I leader religiosi

di Isabella H. de Carvalho
«Alzare la voce contro la violenza e l’ingiusta discriminazione, affrontare con coraggio le cause alla base della nascita di conflitti e schierarci con fermezza per la protezione della nostra casa comune». Questa è la «grande responsabilità» che hanno i leader religiosi nel mondo contemporaneo individuata dal cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo interreligioso, intervenuto oggi, 28 agosto, al secondo Summit internazionale del settore, in corso a Kuala Lumpur, in Malaysia. Organizzato dall’ufficio del primo ministro del Paese asiatico, in collaborazione con la Lega musulmana mondiale (Muslim World League), l’incontro ha come tema «Il ruolo dei leader religiosi nella risoluzione di conflitti».
«Siamo interconnessi, siamo interdipendenti, e nessuna nazione, nessuna religione, nessun leader può affrontare da solo le sfide attuali», è la premessa da cui parte il prefetto del Dicastero vaticano. Collaborando con «i governi, la società civile, i media» e ascoltando «le voci troppo spesso ignorate» di donne, bambini, giovani o altri ancora, il cardinale esorta a «ravvivare l’energia spirituale delle nostre comunità, guidando i cuori verso la compassione e la comprensione».
In proposito identifica tre modi in cui i leader religiosi possono «contribuire alla prevenzione, alla risoluzione e al risanamento dei conflitti». Il primo è impegnarsi per essere «voci di pace e non di violenza». «I leader religiosi non devono mai innescare l’odio», afferma Koovakad. «Non dobbiamo mai promuovere, giustificare o condonare la violenza. La nostra vocazione è più alta: prevenire il male, risolvere dispute e sanare divisioni. Dobbiamo sempre incoraggiare le soluzioni nonviolente. Solo allora potremo costruire un mondo degno della nostra comune umanità».
Il porporato evidenzia come la religione «è spesso accusata di essere alla radice dei conflitti» o «viene sfruttata» come «comodo strumento per alimentare la divisione o giustificare l’aggressione». Invece, spiega il relatore, «le radici del conflitto di solito stanno nella povertà, nella disuguaglianza, nella manipolazione politica, nell’esclusione e nelle ferite profonde dell’ingiustizia» e la divisione nasce dall’uso «improprio del potere, nelle fratture sociali non sanate, e nel cuore umano quando si allontana dalla giustizia, dalla compassione e dalla ricerca della verità».
Tuttavia Koovakad riconosce che nella storia «alcuni leader religiosi hanno contribuito, direttamente o indirettamente, a provocare o a innescare conflitti», specialmente se si guardano fenomeni «come l’estremismo religioso, i movimenti politici etno-religiosi e il fondamentalismo». Dobbiamo «riconoscere con onestà», continua, «che nelle nostre tradizioni ci sono individui e gruppi che, nel nome della religione, hanno seminato divisione, commesso violenza e causato distruzione» o addirittura reinterpretato o distorto «le Scritture, la tradizione e la storia per giustificare la violenza», perpetuando «la discriminazione» e privando «gli altri dei loro legittimi diritti, tra cui la libertà di religione».
Per questo, insiste il prefetto, i leader religiosi sono «chiamati» a ricordare alle loro «comunità che la fede non deve mai essere un’arma», ma «una forza che guarisce». E cita le parole di Papa Francesco nel suo ultimo messaggio per la Pasqua di quest’anno, in cui faceva appello a quanti «hanno responsabilità politiche a non cedere alla logica della paura». Il cardinale plaude poi a incontri e iniziative che promuovono la pace e il dialogo, come lo stesso Summit internazionale in corso in questi giorni.
Koovakad chiarisce quindi che i leader religiosi non possono «riposare sereni o dormire in pace» davanti a «un mondo in cui riecheggiano il grido di un’umanità ferita e il grido della terra ferita», specialmente di «bambini, donne e poveri». «Siamo chiamati ad alzare le nostre voci a favore di coloro che soffrono ingiustamente nei conflitti, a parlare con equità e coraggio» e «a guarire, perché alla fine verremo giudicati per i nostri atti di misericordia e di compassione», spiega il porporato. «La religione ha in sé un potere unico di guarire le ferite», prosegue, «attraverso il perdono, ma anche attraverso l’applicazione equa della giustizia e senza nascondere la verità». Guarire è un invito alle vittime, e alle parti implicate, «a riflettere sulla possibilità di una nuova umanità attraverso la riconciliazione». Infatti, «la pace vera e duratura incomincia guarendo le ferite intime dell’umanità. Solo quando saranno guariti i cuori, il mondo intorno a noi potrà prosperare in pace e armonia».
Infine, l’ultimo modo attraverso cui i leader religiosi possono «creare un futuro di pace e di solidarietà», in un mondo «ferito da diffidenza, odio ed estremismo», è quello di avere «il coraggio di abbattere i vecchi muri e smettere di costruirne di nuovi», creando «nuovi ponti» di solidarietà. Infatti, il prefetto indica il dialogo interreligioso come una strada che da decenni abbatte le barriere «della paura, dell’ignoranza e dell’odio»: a cominciare dalla Nostra aetate, la Dichiarazione conciliare sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, passando per il magistero di vari Pontefici «da Paolo VI a Francesco e ora a Leone XIV», di cui Koovakad ricorda le prime parole ai rappresentanti di altre tradizioni religiose, con le quali affermava che ogni comunità «reca il proprio apporto di saggezza, di compassione, di impegno per il bene dell’umanità».