L'OSSERVATORE ROMANO
160 anni di storia guardando il futuro

La voce delle macchine
e il diritto alla verità

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03 luglio 2021

L’argomento che più ha interessato i miei studenti, in questa stagione di pandemia, all’Università di Princeton e al Master Giornalismo digitale Luiss, è stato gpt-3, sistema di scrittura automatica varato nel 2020 dall’istituto Open AI. Si tratta di algoritmi neurali che, assorbendo oltre 175 miliardi di “sinapsi” informative ricavate dal nostro sapere online, dai classici dell’antichità alle -newsletter odierne, producono testi capaci di reggere il confronto con quelli composti da esseri umani. gpt-3 sa “scrivere”, se gli proponete una pagina tratta da Il vecchio e il mare di Hemingway ne continua il testo, con logica e rigore. Presto, hanno spiegato scienziati e artisti che hanno partecipato ai seminari, organizzati in collaborazione con Pirelli, Giuseppe Italiano, Debasish Pattanayak e Vladimir Alexeev, libri, giornali, telegiornali, blog, podcast, verranno curati non da redattori, ma da Intelligenza artificiale modello gpt-3. Le macchine scriveranno per noi.

Nel 1967, quando i computer occupavano piani interi di poche aziende, lo scrittore Italo Calvino lesse una conferenza visionaria, dal titolo «Cibernetica e fantasmi». Scandalizzando i conservatori, Calvino previde correttamente che i computer avrebbero scritto romanzi e poesie, e spiegò che tutta la letteratura, fin dall’epica primitiva, si basa su algoritmi strutturati. Chi non si scandalizzò fu il poeta Nanni Balestrini, che nel 1961-1962 aveva originato la prima poesia al computer, Tape Mark i , elaborando, con l’assistenza dell’ingegnere Alberto Nobis, su un monumentale IBM 7070, versi combinati via algoritmi. Tra le fonti della scrittura automatica erano il Diario di Hiroshima, di Michihito Hachiya, sopravvissuto alla bomba atomica 1945, e il classico della spiritualità orientale Tao Te Ching, di Lao Tse.

I primi versi della poesia creata da una macchina,

«La testa premuta sulla spalla, trenta volte
più luminoso del sole, io contemplo il loro ritorno
finché non mosse le dita lentamente e, mentre la moltitudine
delle cose accade, alla sommità della nuvola
esse tornano tutte, alla loro radice, e assumono
la ben nota forma di fungo cercando di afferrare»

si leggono ancora con sgomento e compassione, testimonianza meccanica dell’orrore nucleare. I critici vecchia scuola tacciarono Tape Mark i come polpettone illeggibile. Presago, Balestrini ribatté di non aver voluto evocare i poeti classici, ma ascoltare “la voce della macchina”.

Oggi “le voci delle macchine” sono ubique e, in una conferenza al Council Italy-Usa, il professor Francesco Marconi della Columbia University, che ha creato sistemi di Intelligenza artificiale per i media con il saggio Newsmakers: Artificial Intelligence and the Future of Journalism, ha sostenuto che, entro questa decade, l’AI sarà di uso quotidiano nelle redazioni. Calvino e Balestrini ne sarebbero lieti, ma altre voci si levano, preoccupate per il lavoro dei cronisti e la libertà d’opinione. Chi produrrà e controllerà gli algoritmi, i governi o le monopolistiche piattaforme social? Lo stesso gpt -3 solleva, con il suo potere, angosce, Open AI teme che diventi arma delle centrali internazionali di disinformazione, e per questo il linguaggio AI non viene rilasciato al pubblico, ma riservato a pochi specialisti. Non facciamoci, però, illusioni, tanti Paesi sono al lavoro su sistemi analoghi e presto un prototipo gpt - x sarà fra noi, con onnivora cultura.

La parabola dei computer che scrivono da soli, involuta da utopia artistica a strumento politico, ci rimanda brutale alle scelte da affrontare. Siamo luddisti nel cuore, impotenti ad afferrare con la mente non la potenza, ma la “voce” delle macchine. Restiamo ipnotizzati dalla tecnologia, senza afferrarne i dilemmi strategici. Il filosofo Nietzsche diceva «Se guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarderà» e possiamo parafrasarlo: ascoltando, fin da bambini, la voce delle macchine, la nostra anima parlerà come loro.

Conosco bene i fantasmi che la nuova realtà suscita, il fisico Stephen Hawking era certo che AI ci avrebbe reso schiavi, il tecnologo Ray Kurzweil vaticina il giorno della “Singularity”, quando umani e macchine si fonderanno bionici, il critico Hans Moravec predica l’avvento dell’era “post-umana”, ibrido di persona e macchina. Il passo falso che tutti insieme stiamo compiendo, il peccato originale che ci lega sempre agli esordi di ogni rivoluzione tecnologica, e questa è la più drammatica perché non muta solo il nostro modo di produrre, ma la nostra intima natura, è tuttavia lasciarci sedurre dalle macchine, trascurando la parallela reazione umana. La tecnologia non è, in sé, “buona o cattiva” ma, come scriveva lo storico Melvin Kranzberg nella sua i Legge della Tecnologia, «neppure neutrale». È specchio, ci rimanda irriducibile a noi stessi, il turbamento che squassa il nostro tempo riguarda noi, non il web.

