· Città del Vaticano ·

L’ultima notte di mio padre

 L’ultima notte  di mio padre  QUO-178
02 agosto 2025

di Alessandro Rivali

«Vorrei che tu mi fossi accanto il giorno della mia morte». Era l’ultimo desiderio di mio padre ed era difficile da esaudire. Perché le sue crisi respiratorie erano imprevedibili. Lo salutavo vicino alla finestra da cui guardava lo spicchio di mondo che gli restava: le madri di fronte alla scuola, i pappagalli in picchiata sui nespoli, il vento che spazzava le nuvole di Genova. Partivo verso Milano, ma talvolta il treno non arrivava neppure ad Arquata che i suoi polmoni avevano ripreso a franare. Poi, la stessa storia. La telefonata. La sentenza del saturimetro. E poi la sirena verso l’ospedale.

La malattia era iniziata una notte di agosto di tre anni prima. La badante ucraina era stata gelida: «Così non può stare. Fare presto. Pressione troppo bassa. Ne ho visti altri morire così».

E invece mio padre quella notte si era salvato. Aveva ripreso conoscenza in ambulanza dopo l’iniezione della guardia medica che parlò di un’intossicazione da farmaci. Mio padre parlava con voce roca, metallica, a scatti. Tremava. Non voleva riaprire gli occhi. Aveva paura del viaggio in ambulanza. Quella notte era così impaurito che mi lasciarono al suo fianco al Pronto soccorso. O meglio, in una stanzetta a fianco del Pronto soccorso, così affollato che una donna veniva auscultata sulla barella del corridoio. Un uomo aveva la pelle rossa come un gambero e gridava contro il prurito che non era passato dopo la doccia gelata. Una vecchia aveva gli occhi di vetro sulla carrozzina. Forse per questo papà non voleva riaprire gli occhi. Gli stringevo la mano accennando ai «frammenti luminosi» della sua vita.

Li chiamava così. I frammenti luminosi. I ricordi che richiamava quando ritornavo a casa: entrava nel suo studio con il quadro con la rosa dei venti e prendeva gli album delle foto. Diceva che quei momenti non sarebbero più tornati: erano luminosi, ma malinconici: l’altalena al Passo dei Giovi, il camino nella villa di Rovereto, l’estate all’Elba quando l’Italia di Bearzot vinse i mondiali e sistemammo lo specchietto retrovisore dell’auto con la colla di un cartolaio.

Quella notte al Pronto soccorso gli ricordai l’Iliade, il poema che gli aveva fatto compagnia tutta la vita, soprattutto negli anni della guerra. Amava la tenerezza di Ettore che si augurava che suo figlio fosse migliore di lui: Astianatte simile a una stella. Quando gli parlai di Ettore, mio padre mi strinse la mano e riaprì gli occhi. Era lucido, come il giorno in cui l’avevo portato alla visita per l’invalidità e si era messo la cravatta per non sfigurare e aveva risposto a tutte le domande del medico sorpreso della sua memoria. Papà ricordava tutto: i santi di ogni giorno dell’anno, le nascite dei cugini fino al terzo grado, i paradigmi dei verbi greci, imparati mentre i tedeschi invadevano la nostra villa di Rovereto.

Quella notte al Pronto soccorso la mente di papà tornò libera come i pesci d’argento che avevamo visto volare sul mare di Sicilia: lui chiese al medico degli esami a venire. Voleva che tutti sapessero che era cardiologo. Che si era speso per i suoi pazienti tra le corsie del Celesia, il suo ospedale in rovina sulle alture di Rivarolo. Mio padre ringiovaniva quando un medico gli parlava vicino all’orecchio sano e lo trattava da pari. Con la sincerità con cui un dottore parla a un altro dottore. Quelle parole su medicinali e terapie gli davano aria nuova.

Negli ultimi anni papà aveva rimpianto la medicina dei suoi tempi. Era più lenta e imprecisa, ma più umana. Papà aveva trascorso intere notti tenendo per mano un paziente in agonia o aveva abbracciato un ragazzo prima di rivelargli che il suo cuore balbettava. I pazienti ricordavano papà per la sua gentilezza. Dosava le parole. Era diverso dire: «C’è speranza, ma la situazione è grave», dall’identica frase rovesciata: «La situazione è grave, ma c’è speranza». Era una sfumatura che alleviava il cuore.

