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Essere francescani al tempo di Papa Francesco

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04 ottobre 2021

Era la sera del 13 marzo 2013 quando il cardinale Jorge Mario Bergoglio venne eletto Papa. Il cardinale Jean-Louis Tauran diede la notizia a tutto il mondo e annunciò che il nuovo pontefice aveva scelto il nome di Francesco. Fu poi lo stesso Papa Bergoglio a raccontare che l’intuizione di assumere questo nome gli era venuta quando il suo vicino, il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, francescano, lo aveva invitato a non dimenticarsi dei poveri. Ricordo bene quella sera e ricordo le parole e i gesti del neoeletto, in particolare la battuta sul Papa “preso dalla fine del mondo” e la richiesta di essere benedetto dai fedeli radunati a San Pietro prima di impartire lui la benedizione ai fedeli di Roma e del mondo intero. Un modo semplice di porsi da parte di questo nuovo pontefice che, primo nella storia bimillenaria della Chiesa, sceglieva il nome del santo di Assisi.

A distanza di otto anni mi sembra di poter dire che realmente Papa Francesco si è lasciato ispirare dalla figura del Poverello nei gesti e nelle parole, attualizzandoli. Se la conversione di Francesco d’Assisi è iniziata — come racconta lui stesso nel suo Testamento — dall’incontro con i lebbrosi e dall’averli trattati con misericordia, i gesti di Papa Francesco e il suo stesso motto episcopale ci hanno mostrato un’attenzione tutta particolare alle persone dei poveri (materialmente poveri, ma anche moralmente, spiritualmente ed esistenzialmente poveri) e degli “scartati”. Un’attenzione che gli ha attirato critiche da parte di chi non capiva (e non capisce) la radice evangelica e cristologica di questa attenzione, che è tutta racchiusa nel brano evangelico in cui il Cristo si identifica nel povero e nel bisognoso, che sono i suoi “fratelli più piccoli” (Matteo, 25, 40-45.). E il suo stesso motto episcopale ha come contenuto la misericordia: «Miserando atque eligendo» che significa “Provando compassione e scegliendo”. È il gesto con cui Gesù incontra Matteo il pubblicano e lo chiama a essere suo discepolo e apostolo, secondo il commento che san Beda fa di Matteo, 9, 9. Non a caso, lo stesso Francesco ha voluto dedicare il suo primo “Anno santo” (2015-2016) al tema della misericordia (Misericordiae vultus, «Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre» recita l’incipit della bolla di indizione) e ha fatto della misericordia una delle chiavi di lettura del suo agire pastorale e del suo magistero.

In questi otto anni di pontificato Papa Francesco ha certamente sottolineato una serie di temi francescani. Di fatto si tratta di temi che sono prima di tutto appartenenti alla grande tradizione della Chiesa e quindi a ogni cristiano. Basterebbe leggere qualcuna delle omelie di san Basilio Magno e di san Giovanni Crisostomo, oppure di sant’Agostino e di sant’Ambrogio per rendersene conto. I cosiddetti temi “francescani” non sono esclusivi dell’Ordine, degli istituti e dei movimenti che si rifanno a san Francesco d’Assisi, ma sono in certo qual modo comuni alla spiritualità cristiana. Non dimentichiamo mai che ai primi frati mandati in missione san Francesco, dopo aver chiesto di non fare liti o dispute e di mettersi a servizio di tutti per amore di Dio, aggiunge semplicemente: «e confessino di essere cristiani» (Regola non bollata xvi , 6). Quando pensa alla propria vocazione e a quella dei suoi frati, Francesco non pensa a una forma di vita “francescana”, in cui lui è il modello, ma a un “seguire le orme di nostro Signore Gesù Cristo”, a una forma di vita semplicemente cristiana, della quale la regola e la forma è il Vangelo. E volendo dare un nome a quella realtà di vita consacrata che nasce quando altri chiedono di condividere la sua scelta, Francesco sceglie semplicemente il nome evangelico di fratres minores, con un evidente richiamo evangelico ai “fratelli più piccoli” (Matteo, 25, 40-45, citato dalla Compilatio assisiensis 101, 11 nella forma: «Quod uni ex his minoribus fratribus meis fecistis michi fecistis») ma anche con un richiamo a quei minores che — per usare il vocabolario di Papa Francesco — erano gli “scartati” della società medievale. Fraternità e minorità stanno assieme nel nome di Gesù, l’unico Maestro. Nel capitolo ix della Regola non bollata leggiamo infatti: «E [i frati] devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada» ( ix , 2).

