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SABATO ITALIANO

Vuote le piazze
vuote le chiese

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24 aprile 2021

L’articolo di Pier Giorgio Gawronski Le chiese vuote e l’umanesimo integrale, del 22 febbraio scorso, contiene non pochi passaggi interessanti che stimolano ulteriori riflessioni. Il suggerimento, ad esempio, di ripartire dalla “fotografia” della prima Chiesa di Gerusalemme che emerge dalla lettura degli Atti degli Apostoli (2, 42) consente opportunamente di rimettere a fuoco le quattro componenti-base che generarono la comunità madre e innescarono il diffondersi del cristianesimo nella storia degli uomini: trasmettere il messaggio (catechesi); stare e mangiare insieme come fratelli (comunione); partecipare i beni secondo il bisogno di ciascuno (condivisione) e, infine, frequentare il tempio e spezzare il pane (celebrazione).

Considerando questo il paradigma fondante della Chiesa, c’è da chiedersi se e come questi quattro ingredienti siano oggi presenti nelle nostre comunità e se lo svuotamento delle chiese che lamentiamo non dipenda piuttosto dall’aver sottostimato qualche componente importante.

Già l’espressione “chiese vuote” lascia intuire una sorta di prevalente attenzione al quarto ingrediente (quello celebrativo-cultuale) come unico o principale indicatore. Ma il kérigma va prima annunciato, compreso, condiviso, tradotto in forme di comunione e condivisione e poi celebrato. Il culto non può essere l’unica misura della fede: è un punto di arrivo, non il punto di partenza. Il rito celebra la comunione, non la crea.

Probabilmente il vero punto debole è proprio l’annuncio (il primo ingrediente) che non deve necessariamente avvenire nelle chiese. È spesso carente la capacità di tradurre in nuovi linguaggi, nuovi spazi, nuovi tempi la “buona novella”. Nella sua storia la Chiesa ha sempre saputo trovare forme nuove ogni volta che le nuove circostanze rendevano necessario un cambiamento o le modalità in uso non funzionavano più, altrimenti l’annuncio non sarebbe arrivato fino a noi.

Sembra, a volte, che la creatività degli evangelizzatori stenti a trovare la strada, quasi tema che nuovi linguaggi, spazi e tempi mettano a rischio i contenuti, ma è un timore infondato: quando la Chiesa di Gerusalemme non poté più incontrarsi nelle case non temette di trovare nuovi spazi, nuovi paesi e nuove lingue. Quando a Roma i cristiani furono perseguitati si riunirono nelle catacombe, quando — nei secoli seguenti — alla Chiesa fu necessario strutturarsi per poter trattare con gli imperatori, i barbari, i filosofi, i politici lo fece senza paura; quando il greco non era più compreso usarono il latino, quando il latino non funzionò più si passò alle lingue moderne, quando Marconi inventò la radio nacque Radio Vaticana, con internet vide la luce “vatican.va”... e allora perché non osare di più sul fronte diretto dell’annuncio e della catechesi? L’omelia tradizionale non è l’unica forma, la chiesa non è l’unico luogo, la celebrazione domenicale non è l’unico tempo: occorre di nuovo — coraggiosamente — usare i linguaggi, i luoghi e i tempi che gli uomini usano oggi se si vuole che l’annuncio arrivi a destinazione. Non c’è da temere: il contenuto è più forte del mezzo.

Ci sono poi gli altri due componenti, la comunione e la condivisione, che costituiscono il cuore della comunità, il ponte che collega l’annuncio e la celebrazione. Oggi, purtroppo, fanno fatica entrambe ad esprimersi. «La vita cristiana e la fede nel primo secolo — sottolinea Gawronsky nel suo articolo — era anch’essa non lineare: fatta di dubbi, contraddizioni, timori, incertezze, fallimenti, oltreché di gioia e, speranza. I cristiani hanno bisogno di esplorare, riflettere, e parlare fra loro del loro essere cristiani». Già, ma dove, come, quando? È ormai tramontata la comunità sociale dei piccoli villaggi, dei piccoli quartieri, quella in cui “ci si conosceva tutti”… non è più così e non lo sarà più. Il 65% della popolazione del mondo (oltre 5 miliardi) vive in città, cioè nel luogo in cui più che mai pesa l’individualismo, l’atomizzazione delle relazioni, la distanza tra le persone. La pandemia ha solo esasperato le fratture già esistenti.

Se il legame tra i cristiani non si costruisce nelle relazioni umane tra loro, se le occasioni per “fare comunione” sono sempre più rare e quelle per dare corpo alla “condivisione” dei beni “secondo il bisogno di ciascuno” finiscono per essere impraticabili e impraticate proprio perché ognuno vive individualmente la sua fede, si impoverisce la sostanza della propria convinzione religiosa e anche le celebrazioni suonano “vuote”, costrette in una ritualità sicuramente significativa in sé, ma priva dell’apporto corale della comunità che la celebra, «nelle odierne messe domenicali partecipano per la maggior parte sconosciuti che resteranno sempre tali». Si è svuotata quella “piazza” nella quale i cristiani potevano incontrarsi, riconoscersi, fraternizzare e condividere i propri dubbi e le proprie certezze, i propri beni e le proprie riflessioni, e — fatalmente — vanno svuotandosi anche le chiese, perché la fede è un percorso che si fa insieme. Deve essere allora prioritario lo sforzo per ricreare legami, affinità, esperienze condivise. La crisi disperde o ci si ritrova o ci si perde definitivamente.

Come ha ricordato Papa Francesco lo scorso dicembre: «Sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento. Ma se vogliamo davvero un aggiornamento, dobbiamo avere il coraggio di una disponibilità a tutto tondo; si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio». Dobbiamo trovare nuove forme, e nuovi modi: parlare di fede, annunciare la fede, addirittura celebrare la fede là dove gli uomini si incontrano, che siano luoghi fisici o virtuali. Ci vuole il coraggio di perdere certezze, di abbandonare rendite di posizione (se non rendono più), andare verso i credenti e non aspettare che siano loro a venire… cosa sarebbe stato dell’annuncio del primo secolo se Paolo non avesse presa la nave, affrontato i naufragi e la derisione dell’aeropago? Se Pietro non fosse venuto a Roma? Se il calore umano e il ricordo gratificante del cenacolo la sera di Pentecoste fosse stato preferito alle intemperie di un ambiente ostile o apparentemente impermeabile?

di Amedeo Piva

 


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