· Città del Vaticano ·

Nell’anniversario della morte di Papa Roncalli (3 giugno 1963)

Le ultime parole
di Giovanni XXIII

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
04 giugno 2021

Il 3 giugno 1963 moriva Papa Giovanni XXIII. Il ricordo di Angelo Giuseppe Roncalli si unisce oggi a quello di dom Ghislain Lafont — il monaco e teologo benedettino morto lo scorso 11 maggio a 93 anni — che nel 2013 fu invitato a Sotto il Monte per celebrare il cinquantesimo anniversario della morte del Pontefice. Riproponiamo di seguito la meditazione che Lafont tenne in quell’occasione e che è stata pubblicata quasi per intero sul numero 3/2013 di «Munera», la rivista europea di cultura edita da Cittadella.

Non posso nascondere che il fatto di essere tra di voi, qui a Sotto il Monte, per celebrare il cinquantesimo anniversario della morte di Papa Roncalli, mi commuove profondamente. Viene alla mia memoria la prima volta che lo vidi: era il 22 di luglio 1946: ero diciottenne, novizio nel monastero francese Sainte Marie de la Pierre qui Vire. Lui aveva presieduto a Vézelay, un santuario non lontano da noi, un gran pellegrinaggio di penitenza, di riconciliazione e di speranza dopo la seconda guerra mondiale. Poi era venuto a pernottare nell’abbazia; la sera, ci aveva intrattenuti nella sala capitolare; occupava la sede dell’abate, alla quale noi novizi eravamo vicinissimi.

I miei ricordi sono vivissimi: di questa serata, anche della messa che celebrò l’indomani in chiesa, in una maniera direi “bergamasca” alla quale non eravamo abituati! Nessuno di noi comunque immaginava che questo nunzio, piccolo, tondo, loquace, senza pretesa, semplice, sarebbe stato il successore dell’immenso Pio xii , poi il Papa del concilio. Non sapevo neanche io, che dopo la sua morte il 3 giugno 1963, lui sarebbe stato così presente al mio fianco per placarmi nei momenti difficili col suo motto «Oboedientia et pax»; per darmi fiducia e audacia nel giudizio sulle situazioni della Chiesa e del mondo, nel lavoro teologico anche con la parola liberatrice che ti spinge avanti: «Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». Non penso di essere mai passato a Roma senza andare a pregare sulla sua tomba, prima nelle Grotte Vaticane, e dopo il 2000 nella basilica laddove l’hanno messo.

Eccomi allora di fronte a voi, sacerdoti bergamaschi, ai quali lui teneva e tiene ancora come alla pupilla dei suoi occhi! Nel 1927, ad esempio, ricordava «la buona tradizione del clero bergamasco, tradizione di disinteresse e di sacrificio, di lavoro e di fedeltà, non solo per conservare, ma per accrescere le energie sante di un popolo robusto, e fiero della fede dei suoi padri» (Mario Benigni - Goffredo Zanchi, Giovanni xxiii , San Paolo, 2000, p. 45). Capite dunque che non posso rivolgermi a voi in veste di storico o di teologo come se non fossi impegnato, inserito nel mistero santo della vocazione del tutto unica di Angelo Roncalli, nella storia della salvezza che continua oggi in ciascuno di noi. Ci sarà, spero, un po’ di riflessione spirituale, ma forse anche qualche elemento di testimonianza.

Essendo oggi più anziano di quanto non fu Giovanni xxiii (è morto a 83 anni, sono ancora vivo a 85!), posso sperare nell’indulgenza concessa agli anziani... Mi avvarrò però di una testimonianza molto più valida, cioè quella di un altro santo, Frère Roger, fondatore della comunità di Taizé, ucciso nel 2006. Di lui è appena uscito un volumetto dal titolo: A la joie, je t’invite: “Alla gioia t’invito”. In esso, troviamo qualche passaggio del diario del 1963 e anche un capitolo su Giovanni xxiii che stava scrivendo quando morì.

La nostra meditazione di oggi si fermerà sulla morte stessa di Giovanni xxiii . Andremo in punta di piedi nella stanza dove stava morendo, contempleremo la figura del morente, ascolteremo le sue parole e faremo tesoro di tutto per ritrovare la grazia e il carisma allora concessi alla Chiesa e che rimangono per essa un dono e un appello costanti.

