· Città del Vaticano ·

La democrazia contro la società servile

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Per una democrazia inclusiva - 11

09 gennaio 2020

Al temine della serie che abbiamo dedicato alla democrazia e avendo individuato nella dimensione inclusiva la cifra fondamentale di tale regime, credo che restino i dubbi sulla possibilità di offrire una definizione unitaria che tenga insieme le tante esperienze democratiche.

Se N. Bobbio ha potuto affermare «se mi chiedete se la democrazia abbia un avvenire e quale sia, posto che l’abbia, vi rispondo tranquillamente che non lo so» e se J. Dunn ha potuto ammettere che «in politica, democrazia è il nome di ciò che non possiamo avere, e che tuttavia non possiamo smettere di volere», si comprende come il problema democratico, sintetizzabile nella lapidaria espressione di L. Sturzo e di G. Sartori: “governo delle opinioni e del diritto”, assuma un carattere multidimensionale, non riducibile ad una mera questione tecnica, fatta esclusivamente di regole e di “universali procedurali” certi; un problema risolvibile mediante il ricorso a qualche elegante algoritmo. Da questo punto di vista, vale quanto scritto dal Dunn: «Questa forma di Stato [...] rappresenta la condizione minima per proteggersi contro l’oppressione e contro l’involontaria alienazione di giudizio di coloro che ritengono di saperne più degli altri. [...] che ci si riesca — o che si fallisca — dipende sempre e comunque da noi».

In breve, se assumiamo il sistema democratico come una “procedura istituzionalizzata secondo certe regole”, possiamo affermare che non ci è dato di conoscere miglior sistema a difesa della libertà di quello che consente ai partiti, in concorrenza tra loro, di giocare l’uno contro l’altro, evitando le pressioni e le oppressioni tipiche dei sistemi caratterizzati dalla presenza di un unico partito. Se ne deduce che il grande nemico della democrazia, denunciato da Sturzo, sulla scia dell’opera di A. de Tocqueville, è l’assenza di mobilità il che, con particolare riferimento a Sturzo, si traduce in una proposta teorica antitetica al tradizionale organicismo e che accosta la nozione di “società plurarchica” del sacerdote siciliano a quella di “società aperta” di K. Popper. La cifra politica della “società aperta”, la misura della sua “apertura”, è data dalla possibilità di riforma e di revisione istituzionale che orienti un determinato ordine politico ad un grado sempre più alto di democrazia, ossia sempre più articolato e inclusivo, tale per cui si possa neutralizzare la discrezionalità delle varie autorità potestative.

La democrazia competitiva, le cui posizioni sociali siano scalabili e ad alta intensità di partecipazione plurarchica, assumerà i caratteri della contendibilità del potere mediante un regolato processo di selezione. L’idea di partecipazione-inclusione all’ordine poliarchico-plurarchico alla quale fanno riferimento Tocqueville e Sturzo esprime la dinamica mediante la quale aggredire il tema della dicotomia formale-sostanziale, a partire dai valori di partecipazione, di libertà e di uguaglianza. In tal senso, includere, da un lato incorpora la nozione quantitativa di “grado d’inclusione” del Dahl, dall’altro tenta di superarla, in quanto significa soprattutto partecipare, passare dalla condizione di estraneo e di disadattato a quella di integrato e di soggetto attivo; in pratica, significa passare dalla condizione di suddito a quella di cittadino sovrano, lì dove si assume che l’essenza dell’ordine democratico sia la progressiva limitazione delle prerogative del potere politico, mediante la costituzionalizzazione del suo esercizio.

Per queste ragioni, un paradigma liberale e democratico che faccia i conti con la tradizione del popolarismo sturziano non si rifugia in ipotetici mondi paralleli e distingue tra regimi democratici e regimi servili, di stampo neo-feudale, individuando una serie di condizioni le quali assumono il carattere di elementi di un modello utile a misurare il grado di democraticità e, dunque, di inclusività di un determinato ordine politico. Mentre le democrazie consentono alle persone di svolgere il loro compito, di associarsi e di esprimere liberamente le loro opinioni, i regimi servili ammettono solo l’“applauso” e l’“adulazione”. Mentre nei primi è possibile “organizzare nuclei di resistenza”, nei secondi tutto ciò è impossibile. Mentre nelle democrazie, attraverso il pluralismo, è possibile contendere il potere e consentire la circolazione delle élite, nei regimi neo-feudali il suddito non potrà che offrire il proprio sacrificio, citando Sturzo, «per un avvenire che non vede».

di Flavio Felice
Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche Università del Molise

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Per la serie «Democrazia inclusiva» hanno scritto Flavio Felice (17 ottobre), Dario Antiseri (24 ottobre), Alberto Mingardi (31 ottobre), Saro Freni (7 novembre), Fabio G. Angelini (14 novembre), Antonio Campati (21 novembre), Luca Mencacci (28 novembre), Enzo Di Nuoscio (5 dicembre), Mauro Bontempi (12 dicembre), Luigi Marco Bassani (19 dicembre).