· Città del Vaticano ·

Carceri, dalla pena alla riabilitazione

Là dove si trasformano
gli uomini in topi

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29 luglio 2021

«Ma poi lo hanno messo in prigione, dove cercano di trasformare un uomo in topo», cantava Dylan nel 1975 raccontando la drammatica vicenda del pugile di colore Rubin “Hurricane” Carter, pugile ingiustamente sbattuto in carcere per un omicidio mai commesso.

Uno degli ambienti in cui la pandemia ha determinato inizialmente reazioni spesso incontrollate, perché dominate da una comprensibile angoscia, è stato quello del carcere. Quando era ignota la contagiosità e letalità del virus, la paura di “fare la fine del topo” è stato il sentimento prevalente tra i detenuti di tutto il mondo, oltre al disagio legato alla sospensione delle visite dei parenti e delle altre forme di socialità, tra cui la presenza di migliaia di volontari. La pressione psicologica sugli agenti di polizia penitenziaria è aumentata oltre misura ed è stato messo a dura prova il loro essere «ponti tra il carcere e la società civile, custodi e tessitori di giustizia e di speranza» — come li aveva definiti Papa Francesco in udienza (14 settembre 2019), ringraziandoli per un lavoro «nascosto, spesso difficile e poco appagante, ma essenziale». Così, quando in Europa, Sudamerica e Medioriente questo stato di tensione è sfociato nelle proteste, se non nelle rivolte dei detenuti, riportare l’ordine all’interno delle carceri si è rivelato essere oltremodo problematico: una tragedia nella tragedia.

Ad essa gli stati hanno risposto — e stanno rispondendo – con una sensibilità maggiore verso quell’«insopprimibile dignità» dei detenuti ricordata agli operatori penitenziari dallo stesso Papa Francesco, soprattutto laddove sono presenti, da un lato, il reato di tortura e la finalità rieducativa della pena, dall’altro lato, la consapevolezza che l’onore di un’istituzione dipende dalla sua credibilità soprattutto nel momento in cui esercita il potere a sua disposizione. Dal punto di vista politico, poi, sono ormai chiari gli aspetti del carcere che dovrebbero essere curati dai rappresentanti del popolo, se essi, oltre ad essere indignati, si ispirassero ai «modelli positivi che già esistono» (don Gino Rigoldi): scommettere sulle pene alternative e sulla crescita psicologica, culturale e professionale dei detenuti, garantire una formazione permanente e specifica degli operatori carcerari (tra cui gli educatori) e stage penitenziari per i neomagistrati, dotarsi di adeguati presidi e sistemi tecnologici di sorveglianza, ridurre la durata dei processi, finanziare spazi diversi (per reati di diversa motivazione e pericolosità) e comunque più ampi, moderni e sicuri — piuttosto che limitarsi a costruire nuove o ampliate carceri che subito ridiventano sovraffollate e dunque, constata il vescovo di Roma, «polveriere di rabbia, anziché luoghi di ricupero».

Non possiamo nascondere, però, che la naturale richiesta di sicurezza che proviene dal sentimento profondo del popolo a volte alimenta — o viene piegata verso — reazioni che rischiano di renderlo un po’ meno santo di quanto potrebbe essere, se anche in questo ambito esso ascoltasse e si fidasse maggiormente dell’alterità di cuore e di pensiero del suo Dio (Is 55, 8-9). Perciò vorremmo solo ricordare — per farci interrogare altrettanto nel profondo (1Cor 2, 10-14) — quanto il testo biblico si renda eco della questione carceraria e della violenza corporale che ad essa è legata.  Infatti, l’opera di misericordia di visitare i carcerati, indicata da Gesù come uno dei criteri perché i pagani di ieri — e i cristiani anonimi di oggi — entrino nel Regno di Dio (Mt 25, 36.39.43-44), insieme all’invito della Lettera agli Ebrei (13, 3) di ricordarci dei carcerati — e dei maltrattati corporalmente — come se fossimo loro compagni di cella, costituisce il compimento di un percorso biblico di attenzione e di cura che affonda le sue radici sin nella storia dei patriarchi.