La morte del Papa


Ritorniamo insieme al 3 giugno 1963. Alla fine del mese di maggio di quell’anno mi trovavo in un ospedale nei dintorni di Parigi, dove l’abate mi aveva inviato per sostituire per qualche giorno il cappellano, anche lui benedettino, assente per non so quale ragione. Erano gli ultimi giorni di vita di Papa Giovanni. Rimasi colpito dal clima del tutto eccezionale che si respirava in ospedale: nelle camere dei pazienti, negli uffici dei medici, degli infermieri e del personale di servizio, i transistor (una delle innovazioni tecnologiche del momento!) erano accesi per raccogliere le ultime notizie del Papa e per non perdere il contatto con lui durante gli ultimi momenti della sua vita. Il tempo e lo spazio sembravano come sospesi, concentrati su quella stanza del Vaticano nella quale il Papa stava morendo. Si capiva che il doloroso evento, atteso e ora vissuto, era qualcosa di personale, che riguardava ciascuno: donna o uomo, credente o indifferente.

Di quel giorno, frère Roger, il fondatore di Taizé, ha scritto: «Il 3 giugno 1963, venni a sapere della morte di Giovanni xxiii poco prima di andare con i fratelli alla preghiera della sera. Alla fine della preghiera avrei voluto dire qualche parola sulla fiducia che ci era stata accordata, al cuore stesso della Chiesa, da questo Papa tanto amato. Le parole però non mi vennero. Era come se la terra fosse franata sotto ai miei piedi. Dal profondo sorgeva in me una domanda: quale futuro avrà Taizé senza Giovanni xxiii ?». Nel diario di frère Roger leggiamo ancora: «La morte di Papa Giovanni xxiii mi ha fatto un’impressione profonda. Una sicurezza umana mi è stata improvvisamente tolta. In quel momento mi sono reso conto fino a che punto egli sia stato di sostegno alla nostra vocazione, quale padre egli sia stato per noi». E, ancora, qualche mese dopo: «La morte di Giovanni xxiii ha rappresentato per me una prova che dura ancora. È il terzo lutto nella mia esistenza di uomo. In lui mi era stato dato un padre, un padre che vuole bene a ogni uomo».

L’ultima conversazione con Cristo


Mentre tutto il mondo si volgeva in questo modo verso di lui, che cosa faceva il Papa morente nella sua stanza, che ci permetta di comprendere il silenzio, l’emozione, l’attesa che — da tempo — l’avvolgevano? Il Papa guardava al Crocifisso: «Egli mi guarda ed io gli parlo. Nelle lunghe e frequenti conversazioni della notte, il pensiero della redenzione del mondo mi è apparso più urgente che mai. Et alias oves habeo, quae non sunt ex hoc ovili - “ho altre pecore che non sono di questo ovile”. Quelle braccia dicono che lui è morto per tutti, per tutti: nessuno è respinto dal suo amore, dal suo perdono. Ma è particolarmente l’unum sint che il Cristo ha affidato come testamento alla Chiesa sua» (Benigni-Zanchi, lop. cit., p. 429). Durante le sue ultime ore, Giovanni xxiii mantiene dunque l’abitudine di conversare con Gesù. Perché proprio di un’abitudine si trattava. Dalla sua biografia emergono alcune sue reazioni in occasione di momenti importanti della sua vita. Quando riceve a Istanbul il telegramma della sua nomina a nunzio a Parigi, scrive: «Resto sorpreso e sbigottito. Mi reco alla cappella per chiedere alla mia anima innanzi a Gesù se debbo sottrarmi al peso della croce, o accettarla come tale e nient’altro» (Ivi, p. 229). Quando poi arriva la nomina a Patriarca di Venezia: «Preso il tempo sufficiente per confidarmi nel Signore e riflettere...» (Ivi, p.261). Quando, nel 1958, gli viene proposto di divenire segretario della Congregazione concistoriale, risponde — non senza umorismo — a mons. Dell’Acqua: «Prendo il tempo per riflettere con calma, per parlare e consultare umilmente il Signore. Faccio seguire la mia colazione ed un’oretta di riposo tranquillo; e mentre la campana di San Marco dà il tocco dell’Agonia di Gesù; alle 15 in punto, Le scrivo la risposta alla sua domanda» (Ivi, p. 286). Possiamo immaginare che Giovanni avesse acquistato da molto tempo tale abitudine di parlare con il Signore e di consultarlo in occasione delle decisioni più importanti: era come un habitus per lui. Testimonia frère Roger: «Nel febbraio 1963, ci confidava il suo modo di prendere le decisioni: “Parlo con Dio” — poi un silenzio — “Oh! molto umilmente, oh! molto semplicemente”. E aggiunge un’osservazione sorprendente: “Una parola allora mi è donata; deve però essere trasmessa agli altri, e così accade che questa parola, rimasta per un po’ ferma nella gola, poi finisca per uscire”» (mentre scrivo queste pagine sto leggendo la lettera pastorale del cardinale C.M. Martini, Partenza da Emmaus del 1983. Vi trovo un passaggio ispirato alla figura di san Carlo Borromeo, tanto cara anche ad Angelo Roncalli: «Sotto la guida di [...] san Carlo, arriviamo a intuire anzitutto che la missione nasce da un profondo amore a Gesù Cristo, dalla contemplazione del Crocefisso. Contemplandolo vediamo nella croce il gesto supremo dell’amore di Dio per l’uomo. Partecipiamo all’agonia mortale di Gesù, ci sentiamo anche noi come “lacerati” tra la fedeltà assoluta al Padre e la fedeltà senza pentimento all’uomo che rifiuta Gesù e il Padre. Partecipiamo alla sua “compassione” [cfr. Mt 9, 35] per gli uomini che non sanno fino a che punto Dio li ha amati o, pur sapendo tutto questo, non corrispondono a tanto amore»).

