· Città del Vaticano ·

La testimonianza del direttore dell’Al-Ahli Arab Hospital

«A Gaza costretti a decidere
chi far vivere o morire»

 «A Gaza  costretti a decidere  chi far vivere o morire»  QUO-197
28 agosto 2025

di Federico Piana

Il tono della voce è drammaticamente rassegnato, a tratti disperato: «Qui si muore anche negli ospedali che ti dovrebbero curare».

Gaza City, quartiere Zeitoun, a sud-ovest della città vecchia. È qui che dal 1882 sorge l’Al-Ahli Arab Hospital, l’unica struttura sanitaria cristiana di tutta la Striscia. Ed è da qui che Maher Ayyad trova il coraggio di lanciare il suo grido di dolore al mondo intero, mentre nella struttura della quale è direttore sanitario continua senza sosta il via vai di barelle, feriti, morti. Ormai ha perso perfino l’abitudine di contarli: «Tutti gli ospedali di Gaza sono stracolmi di feriti, il loro sovraffollamento è inverosimile. Si cercano disperatamente posti letto ma non se ne trovano. Se va bene, i pazienti spesso trascorrono le notti nei giardini, nei corridoi, perché non c’è abbastanza spazio per accoglierli tutti».

Di giorno in giorno, con il crescendo degli attacchi israeliani, i moribondi che varcano la soglia dell’Al-Ahli Arab Hospital si stanno moltiplicando sempre di più. Ma solo in pochi alla fine potranno essere salvati. Maher Ayyad lo sa, ma non ci può fare nulla. Ecco perché, in una conversazione con i Media Vaticani, racconta ciò che la sua coscienza di medico scrupoloso, nonostante tutto, si rifiuta di accettare: «Dobbiamo scegliere chi far sopravvivere e chi no. Purtroppo, la nostra carenza di mezzi ci costringe a scommettere su chi ha più probabilità di cavarsela. Se ci sono due feriti che hanno bisogno di essere operati contemporaneamente dobbiamo decidere a chi dare questa chance di salvezza».

Così, i pazienti che perdono la vita non si contano più. Vittime collaterali di una guerra che dagli ospedali ha fatto sparire tutto, perfino le garze, gli antibiotici e le aspirine. Per non parlare, poi, delle terapie intensive. Nella struttura diretta da Maher Ayyad i posti sono limitati, insufficienti. «Alcune volte — dice — siamo costretti a dimettere i pazienti prima del tempo. E se uno di loro è attaccato ad un ventilatore sanitario procediamo ad un distaccamento precoce esponendolo a dei rischi molto alti».

Come negli ospedali di tutta la Striscia anche in questo gestito dalla Comunione anglicana si muore per la mancanza di elettricità, per la scarsità di attrezzature e per l’assenza di personale specializzato. I medici che ci lavorano sono molti ma gli specialisti si contano sulle dita di una mano, ne servirebbero tanti di più. Facciamo quello che possiamo, continua a ripetere senza stancarsi il direttore sanitario, «ma parecchi dei nostri dottori sono medici junior, specializzandi, volontari o studenti in medicina. Ogni giorno curiamo 700 pazienti dei quali più di 100 sono feriti». Un miracolo se si pensa alle difficile situazione.

Quando il dottor Ayyad non può assistere qualcuno direttamente prova ad inviarlo a qualche altro ospedale della zona. Ma rimane solo un tentativo disperato perché tutti i nosocomi di Gaza sono nelle stesse condizioni: «Però tra tutti c’è collaborazione: se possiamo, condividiamo tutto quello che abbiamo pur di salvare vite. C’è cooperazione anche con l’ospedale gestito dai responsabili della salute a Gaza per minimizzare gli effetti di questa guerra».

La minaccia della presa totale della Striscia da parte dell’esercito israeliano sta maledettamente complicando le cose. Un milione di persone vive accampato in tende e abitazioni di fortuna in un’area ristretta dove manca ogni bene di prima necessità, soprattutto acqua e cibo. E la carestia provoca malattie che poi non si possono curare perché gli ospedali sono allo stremo.

Molte strutture sanitarie sono state addirittura bombardate, come è capitato diverse volte proprio all’Al-Ahli Arab Hospital: nel 2023 quando un’esplosione nel cortile uccise un gran numero di palestinesi sfollati e all’inizio di quest’anno quando alcuni missili hanno devastato il pronto soccorso. «Anche recentemente, durante un attacco aereo, sette persone sono state uccise all’interno del nostro ospedale» denuncia Ayyad. Che rende più acuto il suo grido di dolore quando pensa a tutte quelle vite umane che avrebbe potuto salvare ma che invece è stato costretto a sacrificare sull’altare di un conflitto che giudica inutile ed insensato: «Mi rivolgo alla comunità internazionale: per favore, fate tutto il possibile per fermare questa ecatombe. In gioco non c’è solo il bene dei palestinesi ma anche degli israeliani. Noi vogliamo la pace, vivere insieme. Questo è il nostro più grande desiderio».