L'OSSERVATORE ROMANO
160 anni di storia guardando il futuro

Quando gli occhi dei grandi
sono rivolti altrove

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
03 luglio 2021

Non è proprio semplice trovare un barlume di speranza in mezzo alla versione brasiliana della pandemia di covid-19. Mentre sto scrivendo è solo una questione di tempo, un paio di settimane al massimo di “tutto come al solito”, perché il mio Paese raggiunga la spaventosa cifra di mezzo milione di morti direttamente collegate alla diffusione del Sars-cov-2. Finora ogni 100.000 brasiliani 230 sono morti di covid-19, un tasso più alto di quello dell’Italia, della maggior parte dei paesi Europei e di quasi tutte le altre nazioni nel mondo.

Come ovunque, il virus ha predato nella disuguaglianza, nella “nazionalizzazione dell’indifferenza”. Se sei nero o meticcio a San Paolo, la città più grande del Brasile, la probabilità di morire a causa del nuovo coronavirus è più alta rispettivamente del 77% e del 42% rispetto agli abitanti bianchi. Analoghi aumenti del rischio riguardano anche i brasiliani che guidano camion o autobus, le donne delle pulizie, senza le quali il nostro ceto medio sembra non poter vivere, i dipendenti dei supermercati e gli uomini delle consegne. E per questa malattia qui sono morti anche più di 2.000 bambini da 0 a 9 anni, il secondo tasso più alto al mondo.

Data la nostra iniqua struttura sociale, controllare la pandemia sarebbe una battaglia in salita perfino se facessimo tutto nel modo giusto, ma purtroppo nulla è stato più lontano dalla realtà. I governi statali e municipali nel migliore dei casi hanno risposto in modo erratico, mentre il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, non ha perso occasione per sminuire attivamente il distanziamento sociale, l’uso della mascherina e perfino l’acquisto di vaccini, paragonando vergognosamente la pandemia a una “leggera influenza” e ridendo mentre mimava le difficoltà respiratorie di un paziente malato di covid-19.

La grande dimensione della tragedia non sarà mai enfatizzata abbastanza, ma si tratta solo di una metà del quadro generale. La pandemia ha anche fatto emergere il meglio in molti brasiliani, e ciò è avvenuto in modo particolare a partire dal basso, quando migliaia di volontari di tutte le estrazioni sociali si sono resi conto che all’ignoranza, incompetenza e disumanità del governo bisognava rispondere con creatività, compassione e solida conoscenza scientifica.

Visti spesso semplicemente come ostacoli al progresso economico, centinaia di gruppi etnici indigeni del Brasile sono stati colpiti con particolare forza dalla prima ondata della pandemia e sono anche stati presi di mira da gruppi che diffondevano disinformazione sulla sicurezza dei vaccini e su cosiddette cure miracolose che non si sono mai concretizzate. Stanno comunque riuscendo a reagire.

Non appena i vaccini sono stati approvati dalle agenzie regolatorie nazionali, l’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (Apib), che ha tra i suoi membri tribù di ognuno dei 26 Stati del Paese, ha dato inizio a una campagna intitolata «Vacina Parente!» (“Vaccinati, parente!”). “Parente” è come gli amerindi brasiliani si riferiscono oggi gli uni agli altri anche quando appartengono a gruppi etnici diversi, e lo slogan d’effetto mostra come la campagna stia usando tecniche di “inculturazione” intelligenti per diffondere la parola sull’importanza della vaccinazione, unendola alla medicina tradizionale ogni volta che è possibile.

Nella regione dell’Alto Rio Negro, un angolo relativamente isolato del bacino amazzonico, lavoratori indigeni e antropologi stanno stampando brevi ed efficaci guide sull’immunizzazione in portoghese e in tre lingue indigene ufficiali: nheengatu, tukano e baniwa. Stanno anche utilizzando la radio della comunità, che è spesso l’unico mezzo di comunicazione tra villaggi remoti. Al tempo stesso, l’Apib sta lottando perché nella vaccinazione prioritaria siano incluse le comunità indigene — il cui diritto ai loro territori tradizionali non è stato ancora ufficialmente riconosciuto — e coloro che ora vivono nelle città.