Gesù, morto per tutti, per tutti


Al momento della sua morte, quale parola gli esce dunque dalla gola? Quale parola in occasione della sua ultima conversazione con Cristo? L’abbiamo appena letto: un’ultima e profondissima intelligenza della Redenzione, ovvero del desiderio che abita il cuore di quel Cristo crocifisso che egli contempla dal suo letto; una volta di più è dato ad Angelo Roncalli di «comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (Ef 3)»: Gesù uomo per tutti, per tutti, per l’umanità intera da Lui creata: ut sint unum, ut sint unum. Giovanni xxiii fa sua l’immensità dell’amore di Dio al fine di comunicarla a tutti e a ciascuno. Sul letto di morte, il Papa è totalmente impregnato di quello che si potrebbe chiamare instinctus interior amoris: l’istinto interiore dell’amore. Finalmente egli ha compreso!

Il Vangelo: cominciamo a comprenderlo meglio


Il Papa traccia, con queste parole, una nuova immagine di Chiesa. L’aveva descritta qualche momento prima: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e dovunque il diritto della persona umana e non solo quelli della Chiesa cattolica». Dopo un accenno al discorso d’apertura del concilio Gaudet Mater Ecclesia, aggiunge quindi: «Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio» (Benigni-Zanchi, op. cit., p. 428).

Dobbiamo meditare in profondità su questa affermazione. Scrivendo queste pagine, mi sono chiesto cosa essa significhi e mi è venuto in mente il giovane chierico Roncalli, il giovane prete tanto radicato nella tradizione tridentina — da san Carlo Borromeo a Papa Leone xiii —, tanto fedele agli esercizi spirituali più classici, alle buone letture, a tante devozioni — soprattutto al Sacro Cuore di Gesù e alla Madonna — così come erano praticate e vissute a quel tempo. Non aveva forse, fin da allora, «cominciato a comprendere il Vangelo»? Credo che l’avesse compreso molto bene: proprio per questo poteva avvertire di essere soltanto all’inizio. La perla del Vangelo l’aveva ritrovata nello scrigno della devozione ottocentesca; aveva vissuto di Vangelo: la fedeltà al Vangelo connessa all’esperienza della vita l’aveva però condotto, poco a poco, a distinguere il gioiello dallo scrigno, l’aveva portato a intravedere una nuova stagione nello sviluppo della conoscenza che i cristiani hanno del Vangelo. Egli possedeva il Vangelo fin dall’inizio, così come lo possedevano i suoi antenati di Sotto il Monte e i santi del passato. Tutti l’avevano fedelmente messo in pratica sulla base delle ispirazioni ricevute dalla Tradizione e attraverso gli strumenti umani di intelligenza e di interpretazione. Il Papa, però, al termine di una vita di fedeltà al Vangelo, parla di un “novum”: di qualcosa di nuovo che fino ad allora non era stato compreso, e per comunicare il quale non si possedevano comunque le parole adeguate. È possibile? Credo di sì. Il criterio di verità di un tale “novum” è che, una volta emerso, esso è capace di ricapitolare tutta l’intelligenza precedente rivelandone il significato autentico, il giusto senso, permettendo così una nuova lettura della realtà della fede, della Chiesa, della cultura, del mondo, e invitando così a un nuovo modo di agire.

