· Città del Vaticano ·

Fabrizio Battistelli, presidente di Archivio disarmo, traccia l’identikit della nuova geopolitica nucleare

A caccia della bomba
in ordine sparso

Socorro, New Mexico, USA  - April 2, 2016: Warning signs about radioactive materials were erected at ...
29 agosto 2025

di Federico Piana

Il suo è un cruccio che lo assilla da tempo. «Dei cinque Paesi membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che sono autorizzati a possedere la bomba atomica — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna — i primi tre, quelli maggiori, non hanno ancora ratificato il Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari varato dall’Assemblea generale dell’Onu nel lontano 1996». Un problema che per Fabrizio Battistelli, presidente dell’Istituto di ricerche internazionali-Archivio disarmo, non rappresenta solo un vulnus formale, giuridico e diplomatico, ma è qualcosa di più: «È una lacuna che ha un peso enorme. Poi non ci si può lamentare se, illegalmente, una serie di altre nazioni come l’India, il Pakistan, la Corea del Nord ed Israele hanno sviluppato la tecnologia per ottenere arsenali nucleari».

Ma oggi il mondo non può stare tranquillo anche per una altra clausola ancora non onorata: quella che è contenuta nel Trattato di non proliferazione nucleare firmato nel 1968, a cui aderì anche l’Italia, che chiede la totale rinuncia alla tecnologia atomica per scopi militari: «Questa rinuncia, però — spiega Battistelli — è subordinata all’impegno di quei 5 Paesi nucleari a intraprendere un percorso di smantellamento delle testate. Cosa mai completamente avvenuta, anzi. A breve scadrà il Trattato sulla limitazione delle armi strategiche che poi è stato anche l’argomento di discussione nel recente incontro in Alaska tra il presidente statunitense, Trump, e quello russo, Putin». La speranza del presidente di Archivio disarmo è che perlomeno su questo accordo, denominato New Start e ratificato da Stati Uniti e Russia nel 2011, tra Trump e Putin possa essere raggiunta un’intesa nonostante la guerra in Ucraina.

Sarebbe un segnale in controtendenza visto che la partita per la costruzione della bomba atomica si sta giocando sempre più in ordine sparso. E con l’entrata in campo di giocatori che fino a qualche anno fa venivano considerati in panchina. È il caso del Medioriente, entra nel dettaglio Battistelli: «Per esempio, l’Egitto non ha ratificato il Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari mentre ci sono altre nazioni, come l’Arabia Saudita, che dichiarano di avere il diritto di sviluppare una tecnologia nucleare civile per produrre energia a basso costo. Ma è una strana contraddizione visto che l’Arabia Saudita è il principale produttore di petrolio del mondo. Un campanello d’allarme in uno scacchiere dove già un Paese, Israele, detiene armi nucleari».

C’è poi tutta l’area dell’estremo oriente dove la situazione è chiara da molto tempo: «C’ è la Corea del Nord che, con il suo arsenale atomico, minaccia i suoi vicini mentre nel Giappone delle tragedie di Hiroshima e Nagasaki si sta registrando una grande spinta per ottenere il nucleare che ufficialmente viene richiesto per scopi civili». Ma la differenza tra nucleare civile e quello militare, assicura Battistelli, sostanzialmente non esiste perché una volta ottenuto l’arricchimento dell’uranio per scopi civili si può passare a quello militare arricchendolo un po’ di più.

Quello che negli ultimi anni è certamente entrato in crisi sembra essere il tabù nucleare. «Si potrà ristabilire — è convinto Battistelli — solo se le nazioni che legittimamente detengono la bomba atomica riusciranno a dare il buon esempio. Questo era parzialmente accaduto tra il 1987 e la metà degli anni ’90: un periodo fortunato nel quale, dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Russia si rese disponibile a smantellare 4 quinti del suo arsenale nucleare e lo stesso fecero gli Stati Uniti».

Ma dalla fine degli anni ’90 la sete di atomica è ricominciata in modo evidente. E questo, aggiunge Battistelli, «è da imputare all’antagonismo strisciante che sul piano della politica internazionale finisce per imporre la scelta strategica delle armi nucleari».

Chi ne soffre, alla fine, è la diplomazia che passa in secondo piano e, in alcuni casi, tende a scomparire. Per il direttore di Archivio disarmo questa non è assolutamente una novità: «La realpolitik internazionale si basa sulla deterrenza. Tu dici al tuo nemico: non fare certe cose altrimenti dovrò farti pentire di avermi minacciato o aggredito. È una logica perversa che innesca il riarmo generale».