· Città del Vaticano ·

La democrazia e la qualità delle élite

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Per una democrazia inclusiva - 6

20 novembre 2019

Negli ultimi anni, gran parte del dibattito pubblico sulle trasformazioni della democrazia si è sviluppato attorno a una polarizzazione che vede contrapposte, da un lato, le élite, dall’altro, il popolo. Laddove le prime agirebbero costantemente per autotutelare la loro posizione di potere, trascurando intenzionalmente le esigenze impellenti del secondo. Questa è senza dubbio una rappresentazione di comodo, che però riesce a fare breccia nel sentimento dei cittadini poiché traduce in maniera fulminea il profondo sentimento di disaffezione che molti di essi nutrono nei confronti delle istituzioni politiche. Una riflessione ponderata sul futuro della democrazia deve superare tale approccio. O, per lo meno, tentare di argomentarlo criticamente.

È sufficiente scorrere le pagine delle opere di non pochi pensatori politici per rendersi conto del fatto che la dialettica tra i pochi che detengono il potere e i molti che devono sottostarvi ha radici antichissime. La sua declinazione più recente è particolarmente interessante perché si presenta in termini talmente risolutivi da mettere in discussione persino i capisaldi dell’assetto democratico-rappresentativo. In altri termini, spingendo alle estreme conseguenze la polarizzazione popolo-élite, si è giunti a interrogarsi se la democrazia possa fare a meno delle élite, cioè di una minoranza legittimata a esercitare il potere. La domanda diviene molto simile a un auspicio quando si rappresentano le élite alla stregua di oligarchie capaci di frenare uno sviluppo armonioso e un ricambio nelle posizioni di vertice. Se a ciò si aggiungono le illusioni di autorappresentazione che derivano dall’utilizzo delle piattaforme informatiche, l’interrogativo risulta ancora più pregnante e può trovare una risposta positiva nella prospettiva secondo la quale, proprio eliminando qualsiasi mediazione, sarà possibile influenzare direttamente il processo decisionale.

Ma può esistere una democrazia senza élite politiche? Le democrazie liberali, grazie soprattutto alle elezioni, si basano sul principio rappresentativo, il quale definisce una relazione tra rappresentanti e rappresentati, costantemente mediata principalmente da soggetti politici. In tal senso, immaginare la relazione tra elettori e vertice politico — che spesso viene proposta come la relazione tra «il» popolo e «il» leader — è del tutto fuorviante perché finge di annullare la presenza di una minoranza rappresentativa che è strutturalmente presente nel discorso democratico.

Le élite sono dunque necessarie e importanti per la democrazia. Ma, oggi, non godono di buona fama e la questione non è solo quantitativa: accanto al problema del legittimo riconoscimento numerico di una minoranza che decide su una maggioranza ce n’è un altro di natura qualitativa. Infatti, gran parte dei cittadini delle democrazie contemporanee non si sente rappresentata dalle élite politiche perché non le percepisce come qualitativamente apprezzabili. Com’è noto, il problema principale è definire ciò che qualifica una élite come meritevole di approvazione. Ed è piuttosto problematico individuare tale criterio con quello della capacità: le elezioni non selezionano i più capaci.

È allora necessario insistere sull’importanza della compatibilità del principio minoritario (l’esistenza di una minoranza che governa sulla maggioranza) con l’architettura democratico-rappresentativa. L’idea che i «pochi» possano governare sui «molti» è stata faticosamente accettata con la creazione di istituzioni e l’accettazione di principi e prassi che ne garantiscono la concretizzazione. Ribadirne l’importanza è un invito a non denigrare superficialmente l’azione e le funzioni delle élite. Allo stesso tempo, per quanto riguarda il loro profilo qualitativo, è forse opportuno tornare a riflettere su una distinzione che ereditiamo dalle analisi di alcuni autori del tardo Ottocento — e che dovremo rimodulare pensando all’oggi — quella tra l’aspirare a essere l’élite di un paese e il garantire a tutti la possibilità di poterne far parte. Meditare su questo punto può aiutarci a superare alcune visioni ormai stereotipate sullo stato di salute delle nostre democrazie.

di Antonio Campati
Ricercatore in Filosofia Politica
Università Cattolica del Sacro Cuore
Milano