Non solo la Chiesa cattolica, ma l’uomo in quanto tale


In che cosa consiste questo “novum”? Nel fatto che il Vangelo non è solo per la Chiesa, ma per gli uomini, per tutti gli uomini. Di conseguenza la Chiesa è essenzialmente profetica in un doppio senso: in quanto rende testimonianza non a se stessa ma a Gesù Cristo, e in quanto modella la propria parola su Gesù in modo tale che gli uomini possano riceverla. Forse sta proprio qui il vero senso del famoso aggiornamento: capire, mediante lo Spirito, la corrispondenza nascosta fra l’Evangelo immutabile di Cristo e l’attesa — anch’essa nascosta — dell’uomo di oggi. D’altra parte, la Chiesa è profetica anche perché cerca di individuare ovunque — in ogni uomo e in ogni gruppo di uomini — il cammino nascosto del Vangelo, per riconoscerlo e per confermarlo: il che richiede continuamente una conversione, alla Chiesa e agli uomini. In questo senso, un certo decentramento della Chiesa da se stessa è una condizione fondamentale dell’annuncio del Vangelo. Possiamo cogliere più chiaramente questo messaggio nel discorso inaugurale del concilio, laddove il Papa parla dell’unità non solo voluta, ma bramata da Cristo stesso: unità per la quale il Signore ha sacrificato tutto, anche il successo immediato della sua missione divina. Sono parole spesso citate: «Unità dei cattolici tra loro, solida ed esemplare; unità dei cristiani appartenenti alle differenti confessioni, di coloro che credono in Cristo, ortodossi, protestanti ecc. Unità di coloro che appartengono alle differenti famiglie religiose non cristiane, che rappresentano la parte più importante del genere umano, esse pure riscattate dal sangue di Cristo, ma che non hanno ancora partecipato alla grazia e alla Chiesa di Gesù, il Redentore di tutti» ( dc 59 [1962], col. 1384, ma io cito qui la redazione del Papa stesso, prima delle correzioni. Cfr. G. Alberigo, Jean xxiii et le Concile, in Jean xxiii devant l’histoire, tr. fr. Paris 1989, p. 184).

Ora, una tale visione era profondamente radicata nel cuore del Papa ed essa sola consente di comprendere appieno il perché egli ripetesse così frequentemente le parole ut unum sint, ut unum sint. Lo testimonia anche frère Roger nelle pagine del suo ultimo saggio su Giovanni xxiii : «Giovanni xxiii desiderava che fossimo sereni, senza preoccupazioni, circa il nostro essere pienamente nella Chiesa. Facendo dei grandi gesti circolari con le mani, ci disse: “La Chiesa Cattolica è fatta di cerchi concentrici sempre più grandi, sempre più grandi...”. In quale cerchio ci vedeva? Non l’ha precisato, ma capimmo che eravamo all’interno di tali cerchi e che l’essenziale era compiuto. Le sue parole ci hanno come inseriti nella realtà della Chiesa. Nella situazione nella quale la nostra comunità si trovava, il Papa voleva dirci: andate avanti nel vostro cammino».

Se volessi fare un commento dell’immagine dei cerchi concentrici, direi che, sul letto di morte, il problema del Papa non era di precisare se la Chiesa Cattolica sia il Corpo di Cristo o se il Corpo di Cristo subsistit in Ecclesiam catholicam. Non si tratta di questioni oziose, ma sono — per così dire — questioni preliminari. Se ci si sofferma troppo su simili problemi d’identità, la Chiesa si dissecca e, in essa, il Vangelo. Nella rete invece di tanti cerchi concentrici viventi, la Chiesa cattolica funge da centro aperto che promuove i vari cerchi: non da se stessa però, ma grazie alla potenza dello Spirito, il quale diffonde il Vangelo. La Chiesa si rallegra allora di essere al centro, ma dimentica subito il privilegio ricevuto: vive e celebra il Vangelo, l’annuncia, ma anche lo scopre, nella misura in cui esso sempre la precede.

