· Città del Vaticano ·

A Tor Bella Monaca vivono da quattro mesi 14 piccoli profughi afghani

Con cuore di madre

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16 dicembre 2021

Una ex borgata del confine orientale di Roma è diventata, da quattro mesi a questa parte, uno degli esempi di accoglienza più qualificati ed efficienti per i piccoli profughi afghani.

Siamo a Tor Bella Monaca, quartiere diventato negli ultimi trent’anni tra i più densamente popolati della capitale. Salito agli onori delle cronache per l’alta concentrazione di persone agli arresti domiciliari, per un tasso altissimo di abbandono scolastico e per il degrado, oggi scommette sulla solidarietà e sull’assistenza a chi è riuscito a fuggire dagli orrori della guerra e dalla fame.

Era il 25 agosto quando 14 ragazzi, 11 femmine e tre maschi, sono riusciti a raggiungere, grazie a quattro Suore Missionarie della Carità, il centro di Via dell’Archeologia e a cominciare la loro nuova vita. Le religiose di Madre Teresa sapevano bene quale sorte sarebbe toccata a questi ragazzi: abbandonati dalle famiglie perché diversamente abili, non avrebbero avuto alcun futuro. Così hanno deciso di lasciare insieme Kabul alla volta di Roma. Dal loro arrivo è scattata una gara di solidarietà che ha visto protagoniste le famiglie del quartiere.

Il tutto mantenendo il massimo riserbo sul piccolo miracolo che stava avvenendo in quella parte della Capitale troppe volte denigrata e offesa. Anche perché le Missionarie della Carità, come è noto, vivono in condizioni di estrema sobrietà, non possiedono telefonini, né auto. Non sono informatizzate e per gli spostamenti usano i mezzi pubblici o i passaggi dei collaboratori. Sono gentili, ma non parlano con i giornalisti, non hanno un ufficio stampa e nemmeno qualcuno che le aiuti nella comunicazione. Non sono interessate a queste cose, perché hanno molto altro da fare. Si prendono cura di chiunque si rivolga a loro, non fanno domande, e non chiedono nulla a nessuno. A tutto pensa la Provvidenza.

Il 7 settembre scorso, a sorpresa, si è presentato anche l’elemosiniere del Papa, cardinale Konrad Krajewski, accompagnato dal dottor Massimo Ralli e dal dottor Leonardo Russo, per effettuare i tamponi a tutti, suore comprese, unitamente ai rilevamenti diagnostici utili a permettere al gruppo di concludere la quarantena.

I piccoli hanno atteso il loro turno incuriositi dal piccolo laboratorio, messo in piedi in pochi minuti, alle spalle della cappella dove abitualmente si riuniscono in preghiera le religiose. Un pomeriggio diverso per loro insieme ai loro angeli custodi che non li perdono mai di vista. Ai tamponi e all’assistenza medica qualificata hanno fatto seguito le pratiche per il rilascio dei documenti di rito. Oggi, a 120 giorni di distanza dal loro arrivo, hanno il loro libretto sanitario e sono costantemente assistiti dal personale sanitario del Gemelli.

All’ombra delle “Torri”, i palazzoni di 12 e 15 piani, effetto di piani scriteriati di edilizia economica e popolare, c’è una piccola fetta di Afghanistan che vive in pace e i ritratti d’emarginazione e di violenza in bianco e nero hanno lasciato il posto ai colori e alla gioia di bambini che hanno provato per la prima volta l’emozione di un abbraccio e del calore materno. Quello di un quartiere romano e delle sue suore.

di Davide Dionisi

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