Nella favela di Paraisópolis, con i suoi 100.000 abitanti e le sue infrastrutture precarie proprio al centro di San Paolo, dove l’acqua corrente è un lusso e di solito non sono disponibili ambulanze municipali, leader della comunità come Gilson da Cruz Rodrigues hanno dovuto trovare modi per combattere la pandemia e dare da mangiare alla loro gente. Una parte centrale della loro risposta è stata quella di lavorare con “presidenti di strada” informali, vale a dire più di 600 volontari, l’85% dei quali donne, che sono diventati responsabili di 50 case vicine.

Tra i loro compiti quotidiani c’era il monitoraggio di casi sospetti di covid-19 e la distribuzione porta a porta di generi alimentari di base e prodotti per l’igiene personale. Contemporaneamente, il comitato di Paraisópolis è riuscito a noleggiare ambulanze e assumere operatori sanitari per diversi mesi e trovare lavoro a oltre un migliaio di donne delle pulizie e altri lavoratori attraverso un’iniziativa soprannominata «Favela LinkedIn». Il modello dei “presidenti di strada” è stato adottato da altre favelas in tutto il Brasile.

Negli ultimi vent’anni ho scritto di scienza e tecnologia, anche di virologia e ricerca biomedica. Come giornalista scientifico sto facendo del mio meglio per spiegare ciò che l’attuale pandemia significa per la salute umana e la nostra “cura per la nostra casa comune”. Ovviamente è questo il mio lavoro, ma una delle esperienze che mi ha reso più umile e gratificato in questi tempi difficili è stato constatare come giovani scienziati e perfino studenti universitari sono riusciti a unire le forze, con l’ausilio dei social media, per aiutare le persone in generale a gestire le complessità di una malattia nuova e spesso terrificante, a proteggere se stesse, i loro cari e i loro vicini, a dissipare i pregiudizi e le paure infondate. Di solito senza guadagnare un centesimo e spesso dedicandovi tempo prezioso che avrebbero potuto investire nella loro vita professionale e personale, hanno aiutato milioni di brasiliani a capire qual è la posta in gioco.

I social media, come abbiamo ripetutamente visto negli ultimi anni, non sono esattamente una forza per il puro bene. Instagram può essere un focolaio di futilità, proprio come Twitter e YouTube possono diventare motori di odio. Ma Twitter è anche il luogo dove la gente può leggere analisi esaurienti e didattiche su come avanza la trasmissione di Sars-co v -2 nelle principali città brasiliane, gentile concessione di scienziati e analisti di Rede Análise covid-19 (@analise_covid19). È anche il luogo dove trovare informazioni dettagliate e perfino link quotidianamente aggiornati per la vendita di mascherine che offrono una buona protezione contro il coronavirus, in profili come Qual Máscara? (@qualmascara). E video di biologi, scienziati biomedici e altri membri di Science Vlogs Brasil hanno aiutato le persone che non hanno accesso agli organi di stampa tradizionali a comprendere l’impatto reale della pandemia.

Le ferite profonde inferte al nostro tessuto sociale dal covid-19 non scompariranno tanto presto. Ma è fonte di profonda consolazione comprendere che abbiamo sorgenti intatte di coraggio, resilienza e speranza e che molti di noi non si sono mai tirati indietro dinanzi al compito di curare, qualunque fosse il costo. Con le parole di J.R.R. Tolkien, l’autore cattolico che forse più ha contribuito a forgiare l’immaginario umano nel XXI secolo: «Eppure tale è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo, che sono spesso le piccole mani ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi sono rivolti altrove».

di Reinaldo José Lopes,
«Folha de S.Paulo»


Leggi anche:

160 anni di storia guardando al futuro
di Papa Francesco

Storie di strada e di riscatto sociale
di Stefano Lampertico

La voce delle macchine
di Gianni Riotta

Gettare il cuore oltre l’ostacolo
di Paolo Ruffini

Insegnare l'accoglienza per capire chi siamo
di Lucio Caracciolo

Ricominciare ogni giorno partendo dalla verità
di Javier Moreno

Fedeltà e creatività
di Andrea Monda

Come la tenda di Abramo aperta su tutti i lati
di Maurizio Molinari

Uno schiaffo per pensare anche contro noi stessi
di Jérôme Fenoglio e Jérôme Gautheret