L’uomo innocente


«Qual era il segreto di Giovanni xxiii ?», si chiede frère Roger. «Dava fiducia a chi gli stava di fronte. Nel suo interlocutore vedeva l’immagine di Dio. Vedeva la sua parte migliore, la purezza d’intenzione, “l’innocenza”, come ci disse un giorno. Sostenuto da una vita di comunione in Dio, gettava sugli altri, e anche su se stesso, uno sguardo di pace».

Soffermiamoci un poco su questa parola: innocenza. Dopo la morte di frère Roger, uno dei suoi primi compagni a Taizé mi diceva: «Frère Roger era un innocente». Forse solo un innocente può riconoscere un altro innocente. La parola “innocente” è negativa: indica una persona che non nuoce perché — in un certo senso — ignora il male, che gli è come estraneo. Bernanos, nel suo Diario di un curato di campagna, parla della Madonna in questo senso: «Era l’innocente [...]. Lo sguardo della Madonna è l’unico sguardo infantile, l’unico vero sguardo di bambino che si sia mai alzato sopra la nostra vergogna e miseria. Sì, ragazzo, per pregarla bene si deve sentire su di sé questo sguardo di tenera compassione, di dolorosa sorpresa, di non si sa quale sentimento inconcepibile, inesprimibile, che la fa più giovane del peccato, più giovane della stirpe da cui è nata e, anche se è madre per grazia, madre delle grazie, ella però è la “più piccola” del genere umano». In un certo senso si potrebbe dire che chiunque si avvicini a Lei si stia come purificando, e che la Vergine, guardandolo, lo purifichi. Allo stesso modo, secondo la testimonianza di frère Roger, Giovanni xxiii — in quanto innocente — era capace di scoprire l’innocenza nascosta delle persone e di farla riemergere nell’atto di rivolgersi ad esse. Probabilmente sta qui la radice della sua bontà. In ogni caso, si tratta di una chiave per comprendere che cosa sia l’evangelizzazione: prima di annunciare la Parola, è necessario cercare e trovare il cammino verso l’innocenza, quella propria e quella dell’altro o degli altri. La Parola di Dio non conosce ostacoli in un contesto di innocenza. Dicendo questo, mi vengono alla mente i miei incontri con il cardinale Carlo Maria Martini. All’Aloisianum di Gallarate il suo appartamento si trovava alla fine di un lungo corridoio percorrendo il quale ero consapevole di andare verso un innocente, la cui principale preoccupazione — come mi disse umilmente una volta — era l’unione viva, cosciente, con il Signore Gesù. Un povero contadino bergamasco e un gran borghese piemontese: due innocenti che hanno cominciato a comprendere meglio il Vangelo e a farlo comprendere anche agli altri.

«Oboedientia et pax»


«Motto del mio stemma le parole Oboedientia et pax, che il padre Cesare Baronio pronunciava tutti i giorni baciando in San Pietro il piede dell’Apostolo. Queste parole sono un po’ la mia storia e la mia vita. Oh, siano esse la glorificazione del mio povero nome nei secoli» (Benigni-Zanchi, op. cit.p. 174).

Non si capirebbe niente di Angelo Roncalli se non si facesse attenzione al suo motto episcopale. Roncalli veniva da una cultura profondamente gerarchica: egli, povero ragazzo contadino, si era trovato nel gradino più basso della scala: al di sopra c’erano i signori, i proprietari della terra; per quanto riguarda la religione, c’era il parroco, poi il monsignor vescovo e così via fino al vertice. C’era il re, ma era un usurpatore dello Stato Pontificio e dunque fuori causa; al di sopra di tutto stava il Papa, che era — al contempo — “santo prigioniero” nella Città del Vaticano (come si diceva all’epoca), e Vicario di Cristo, e dunque oggetto della venerazione di tutti i cattolici del mondo. L’obbedienza era normale all’interno di una tale struttura mentale, rispetto alla quale baciare il piede dell’Apostolo era un gesto del tutto conseguente. (Per inciso: sarà un segno dei tempi, ma nelle mie numerose visite alla basilica di San Pietro a Roma, non ho mai visto nessuno farlo...)