Giuseppe il sognatore stette ingiustamente due anni in una prigione sotterranea, pur entrando nelle grazie del comandante di essa. Il profeta Geremia fu percosso e messo ingiustamente nei sotterranei di un carcere per molti giorni. Uguale sorte toccò al profeta Michea e al giudice Sansone, accecato e gettato in prigione a girare la macina. Tanti altri ebrei anonimi verranno poi imprigionati: per questo i salmi implorano Dio di liberare gli incarcerati, i profeti ne annunciano la liberazione e la sapienza la testimonia. Giovanni Battista terminò ingiustamente i suoi giorni in carcere, dove fu decapitato. Lo stesso Gesù, durante il processo in cui fu condannato a morte, venne deriso e percosso; e dei suoi discepoli profetizzò l’incarcerazione e le percosse. Essi, infatti, a partire da Pietro, furono incarcerati più volte: «senza violenza», lo si noti, solo quando si era in presenza del popolo, per evitare atti di rappresaglia (Atti 5, 26). Anche Paolo, che prima dell’illuminazione sulla via di Damasco si era reso protagonista di tali atti, sperimentò la durezza della prigionia, a partire dalle percosse ricevute.

Perché la Bibbia ebraica e quella cristiana evidenziano in tal modo il carcere e le violenze corporali ad esso legate? Forse per ricordare che il Dio degli ebrei e dei cristiani è sempre dalla parte delle vittime, spesso innocenti capri espiatori, oggetto degli abusi di chi detiene il Potere: soprattutto quando si tratta di reati, come quelli dei protagonisti biblici, che nei secoli abbiamo imparato a considerare espressioni della libertà di pensiero. Nel caso in cui, invece, siamo in presenza di reati veri e propri, è possibile che il testo biblico voglia ricordarci che nel carcere si sperimenta sino in fondo cosa — e quanto difficile — sia la misericordia verso il colpevole, la sua rinascita e il suo reinserimento: soprattutto se non dimentichiamo, in queste «storie a brandelli che non vuole più nessuno» (Via Crucis, 2020), il mistero della libertà personale in rapporto alla casualità degli ambienti di nascita, spesso legati al disagio psichico e socio-economico e capaci di condizionare fortemente la direzione della nostra esistenza.

In definitiva, il ripresentarsi nel testo biblico della questione carceraria e della violenza corporale ad essa legata ci invita a fare esperienza profonda dell’essenza di ciò che vorrebbe da noi il Dio del popolo ebraico e di Gesù di Nazareth. Quell’«essere balsamo per molte ferite» (E. Hillesum), quel cingersi con un grembiule e lavare i piedi dell’altro — chiunque esso sia per genere e religione — che lo stesso Papa Francesco ci ha più volte indicato durante il triduo pasquale (a costo di modificare le rubriche del Messale). Non può essere un caso, infatti, che il vescovo di Roma, fino all’interruzione dello scorso anno (quando ha comunque dedicato al carcere la Via Crucis), abbia celebrato quasi tutte le lavande dei piedi del giovedì santo in carcere: Casal del Marmo (2013), Rebibbia (2015), Paliano (2017), Regina Coeli (2018) e Velletri (2019).

A questo punto non resta che chiedersi se siamo altrettanto disposti a pensare e ad agire sulla scia di quanto ci ricordano le storie bibliche e la testimonianza di Papa Francesco che ci esorta, come ha detto di fronte ai detenuti di Regina Coeli, a «non lavarsi le mani», ma a «lavarsi gli occhi». Per non rifiutarci, come Pietro, di comprendere che esercitare sulle persone un’autorità significa, con le parole delle meditazioni della Via Crucis (2020), avere «mani amorevoli» come quelle di Giuseppe d’Arimatea, da un lato, e, dall’altro lato, guardare gli altri e se stessi con uno «sguardo che non giudica» come una «lama affilata», ma che assume quell’«altra prospettiva» carezzevole e speranzosa proposta da Gesù: in ogni colpevole «cogliere il bene che, nonostante il male compiuto, non si spegne mai completamente».

di Sergio Ventura


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