· Città del Vaticano ·

La corsa è un affare serio
(i bambini lo sanno)

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
03 agosto 2021

La metafora più immediata è quella paolina. Quel terminare la corsa che corona la buona battaglia dell’apostolo. Ma a proposito di immediatezza basta guardare i bambini.

Milioni di genitori si sono così abituati alla cosa da non stupirsene più: quando una cosa per un bambino è bella, lui deve correre. Per un gelato, incontrando un amico da sfidare, trovando la nonna in fondo al viale che lo aspetta. Emozionarsi vuol dire correre. Corre il cuore, corre l’immaginazione, il tempo corre quando ci manca per amare o per afferrare il farsi sfuggente di un desiderio. La vita acquisisce l’intensità, sale di grado. E sembra troppo breve e ancora più splendidamente fragile e preziosa proprio perché noi, quella vita lì, in quell’attimo così intenso, la stiamo correndo.

Il guaio inizia quando la corsa, quella cosa bellissima, diventa una necessità sgradita. O faticosa. Un autobus che sfila via, un orologio esigente, la pancetta da buttare giù tra serpenti di automobili pericolose e incuranti.

E allora abbiamo bisogno di un’occasione proiettata in quel dominio esclusivamente umano, quello spazio dove la necessità non esiste, dove il gesto torna gratuito. Lo spazio, diceva Schiller, dove l’uomo è autenticamente uomo, quello del gioco. L’Olimpiade, il gioco dei giochi: è quella l’occasione.

Spostiamoci allora in quella parentesi, torniamo nel recinto di Olimpia che i Greci volevano imitasse quello eterno dei loro dei. Se avete voglia, provate a chiudere gli occhi e piano piano immaginare cosa c’è dietro quell’ammasso di muscoli, catene d’oro e occhiali dai colori e dalla foggia improbabile che si sono sfidati nella sera di Tokyo.

Perché quegli otto ragazzi che si sono lanciati verso un filo di lana che non esiste — eccola a proposito un’altra metafora dell’immaginazione — quegli atleti cresciuti tra mille pratiche di allenamento, le più sofisticate, quegli uomini, dicevo, che spendono gli anni migliori della vita tra pesi e ripetute hanno portato quella corsa bambina al suo massimo grado di perfezione in un luogo che poi nella realtà non c’è, ma invece è il massimo dell’umano. E della libertà gratuita.

E lì, in quel rettilineo teatralmente in penombra si sono portati in braccio l’immaginazione di miliardi di uomini, loro, quelli velocissimi ma inconsapevoli della responsabilità di favorire un’improbabile ma inevitabile immedesimazione. Perché tutti noi in quei dieci secondi e qualcosa in meno, li abbiamo raggiunti in quel luogo del non luogo — nulla nella realtà è fatto come una pista coi blocchi e le corsie — e siamo tornati quei bambini lì, liberi da impegni, dolori, malattie, fastidi, bollette da pagare...

L’immancabile cinico adesso alzerà il suo dito petulante e ci ricorderà sponsor, contratti di esclusiva, ingaggi per futuri meeting che arriveranno a pioggia a premiare vincitore e medagliati. Tutto vero, per carità, ma un tutto che non esisterebbe se al principio non ci fosse stata quella corsa splendidamente inutile del bambino, quella spinta che viene dal profondo ma affiora in maniera così immediata e gratuita, perché questa è la radice della corsa, mettere il corpo in azione per un’esigenza profonda dove movimento e immaginazione si sono incontrati per puntare liberi verso un Altrove. E i bambini lo sanno che quella è la bellezza. Loro non perdono tempo a chiedersene il perché.

di Saverio Simonelli

Leggi anche:

Tutto cominciò (forse) nel 776 a.C.

«Ho ritrovato la strada»

Coraggio sacrificio, perseveranza

Tokyo, i giochi e la pandemia