Nel suo Messaggio per la 52a Giornata delle comunicazioni sociali 2018, Papa Francesco annotava che «In gioco… c’è la nostra bramosia. Le fake news diventano spesso virali, ovvero si diffondono in modo veloce e difficilmente arginabile, non a causa della logica di condivisione che caratterizza i  social media, quanto piuttosto per la loro presa sulla bramosia insaziabile che facilmente si accende nell’essere umano. Le stesse motivazioni economiche e opportunistiche della disinformazione hanno la loro radice nella sete di potere, avere e godere, che in ultima analisi ci rende vittime di un imbroglio molto più tragico di ogni sua singola manifestazione: quello del male, che si muove di falsità in falsità per rubarci la libertà del cuore. Ecco perché educare alla verità significa educare a discernere, a valutare e ponderare i desideri e le inclinazioni che si muovono dentro di noi, per non trovarci privi di bene “abboccando” ad ogni tentazione». Vero, dunque, che la potenza di social media, Google, Facebook, Twitter, Apple, amplifica l’eco delle menzogne, ma a fecondarle nell’opinione pubblica è la tragica epidemia di sfiducia in corso. Il Papa mise in esergo al messaggio di tre anni fa il versetto del Vangelo di Giovanni che è speranza di ogni comunicatore di buona volontà, «La verità vi farà liberi» (Gv 8, 32), eppure in quelle stesse pagine si leva il monito terribile, per metterci in guardia contro la piaga della disinformazione, «Gli uomini preferirono le tenebre alla luce» (Gv 3, 19) scelto a sua volta come esergo da Leopardi per i desolati versi de La Ginestra. Come testimoniano i dati dello European Social Media Observatory, la menzogna si sceglie, non solo per la pervasiva capillarità dei social media, ma soprattutto per la sfiducia rampante, che fa preferire una menzogna rassicurante, a una verità percepita come complessa e artificiale.

A lungo, il relativismo dei filosofi postmoderni ha predicato che non esistono “verità”, che la “realtà” è un’ubbia, che “fatti” e ”oggettività” sono paradigmi imposti da culture obsolete. Finché, come sembra riconoscere adesso con rimpianto uno dei pionieri di questa scuola, Bruno Latour, le eleganti teorie, ammantate da linguaggi arcani, sono rimaste nella Torre d’Avorio dei campus universitari, si trattava di hobby accademico. Quando l’universo digitale ha disseminato ovunque la sfiducia verso la verità, cancellando il “diritto aletico”, al vero, postulato dalla filosofa Franca De Agostini, società e democrazie si sono perdute nella cacofonia del dissennato nichilismo.

Richiamano invece a quello che il filosofo Bertrand Russell, con urgenza angosciata, chiamava «senso di realtà», le parole del Papa, da Fratelli tutti e Laudato si’: «Il relativismo non è la soluzione. Sotto il velo di una presunta tolleranza, finisce per favorire il fatto che i valori morali siano interpretati dai potenti secondo le convenienze del momento. Se in definitiva “non ci sono verità oggettive né principi stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, […] non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno. […] Quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare”».

Contro questa proposta, l’armata nichilista chiede cinica: chi decide cosa sia la verità? La politica, la cultura, le religioni, la scienza, i media, le piattaforme social? Il disincanto relativista, che attacca sfrontato anche “l’etica della verità”, vuol corrodere la fiducia, valore che, alla soglia dei cento anni, l’ex segretario di Stato Usa George Shultz definì «bene centrale della vita pubblica». Come Ponzio Pilato, il nichilista ci chiede beffardo dai network digitali «Quid est veritas», “Cosa è la verità”, negando indifferente che ce ne sia alcuna. Credenti e non credenti, tutti coloro che non intendono rinunciare “al senso della realtà”, perdendosi nell’impotenza indifferente, possono dunque meditare la replica di Gesù al Procuratore romano (Gv 18, 37), l’invito equanime a «Rendere testimonianza alla verità». Non si tratta, nella campale battaglia contro il falso che deciderà della nostra epoca, di arrogarci il laticlavio della “Verità”. Si tratta, con quotidiana umiltà ma con il carisma che ne deriva, di faticare a “rendere testimonianza alla verità”, strada che, ne sono certo, prevarrà infine contro odi e menzogne. Per chi le userà in questo spirito, le macchine saranno alleate, mai nemiche.

di Gianni Riotta,
Twitter @riotta


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