· Città del Vaticano ·

Un approccio multidisciplinare

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Per una democrazia inclusiva - 1

16 ottobre 2019

Con la presente serie di articoli: «Democrazia come processo inclusivo», intendiamo analizzare le trasformazioni della democrazia, che comprendono anche, ma non solo, la frontiera tecnologica della cosiddetta e-democracy o “democrazia digitale”, e favorire il rafforzamento della sua dimensione elettorale e il grado d’inclusione. Una democrazia incapace di contribuire al processo d’inclusione non potrà che essere percepita dagli esclusi come la democrazia degli altri, qualcosa che, non riguardandoli direttamente, non li responsabilizza, con la relativa incuria delle istituzioni e casi di “emigrazione psicologica”, per usare una significativa espressione di Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (1987) che ricorda il monito popperiano, in base al quale le istituzioni sono come le fortezze, resistono se sono forti le guarnigioni. Per far ciò è necessario tenere in debita considerazione l’iter decisionale, in forza del principio caro al repubblicanesimo classico: «Quod omnes tangit ab omnibus approbetur» (“Ciò che riguarda tutti deve essere approvato da tutti”), un principio del diritto romano che, transitando per il diritto canonico, giunge ai nostri giorni e oggi sembra innervare la cosiddetta, e non sempre chiara, “democrazia deliberativa”. Tanti sono gli esperimenti in giro per il mondo: si pensi al “débat public” in Francia e alla “public enquiry” in Gran Bretagna, nonché alle procedure di “notice and comment” statunitensi. Per “democrazia deliberativa”, in questo preciso contesto, s’intende quell’insieme di procedure che tendono ad ampliare la partecipazione di coloro che sono direttamente interessati dal processo decisionale. Con la necessaria avvertenza che, per la prospettiva cristiana, si pensi al popolarismo sturziano, non vi sarebbe spazio per quel populismo in cui il leader presenta se stesso come l’incarnazione del popolo e il popolo finisce per identificarsi nei propri leader. In democrazia il popolo giudica i propri governanti, perché se è vero che non tutti sono adatti a governare, parafrasando Pericle (495-429 a.C.), è altrettanto vero che tutti sono chiamati a giudicare chi governa.

Accanto all’iter decisionale, affinché il metodo democratico promuova l’inclusione sociale, andrebbe considerato il processo costitutivo e funzionale delle istituzioni e i processi di contendibilità del potere, per il possibile ricambio delle classi dirigenti. Riteniamo che, per procedere in una riflessione di tal genere, sia necessario basarsi sulla trans-disciplinarità delle differenti scienze sociali: per quanto gli approcci e le metodiche delle singole discipline possano differire, sono tenute insieme dal perno dell’azione umana e dalle visioni di coloro che la compiono, perché le istituzioni sono la proiezione multipla, simultanea e continuativa delle attività personali.

Con molta probabilità, infatti, la principale sfida che oggi le scienze sociali si trovano ad affrontare è di fare leva sulla loro fattuale trans-disciplinarità per fornire, al pubblico degli studiosi, delle concettualizzazioni e delle spiegazioni il più possibile legate alla concretezza, per fuggire quindi da fascinazioni astratte (o utopistiche).

In tal senso, la dimensione storica, politica, giuridica ed economica non può non ruotare intorno al perno dell’agire dell’uomo democratico e tentare di offrire spiegazioni a esso conformi. Uomo democratico contraddistinto, normativamente, dal riconoscimento della dignità dell’altro, dalla capacità inclusiva e dall’indisponibilità a perseguire, sempre per citare la Sollicitudo rei socialis, un determinato risultato ad “ogni costo” e a “qualsiasi prezzo”, se il prezzo e il costo sono scaricati su altre persone o sulle prossime generazioni.

Se è vero che lo studio empirico della politica non può illudersi di poter fare a meno della dimensione storica, pena la perdita di una visione di insieme, crediamo sia ancor più plausibile che esso e con esso tutte le scienze sociali non possano fare a meno soprattutto di una visione integrale dell’uomo, pena la scomparsa, per incanto, del soggetto e dell’oggetto delle loro indagini.

di Flavio Felice
Professore ordinario di Storia
delle dottrine politiche, Università
del Molise. Membro del Comitato Scientifico e Organizzatore
delle Settimane sociali dei cattolici italiani