· Città del Vaticano ·

SABATO ITALIANO
Una ricerca prepandemica di Roberto Cipriani

La fede incerta degli italiani

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17 aprile 2021

La sfida lanciata da Pier Giorgio Gawronski da queste pagine — «la migliore risposta alla secolarizzazione non è né inseguire né respingere la modernità, bensì di reagire all’individualismo, all’atomizzazione, all’evanescenza delle relazioni nelle Chiese» — non può non interpellare la teologia. La cifra della “secolarizzazione” torna in ogni indagine socio-culturale dedicata all’esperienza “religiosa”, sempre in termini problematici. E la ritroviamo nella recente fatica di Roberto Cipriani, intitolata L’incerta fede. Un’indagine quanti-qualitativa in Italia (Milano, Franco Angeli, 2020, pagine 499, con prefazione di Enzo Pace e nota metodologica di Gianni Losito).

La consapevolezza dell’insufficienza di un criterio meramente quantitativo nello studio sociologico dell’esperienza religiosa si acuisce ulteriormente allorché ci si propone di indagare l’esperienza credente, pertanto diviene imprescindibile l’adozione di mixed methods, in cui all’empiria dei dati, che la statistica organizza e propone, si affianchi la narrazione (qualitativa) di vissuti, tale da consentire di cogliere aspetti che sfuggono al “pensiero calcolante”.

La complessità dell’oggetto esige la commistione metodologica, che la ricerca, pubblicata in questo ponderoso volume, fa propria, offrendo anche al lettore, non addetto ai lavori e persino diffidente nei confronti della sociologia applicata al credere, motivi di riflessione e di autocritica tali da suggerire una conversione culturale e ispirare maggior fiducia in questo ambito del sapere, quando abitato con rigore e competenza, come in questo caso.

La tesi dell’incerta fede, indicata nel titolo e rappresentata nel diagramma di pg. 429 stimola la teologia dell’analisis fidei a un profondo ripensamento dell’attribuzione della certezza assoluta all’atto del credere e ai suoi contenuti, sostenuta col ricorso all’etimologia ebraica del termine fede e alla lezione neotestamentaria della πίστις. In tale prospettiva la fede o è certa o non è e tale assunto è penetrato anche nell’immaginario collettivo. Ma sia le recenti ricerche sulla “fede di Gesù”, sia la lezione di Tommaso d’Aquino, riproposta da Josef Pieper, ci rammentano che nella fede coesistono perfezione e imperfezione, poiché in colui che crede «il moto del pensiero rimane inquieto» (De veritate 14, 1-5).

Uno dei punti nevralgici in cui è dato rinvenire l’incertezza del credere è quello relativo alla vita oltre la morte. Sull’argomento Cipriani propone un confronto con gli esiti di un’analoga ricerca condotta nel 1995, notando che risulta «aumentato il numero dei negazionisti assoluti del post mortem, passati dal 10,4% al 19,5%. Sono cresciuti, di pochissimo, anche gli incerti: dal 21% al 21,6%. Di poco, anche coloro che negano la possibilità di sapere qualcosa in merito: dal 22,3% al 23,7%. Sono diminuiti di molto coloro che credono ad un’altra vita: erano il 41,5% e sono il 28,6%, cioè il 12,9% in meno. Ed anche i reincarnazionisti fanno un piccolo passo avanti dal 3,7% al 4,4% (Cesareo, Cipriani, Garelli, Lanzetti, Rovati, 1995, pp. 324-325)» (qui, pg. 194).

Proprio in tale contesto sembra ricevere consistenza la tesi secondo cui la fede degli italiani convive con la secolarizzazione e ne adotta gli esiti. Il che porta a constatare da un lato il senso eminentemente etico che si attribuisce alla sfera credente e dall’altro il ruolo di conforto che ci si attende dalla preghiera, anche se questa intenzionalità orante risulta in netto calo rispetto alla ricerca precedente.

