· Città del Vaticano ·

Variazioni su Dostoevskij

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13 luglio 2021

La porta stretta


Senza la sofferenza non capirai neanche la felicità. L’ideale passa attraverso la sofferenza come l'oro attraverso il fuoco. Il regno dei cieli si ottiene con lo sforzo.

«Lettere», PSS 29/1,137-138

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La parola felicità nei Vangeli è meno di un hapax, a essa infatti non corrisponde nessuna occorrenza. Strano se si pensa che la felicità nella modernità è diventata quasi un diritto di natura e un imperativo morale. Se si guarda al campo semantico che questa parola genera nei Vangeli si può cercare sotto la voce «beatitudine» oppure sotto la voce «gioia». Ma in entrambi i casi il messaggio che questi due termini veicolano è quanto di più lontano ci possa essere dall'attuale idea di felicità. Le beatitudini di Gesù non hanno niente a che vedere con l'istinto al godimento e all'esaltazione dell'io che da essa viene postulato: Beati i poveri in spirito, beati quelli che sono nel pianto, beati i miti (cfr Matteo 5,3-5). E lo stesso si può dire della parola gioia. È ancora Gesù infatti a dire che vi è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr. Atti 20,35). Il senso che accomuna queste affermazioni è quello di coltivare la rinuncia, di ridurre le pretese dell'io, di farsi carico delle difficoltà e delle croci proprie e degli altri.

Dostoevskij è in perfetta sintonia con questo ideale evangelico: «L’uomo non nasce per la felicità. L'uomo si guadagna la sua felicità e sempre con la sofferenza», annota nel terzo taccuino dei materiali preparatori a Delitto e castigo (PSS 7,155). Egli collega la felicità alla fatica, allo sforzo, all'immagine della «porta stretta» (Matteo 7,13): «La felicità si acquista con la sofferenza», scrive sempre nello stesso quaderno (PSS 7,154). È evidente che queste affermazioni esprimono un paradosso, formano un ossimoro, dal momento che mettono insieme due sentimenti che risultano alquanto contraddittori per la sensibilità moderna.

Tuttavia ciò che a Dostoevskij preme sottolineare è la fecondità della relazione tra felicità e sofferenza. A tal proposito in una lettera dell'agosto del 1870 alla nipote Sof'ja, che all'epoca aveva 24 anni e alla quale aveva dedicato il romanzo L’idiota, scrive: «Senza la sofferenza non capirai neanche la felicità. L’ideale passa attraverso la sofferenza come l’oro attraverso il fuoco. Il regno dei cieli si ottiene con lo sforzo» (PSS 29,137-138). Ancora una volta è il modello della «porta stretta» che lo scrittore fa balenare tra le righe dell'esortazione alla giovane. Certo è un messaggio «inattuale» ma che non cessa di far riflettere anche i moderni, se si pensa che Tarkovskij nel suo testamento spirituale si chiedeva «dove sta scritto che la nostra vita sulla terra debba essere felice, che ci sia data per questo e non per qualcosa di più importante per l’uomo?».

a cura di Lucio Coco

(continua)


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