Al di là di tale mentalità gerarchica, che può certamente in parte spiegare l’obbedienza, vi è però un atteggiamento fondamentale, che è valido in qualsiasi tipo di cultura. Si tratta dell’atteggiamento che l’etimologia del termine obbedire suggerisce: in latino ob-audire significa infatti ascoltare, sentire in profondità. Ovvero cercare la volontà del Signore, non la propria; percorrere i cammini che ci sono proposti, non i nostri. Questo spossessamento radicale, che caratterizza in pieno l’anima di Cristo, Roncalli l’ha sempre cercato e messo in pratica, fin dagli inizi della sua vita.

Vorrei citare un testo molto esplicito, tratto da una lettera che scrive durante il tempo della delegazione apostolica a Sofia: «Reputo anche caratteristico per veri servitori del Signore il sentirsi chiamati a fare una cosa e invece il doverne fare un’altra. È un po’ ciò che accade [a me]. Non avrei potuto fare il buon canonico del Duomo [di Bergamo]; aiutare del mio meglio i giovani chierici del seminario, un po’ di scuola di religione, esercitare un po’ di pazienza con umili anime che si accontentano di poco? Tale avrebbe potuto essere la mia vita. Invece ecco che mi tocca fare. Ho una dignità immeritatissima e una potestà di ordine che non posso esercitare neanche come fa il semplice sacerdote; rarissime volte l’occasione di un discorsetto spirituale, mai confessare, tutto il giorno occupato sulla macchina da scrivere o in conversazioni fastidiose, fra molte difficoltà e punture, in mezzo a gente che pur appartiene a Gesù Cristo e per diritto alla Chiesa cattolica, ma non ha per nulla il sensus Christi; meno ancora il sensus ecclesiae; sempre in contatto coi cosiddetti “grandi” del mondo, ma desolato per la piccolezza del loro spirito quanto a ciò che è sopranaturale, preparando con cura avvenimenti da cui dovrebbe derivare tanto bene, e poi spettatore della fralezza delle speranze umane» (Ivi, pp. 193-194). Era innocente Roncalli, ma per niente ingenuo. Il tessuto della sua vita quotidiana era fatto, come del resto ogni vita umana, di seccature e — come egli stesso scrive — di “punture”. Egli non ha però mai cercato di tracciare un percorso di vita più in linea col suo temperamento, col suo piccolo mondo personale. Si manteneva fedele alle risposte maturate nelle sue conversazioni con Gesù Cristo: risposte che l’avevano destinato a mondi lontani. Quante volte avrebbe in seguito riconosciuto a qual punto fosse debitore delle esperienze fatte in mondi tanto diversi dal suo. Se avesse rifiutato di partire, se avesse scelto di vivere a Bergamo nell’attesa di ciò che non sarebbe mai capitato (o forse sì, ma con molto ritardo), mai avremmo avuto un concilio basato sulla sua consapevolezza che il Signore ha dato la vita per tutti gli uomini, al di là delle loro diversità culturali, sociali e religiose.

Un profeta dell’“instinctus interior caritatis”


Mi limito, in conclusione, a esprimere una mia convinzione personale: la morte di Giovanni xxiii è stata la morte di un profeta, di qualcuno che aveva compreso i segni dei tempi e voleva comunicarli per la salvezza di tutti. Qual era il nucleo di tale profezia? Provo a dirlo con le parole del suo successore Benedetto xvi .