Il peggior ricovero di papà fu durante il covid. In quel caso la mente si annebbiò. Pensava di essere stato rapito dagli alieni. Parlava di uomini cattivi con in testa dei grandi funghi blu. E di uomini con i turbanti che portavano dei budini ed erano gentili. Ma gli uomini con i funghi in testa venivano spesso e qualche volta prendevano le cinghie... Anche in quella situazione difficile mio padre si risvegliò quando sentì parlare di un figlio. Come era successo con il figlio di Ettore. A riportarlo con noi fu una videochiamata in cui gli annunciammo l’arrivo del nipotino. E il suo volto si rigò di lacrime e un’infermiera gli accarezzò la testa e lui ritrovò la speranza per aspettare.

Dopo il Pronto soccorso mio padre rimase l’estate in geriatria. La prima notte fu difficile. Non voleva stare con altri vecchi. Vide dei ladri svaligiare gli armadietti dei compagni di stanza. Parlò di un uomo che aveva camminato nel sangue. I ladri erano stati un incubo come gli uomini dei funghi blu. Invece era vero che un paziente aveva cercato di scappare e si era strappato il catetere. E per questo papà aveva visto le gambe sporche di sangue. Non era facile distinguere la verità dai mostri della mente. In quel mese di ospedale compresi come la vita di un malato si aggrappi alle piccole cose. Bastava un ritardo all’orario delle visite per spaesarlo. Era felice se gli portavano il budino invece della marmellata. Alcune volte la felicità era la polenta con il pomodoro. La barba fatta con il rasoio elettrico la domenica. Il disegno a pastelli della nipotina. I boeri con il liquore. Gli spruzzi di profumo sul pigiama. Lo stesso profumo con cui scacciava il gatto che a casa si addormentava sul cuscino del letto matrimoniale.

La tristezza veniva invece quando attaccavano la flebo per il ferro. Quando portavano la sacca per la trasfusione. Quando un paziente gridava tutta la notte. Quando il coltello non riusciva a tagliare il velo appannato della plastica che copriva la pasta in brodo. La tristezza era più buia quando rimandavano il giorno delle dimissioni o mettevano un divisorio nella stanza e c’era un rianimatore vestito di blu chinato sul suo vicino di stanza.

In quei casi papà ripeteva. «Resterai con me il giorno della mia morte?». Io cambiavo discorso. Ma la sua idea restava.

Il suo ultimo ricovero fu dovuto a un errore. Tornò in ospedale due ore dopo le dimissioni. E ricominciò il calvario in geriatria. Ero con lui durante due gravi attacchi respiratori. Ricordo gli infermieri al capezzale che gli aspiravano il catarro. Poi vinse ancora una volta. Quando lasciai l’ospedale i medici mi rassicurarono con la frase che era stata sua. «La situazione è grave, ma c’è speranza». Non era in pericolo immediato. Papà era ancora legato alla vita. Perché era meravigliato da Youtube dove poteva vedere cento volte i video della sua Barcellona. Perché a Natale si era fatto regalare un cellulare con i tasti giganti per non sbagliare le chiamate. E perché voleva che continuassi a scrivere, facendo prevalere la prosa sulla poesia.

Nell’ultimo ricovero papà non riusciva a rispondere al telefono. Era difficile sentirlo fuori dall’orario delle visite. Per fortuna ci aiutò il suo compagno di stanza, un uomo solcato dalle rughe e con i baffi dell’Ottocento. Aveva vissuto sul mare e sognava di finire i suoi giorni in Sicilia, perché le sue ossa avevano sete di sole. Stava cercando una badante perché aveva problemi di equilibrio. Papà non voleva che la sua badante, che aveva preso il posto di quella ucraina, desse confidenza al marinaio perché aveva paura di perderla. Ma Diana voleva troppo bene a papà, lo teneva sempre per mano e gli portava la crema perché la pelle delle gambe splendesse come quella di un bambino. Io chiamavo il marinaio ogni mattina verso le 9. Per sapere come andavano le cose e farmi passare papà. Ma un giorno il telefono suonò a vuoto. Verso le 11 mi chiamò il marinaio. Non se l’era sentita di chiamarmi perché le cose stavano precipitando. Papà non respirava. Mezz’ora dopo chiamò il medico. Ci disse di correre in ospedale perché restava il tempo di un saluto. Poi sarebbe stato sedato. Stava soffrendo. Prima arrivò Diana e lo prese per mano. E poi mio fratello. Io cercai il primo treno, ma quando arrivai in ospedale era già stato sedato. Non ero riuscito a salutarlo, come avrebbe voluto. Ricordo la sua mascherina che si appannava. Il respiro corto. La testa piegata in modo innaturale sulla spalla appuntita. Dopo cena mi chiesero di lasciare il reparto. Chiesi quanto sarebbe durata l’agonia. Risposero: «Poco, molto poco. Qualche ora al massimo». Mi avrebbero chiamato.