Certamente i temi evidenziati da Papa Francesco sono temi caratteristici e comuni anche della spiritualità francescana. Il tema della fede, al quale ha dedicato la prima enciclica Lumen fidei (2013), ci riporta alla preghiera del giovane Francesco che al Crocifisso di san Damiano chiedeva: «Illumina le tenebre de lo core mio» e «dame fede retta, speranza certa e carità perfetta»; e per quelli che chiedono di abbracciare la sua forma di vita il Poverello chiede che siano esaminati «sulla fede e i sacramenti» (cfr. Regola bollata ii , 2).

Il tema del ritorno al Vangelo e del Vangelo come regola di vita da trasmettere prima con la testimonianza della vita e poi anche con l’annuncio caratterizza l’esortazione apostolica Evangelii gaudium e ha il suo parallelo nell’inizio della nostra Regola (in Regola non bollata i , 1 leggiamo: «La regola e la vita di questi fratelli è la seguente, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire l’insegnamento e le orme del Signore nostro Gesù Cristo»; e in Regola bollata i, 1 troviamo: «La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità»). Nei capitoli che san Francesco dedica alla missione e alla predicazione, sia nella Regola non bollata del 1221 (capitoli xvi e xvii ) sia nella Regola bollata del 1223 (capitoli ix e xii ) viene nuovamente privilegiata la testimonianza della vita rispetto a quella della parola che ne è complementare. Così nei tanti racconti agiografici che parlano della “predica del buon esempio” che è ritenuta più efficace di quella fatta a parole.

Il tema della cura per le creature e della fraternità è esplicitato in due encicliche, la Laudato si’ (2015) e la Fratelli tutti (2020). In mezzo c’è la visita al Grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, in Egitto (2017), e la firma congiunta con lo stesso Grande imam ad Abu Dhabi del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune (2019). Le due encicliche si ispirano esplicitamente a due scritti di san Francesco (prendono il titolo dall’incipit del Cantico di frate sole o delle Creature e dell’Ammonizione vi ), ma si ispirano anche e soprattutto al modo di fare di Francesco che è fraterno verso ogni creatura perché ha scoperto che ogni creatura sgorga dall’amore «creatore, redentore, consolatore e salvatore» (Pater, 1) del Dio Uno e Trino e di Lui, porta significatione. Il terzo documento si ispira, anch’esso esplicitamente, all’incontro di san Francesco con il sultano Al-Malik Al-Kamil, avvenuto a Damietta in piena quinta crociata nel settembre del 1219.

È evidente che per noi francescani tutto questo costituisce una salutare scossa e una provocazione. Non si tratta di volerci “appropriare” dei gesti e del magistero di Papa Francesco, si tratta piuttosto di sentire che dobbiamo anche noi essere in prima linea nel portare avanti gli elementi più tipici e caratteristici della nostra identità e della nostra spiritualità, sapendo che di questo hanno bisogno oggi la Chiesa e il mondo.

Credo che il senso del nostro essere francescani oggi lo abbia sintetizzato per noi lo stesso Pontefice nel messaggio che ha rivolto al nostro Capitolo generale lo scorso 15 luglio e del quale vorrei citare almeno un paio di passaggi: «Vi incoraggio ad andare incontro agli uomini e alle donne che soffrono nell’anima e nel corpo, per offrire la vostra presenza umile e fraterna, senza grandi discorsi, ma facendo sentire la vostra vicinanza di fratelli minori. Ad andare verso una creazione ferita, la nostra casa comune, che soffre di uno sfruttamento distorto dei beni della terra per l’arricchimento di pochi, mentre si creano condizioni di miseria per molti. Ad andare come uomini di dialogo, cercando di costruire ponti al posto dei muri, offrendo il dono della fraternità e dell’amicizia sociale in un mondo che stenta a trovare la rotta di un progetto comune. Ad andare come uomini di pace e di riconciliazione, invitando coloro che seminano odio, divisione e violenza alla conversione del cuore, e offrendo alle vittime la speranza che nasce dalla verità, dalla giustizia e dal perdono». E poche righe dopo, a mo’ di conclusione ha aggiunto: «Cari fratelli, l’Altissimo, Onnipotente, Bon Signore vi faccia essere e diventare sempre più testimoni credibili e gioiosi del Vangelo; vi doni di condurre una vita semplice e fraterna; e vi porti sulle strade del mondo a gettare con fede e con speranza il seme della Buona Notizia».

Essere francescani al tempo di Papa Francesco per me vuol dire prendere sul serio tutto questo e sapere che tutto questo non è qualcosa su cui noi possiamo rivendicare un monopolio o vantare l’esclusiva. Anzi tutto ciò noi dobbiamo essere gioiosi di condividere, proprio perché questo è ciò che in realtà oggi, anche attraverso il magistero di questo Pontefice, «lo Spirito dice alle Chiese» (Apocalisse, 2, 7).

di Francesco Patton
Custode di Terra Santa


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