All’inizio del suo pontificato, Benedetto xvi ha pubblicato un’enciclica: Deus caritas est. Che Dio sia amore lo sapevamo già, il Papa però lo ricorda in un momento preciso della storia. Insiste nel dire: questo nome, “Amore”, è il primo nome di Dio, e tutti gli altri, tanto numerosi, devono essere interpretati alla luce di questo nome primordiale. Dio è Amore, è “Padre amantissimo”. Siamo così invitati ad afferrare Dio dal lato dell’amore. Subito dopo Benedetto xvi ha scritto un’altra enciclica (Spe salvi), con la quale ha voluto allargare le dimensioni della speranza. Nel passato, infatti, la tendenza era di limitare molto la speranza, insistendo sul peccato del mondo: la speranza della salvezza era esclusivamente riservata al piccolo numero dei battezzati che conducevano una vita retta. Oggi, come sottolineava già Hans Urs von Balthasar, la speranza è invece per tutti, e la disperazione tende a divenire un’eccezione. Da ultimo, l’11 ottobre del 2012 ha avuto inizio l’Anno della fede. Benedetto xvi ha dunque privilegiato la sequenza Carità-Speranza-Fede, rovesciando l’ordine classico delle virtù teologali. Ora, questo nuovo ordine delle virtù teologali esprime perfettamente l’intuizione profetica di Giovanni xxiii : contiene un invito a ricostruire tutto l’edificio del cristianesimo sulle fondamenta dell’amore, a comprendere l’evangelizzazione a partire dall’amore, a valutare i contenuti della fede alla luce dell’amore.

Dio è dunque amore. Non si deve però dimenticare, a questo punto, che l’Amore è di per sé sempre “ferito”. Amare significa infatti aprire il proprio cuore affinché ne esca qualcosa per gli altri, e affinché si possa accogliere in sé il dono che cerca di entrare in noi. Se questo è vero, nell’essere stesso di Dio c’è dunque una ferita originale. L’apertura del fianco di Gesù sulla croce, affinché ne escano l’acqua della vita e il sangue dell’amore, è dunque una rivelazione dell’apertura del Cuore divino stesso (all’interno della Trinità immanente). Sarebbe quasi impossibile che il Cuore di Cristo non fosse stato aperto, che avesse custodito dentro di sé il suo sangue. Mistero di un Dio infinito che non esiste se non dando la vita a un Altro — un Altro che non esiste se non nel rendimento di grazie verso Colui che dà la vita e l’essere, di uno Spirito che è essenzialmente comunione, comunicazione, relazione. Dio è dunque una ferita primordiale? Questa è, in ogni caso, l’immagine di Dio fatta propria dal Vaticano ii e nata dal carisma profetico di Giovanni xxiii . E il discorso potrebbe continuare: circa l’immagine dell’uomo, l’immagine della società (si pensi alla Pacem in terris), l’immagine della Chiesa.

Ci vuole tempo per accogliere un messaggio profetico: esso è sempre inaudito e dunque difficile da integrare nelle categorie — teoriche e pratiche — precedenti; è ancora più difficile quando si tratta di integrare la dottrina precedente nella nuova prospettiva. Ci vuole tempo per capire che la tradizione non è calpestata, ma trasfigurata dalla profezia: cambia certo figura, ma proprio mediante tale cambiamento essa raggiunge la sua verità. Così è stato per i profeti del Primo Testamento, per Gesù — con la sua predicazione del Regno di Dio egli non distrusse nulla, ma portò tutto a compimento — e per Paolo, il quale non volle conoscere nulla se non Gesù e questi crocefisso, pur non volendo, con ciò, mancare di fedeltà alla sua vocazione ebraica... Così, infine, è per Giovanni xxiii e per la sua azione profetica. Non è questa la sede per tentare un bilancio di ciò che è stato fatto e di ciò che invece resta da fare, né per dar conto delle strade aperte o delle resistenze, delle esitazioni, dei ripensamenti. È invece importante prendere coscienza dell’elemento autentico nella profezia di Giovanni xxiii , confrontandolo magari con altri atteggiamenti profetici emersi nella Chiesa Cattolica e anche fuori da essa (penso a Madre Teresa, all’Abbé Pierre, a frère Roger, a Etty Hillesum, a Dietrich Bonhoeffer, a Carlo Maria Martini, ma ce ne sono molti altri) e discernendo i segni dei tempi del nostro presente, non solo quelli del 1963.

Ma, in ogni caso, credo che, ripetendo fedelmente le ultime parole di Giovanni xxiii , possiamo mantenerci, senza esserne necessariamente consapevoli, sulla strada che egli ha aperto: «Parlare con Cristo... Non è il Vangelo che cambia, siamo noi a capirlo meglio... Oboedientia et pax... Gesù crocifisso per tutti, per tutti... Innocente... Instinctus interior caritatis».

di Ghislain Lafont osb