Quella notte non arrivò nessuna chiamata. Al mattino tornai in ospedale. Percorsi lentamente il lungo corridoio con la vetrata e le foto in bianco e nero dei primi tempi dell’ospedale. Gli uscieri vestiti come nei grand hotel del passato. Le suore con il copricapo a tese larghe. La prima sala operatoria. Le lenzuola immacolate stipate sino al soffitto.

Suonai il campanello del reparto. L’attesa fu lunga e per la prima volta non ne fui dispiaciuto perché questa volta sapevo il finale. Mi accolse il medico del giorno prima. Aveva gli occhi sbarrati. «È successa una cosa strana. Non mi era mai capitato in tutta la vita. Suo padre... si è svegliato dalla sedazione profonda...».

...

...

«Com’è possibile?»

«È inspiegabile...»

«Posso vederlo?».

«Certo...».

«Ha iniziato a riprendersi all’alba...».

Percorsi rapido il corridoio della geriatria. Mi innervosì un carrello di medicinali con gli sportelli che rallentò la mia corsa fino al letto 21.

Papà sussultò nel vedermi. Alzò la mano striata di blu e vidi il suo polso avvolto nelle bende. I suoi occhi splendevano. Aveva sete. Non poteva deglutire l’acqua e gli portarono della gelatina. Voleva parlare, ma non riusciva a parlare. Era stanchissimo. Non sentiva perché non aveva l’apparecchio acustico. E comunicai con lui scrivendo in stampatello sul quadernone dalla copertina turchese che avevo nello zaino.

Provai una gioia speciale. Non ricordava nulla dell’ultimo giorno. Gli scrissi che aveva dormito 24 ore. E questo spiegava la sua sete e la sua fame. E lui assentiva.

Era un dialogo lentissimo con un uomo che era sceso nell’oltrevita ed era tornato. Come Lazzaro dal sepolcro o Giona dal ventre della balena.

Gli scrissi i nostri ricordi più belli in ogni pagina del quaderno. Quando ci aveva portato a vedere la bottega del nonno a Barcellona. Quando un carnevale seminò sui pavimenti dei minuscoli sacchetti con un po’ di polvere da sparo che scoppiavano sotto i nostri sandali di bambini. E noi ridevamo impazziti per la magia. Quando al rientro dalla messa di Natale ci fece trovare il nostro primo computer che brillava con il suo monitor nel buio dell’ingresso. E il castello di Dracula a Gardaland. E la recente nascita di Elisabetta, arrivata a Natale con i suoi grandi occhi azzurri.

Io scrivevo: «Ricordi?» e poi la parola chiave del ricordo e lui con la testa disse sempre di sì.

Gli ricordai anche quando si era arrabbiato con me perché dopo un reading di poesia non ero andato a bere con una ragazza alta dai capelli di rame. Volevo stare con lui. E lui diceva che era troppo bella per lasciarla andare.

Gli strinsi la mano promettendogli che sarei tornato la sera. E che forse avrebbe potuto mangiare anche il suo budino al cioccolato.

E invece non tornai.

Papà crollò nel pomeriggio. Il cuore non resse.

E quando lo rividi nella camera mortuaria era bellissimo nel suo vestito blu e con la cravatta celeste, tra le mani l’immagine della Vergine delle lacrime di Siracusa. Aveva un volto sereno, di vittoria dopo la battaglia. Come il pescatore Santiago del Vecchio e il mare che dolcemente aveva sognato i leoni sulla spiaggia.

E così pensai che papà fosse ritornato per un’ora soltanto, per potermi salutare ancora. E realizzare la promessa che non ero riuscito a mantenere.

«Mi sarai accanto nel giorno della morte».

E nessuno dimenticherà la sua gentilezza. E aver tenuto strette le mani dei morenti nei morsi della notte. Nessuno dimentica la forza degli uomini miti. Sono certo che il loro ricordo non sbiadisce.

Come sono certo di rivederlo nell’ultimo giorno. Quando contempleremo Dio da amici e non più da stranieri.