Direi che questo primato dell’etica finisce col condizionare i giudizi sulla Chiesa come istituzione, fortemente influenzati proprio dagli scandali che riguardano la ricchezza, la corruzione, la pedofilia e quindi temi fortemente connessi con la moralità in particolare degli ecclesiastici. Al tempo stesso il diffuso consenso che si riserva a Papa Francesco, riguarda soprattutto la sua vicinanza (diremmo “normalità”) alle persone semplici e la sua insistenza sulla povertà. Con titolo di grande impatto “giornalistico”, Cipriani descrive il rapporto degli italiani con il Papa in termini di «un Papa da aperitivo, ma anche scomodo» (cap. 7).

Agli intervistati non sfugge il fatto che “scomodo” stia a indicare in primo luogo la difficoltà che Papa Francesco incontrerebbe nel portare avanti la sua riforma della Chiesa. Rifacendosi alla ricerca di Franco Garelli Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio (Bologna, il Mulino, 2020), Cipriani riflette su diversi dati, tra i quali estrapolo i seguenti:

1. «Una larga maggioranza di intervistati giudica positive la presenza e l’azione di Papa Francesco, toccando l’82,6% del campione. I contrari sono il 5,4%, gli incerti il 12% (Garelli, 2020, pp. 155-157)» (qui, p. 359).

2. «L’orientamento favorevole è quasi plebiscitario, almeno come prima risposta. Le cose si complicano se si va ad approfondire il discorso. Infatti, già sull’atteggiamento del medesimo Pontefice nei riguardi degli immigrati si registrano un calo del 15,9% di condivisione ed un significativo 14,3% di contrarietà, mentre il 18,9% non si esprime (Garelli, 2020, pp. 160-161)» (qui, p. 360).

3. «Ancor più accentuato è il disagio degli intervistati nei confronti di un capo della Chiesa che sembra più orientato a preoccuparsi del sociale che non dello spirituale, come emerge dal fatto che il 54,8% lo vede più schierato sulle questioni sociali che non su quelle spirituali (Garelli, 2020, 160)» (qui, p. 360).

4. «I consensi per Francesco tornano a salire quando si parla di divorziati e omosessuali, nei cui riguardi viene apprezzata l’apertura propugnata dall’attuale Papa. In effetti il tasso positivo giunge all’80,6%, di gran lunga più alto di quello negativo che si ferma al 6,3%, insieme con un 13,2% di indecisi (Garelli, 2020, pp. 159-160)» (qui, p. 361).

C’è da chiedersi quanto incida su queste posizioni l’immagine che i media offrono del pontificato di Francesco e quanto non derivi invece da convinzioni profonde generate dal vissuto in prima persona da parte degli intervistati sia da Garelli che da Cipriani. E a tal proposito le conclusioni ci paiono decisive e dirimenti: «Le affermazioni degli intervistati a proposito di Papa Bergoglio e dei suoi immediati predecessori riflettono solitamente quelle che sono le letture, le posizioni e le notizie diffuse a livello di mass media. […] Per cui spesso un qualunque messaggio, anche se poco fondato e scarsamente documentato, riesce ad avere la meglio sui dubbi ed a vincere le resistenze di chi avanza obiezioni ed apporta dati ed informazioni difformi» (qui, p. 354).

Di qui dovrebbe nascere un’attenta riflessione da parte degli operatori della comunicazione non solo a non travisare il messaggio di questo Papa, come degli altri, ma a proporlo con onestà intellettuale, mentre sarebbe auspicabile che i credenti (nella loro incertezza), quando vogliano seriamente documentarsi, attingano direttamente ai media cattolici (dai quali non è assente la pluralità di opinioni), se non altro perché non seguono le istanze mondane e possono aiutare una visione della Chiesa nella sua storia quotidiana ispirata dalla Parola di Dio e dalla fede che essa suscita e che, proprio in quanto sgorga dalla Parola, supera l’incertezza e diviene «fondamento delle cose sperate e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11, 1), altrimenti detto dal sommo poeta di cui ricorrono i settecento anni dalla morte: «Fede è sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi, / e questa pare a me sua quiditate» (Paradiso xxiv , 64).

di Giuseppe Lorizio
Ordinario di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense



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