cristo. Cominciando dai membri degli organismi di partecipazione, la sinodalità “dal basso” quale altra è, se non quella che coinvolge in primis le comunità parrocchiali? A tutti si dovrebbe rivolgere la domanda: «Secondo te, perché le chiese si vanno svuotando?». Perché altrimenti rischiamo di rimanere su un piano di pura teoria, ecclesiologica o sociologica.

E poi — secondo e ancor più importante punto — bisogna saper ascoltare. È precisazione superflua? No, non lo è. Purtroppo noi pastori, spesse volte pensiamo di sapere già quello che i nostri fedeli pensano, o non pensano.

Si tratta di due punti che credo dovrebbero essere ben compresi, specie ora che si profila, su sollecitazione di Papa Francesco, l’apertura di una stagione sinodale della Chiesa italiana.

Gawronski indica come «possibile rimedio contro la secolarizzazione» la necessità di verificare il reale vissuto delle nostre comunità alla luce di Atti 2, 42-47; la celebre pagina nella quale sono descritte le dimensioni fondamentali della vita ecclesiale. Pienamente condivisibile la sua analisi, soprattutto il suo puntare l’indice sulla «mancanza di relazioni umane» tra quanti si incontrano la domenica per celebrare l’Eucaristia. Mancanza di relazioni che generano “assemblee cultuali” nelle quali si avverte chiaramente l’atteggiamento di estraneità reciproca della maggior parte dei partecipanti, frutto di una comprensione individualistica della fede, che è sempre invece una fede “del noi”. Ora, coinvolgere i fedeli — quelli che si renderanno disponibili — a interrogarsi circa le cause dello svuotamento delle chiese, penso che potrebbe risultare una mossa decisiva per iniziarli alla corresponsabilità e offrire uno spazio concreto nel quale realizzare proprio quelle «relazioni umane» a cui si faceva riferimento. Sarà un primo passo verso la condivisione anche di tutte le altre dimensioni in cui si esprime la vita della comunità. È possibile che all’inizio non siano in molti a voler rispondere a questo invito alla corresponsabilità, ma alcuni certamente accetteranno e sappiamo che l’influenza dello Spirito prescinde dalla dimensione quantitativa perché, «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Sinodalitá non è riducibile a democrazia ecclesiale, è piuttosto spazio privilegiato di penetrazione dello Spirito Santo. Non è impensabile che in un futuro non lontano questa dimensione dei “piccoli gruppi” possa coesistere con la realtà parrocchiale d’insieme.

Il futuro delle nostre Chiese è quello dunque dei piccoli numeri; lo sappiamo. È da cinquant’anni che lo sentiamo ripetere da sociologi e uomini di chiesa. La prassi sinodale, che già da molto tempo si sarebbe dovuta percorrere, e una attenzione a non svigorire l’elemento dottrinale della fede, perché resti fedele al dato Scritturistico, alla Tradizione e al Magistero, dovrebbero però consentire la conservazione di un “resto” di Popolo santo che, nella fedeltà e nella perseveranza, diventi segno — piccolo, ma autentico della presenza del Regno di Dio sulla terra. Non è stato forse così all’inizio della vita della Chiesa prima dell’editto di Costantino? I cristiani dei primi secoli, provavano forse un senso di frustrazione nei confronti delle forme di religiosità loro contemporanee che potevano vantare un maggior numero di aderenti?

Tuttavia c’è un punto sul quale vorrei ulteriormente porre l’attenzione. Io credo che tutti i pastori, con una sana inquietudine, dovrebbero interrogarsi circa le iniziative messe fino a oggi in atto per educare presbiteri, parroci, vescovi a saper gestire una sinodalità sostanziale e non solo dichiarata; a saperla, cioè, saggiamente declinare nel vissuto delle chiese da loro guidate. Se i pastori — che nelle loro comunità non esercitano solo un ministero di guida ma hanno anche una funzione conativa — non vengono formati alla prassi sinodale, come potranno i fedeli laici sentirsi spronati e coinvolti in un’esperienza di Chiesa nella quale a loro non è concesso assumere ruoli di corresponsabilità? In quale altro modo si potranno ottenere cristiani adulti, capaci annunciare a tutti la gioia di essere discepoli del Signore Gesù?

di Giacinto Mancini
Teologo e parroco



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