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«Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi»
«Il coraggio del perdono. Una madre» la storia di Diane Foley raccontata da Colum McCann

Un abbraccio impossibile
diventato reale

 Un abbraccio impossibile diventato reale  QUO-196
27 agosto 2025

da Rimini
Silvia Guidi

Il diario di un dolore — perdere un figlio è un dolore talmente immenso e radicalmente contro natura che non c’è un termine per definirlo — con un finale sorprendente, impossibile da prevedere prima: una madre che chiede di conoscere l’assassino di suo figlio, e chiede insistentemente a Dio la forza di guardarlo non solo come un mostro da odiare con tutte le sue forze, ma come un essere umano.

A questo vertiginoso, miracoloso «evento di grazia» come lo ha definito lo scrittore Colum McCann era dedicato l’incontro che si è svolto martedì sera al Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini intitolato Il coraggio del perdono. Una madre, introdotto e moderato dal giornalista Alessandro Banfi. Tra i relatori, Diane Foley, madre di James Wright Foley, giornalista americano free-lance rapito nel nord della Siria nel 2012 e ucciso brutalmente dall’Isis il 19 agosto di undici anni fa, alla fine di un sequestro durato ventiquattro lunghissimi mesi. Mesi fatti di mezze verità, di notizie frammentarie, contraddittorie, di promesse di solidarietà e di aiuto presto impantanate nell’indifferenza di comunicati ufficiali sempre più formali e sempre meno sostanziali, di frasi fatte, di speranze disattese, di trattative con i rapitori mai veramente intraprese, o forse concluse troppo presto, o in modo “distrattamente” sbagliato.

Accanto a Diane Foley, lo scrittore americano di origine irlandese Colum McCann, molto amato dal popolo del Meeting, che ha aiutato la madre di Jim a raccontare nel modo più asciutto ed essenziale possibile (e proprio per questo commovente) la sua storia. Una storia profondamente personale, profondamente sua, ma anche della sua famiglia (Diane ha altri quattro figli) e di suo figlio Jim, che, in un certo senso, continua a parlare nel presente. Diane confessa spesso, con certezza serenamente incrollabile, di sentire costantemente presente accanto a sé Jim, anche se «diversamente presente» perché già nella dimensione misteriosa dell’Eterno.

Ripete spesso di sentire l’abbraccio e la forza dello Spirito Santo sostenerla dall’interno, quando tutto di sé si ribella al passo che la vita chiede. Quando un gigantesco “no” sale dal più profondo di se stessi, e sarebbe facile cedere alla scorciatoia della reazione più immediata, non fidarsi più delle promesse inconcepibili e sconcertanti di Dio.

Durante l’incontro, brani del libro Una madre di Colum McCann (Milano, Feltrinelli, 2024, pagine 160, euro 15) letti con sobria dolcezza dall’attore Giampiero Bartolini hanno aiutato gli spettatori a conoscere Diane e quello che la sua tenacia e la sua ostinata fiducia nella vita hanno fatto nascere in questi anni: la James Wright Foley Legacy Foundation che si batte per la sicurezza e la tutela del lavoro dei giornalisti. Non a caso Alessandro Banfi, introducendo l’incontro, aveva ricordato i cinque reporter (tra cui una giovane madre) uccisi a Gaza in un bombardamento, il giorno precedente.

Ogni anno centinaia di giornalisti vengono uccisi in tutto il mondo perché il volto brutale del potere — di ogni colore e di ogni orientamento politico — non tollera testimoni, non sopporta di essere osservato e denunciato da chi ha accettato il compito di essere gli occhi e la voce di chi non ha più sguardo e non ha più voce. Il bollettino dei caduti sul campo viene aggiornato ogni giorno, con la triste, monotona contabilità delle vittime: reporter uccisi in Messico, in Colombia e in quel mattatoio che un tempo chiamavamo la Striscia di Gaza.

Diane non dimentica e non minimizza il suo strazio, né durante la sua testimonianza al Meeting né nel libro che racconta la sua sofferenza e la sua storia. Difficile dimenticare, in una delle pagine più belle del libro, l’immagine di questa madre americana coraggiosa, pragmatica, decisa a non farsi travolgere dalla marea del dolore, in ginocchio nella sua stanza dopo una notte insonne per la tensione e la paura di non farcela, all’alba del giorno fissato per il colloquio con l’uomo che ha brutalmente strappato la vita a suo figlio. Una madre che implora da Dio una forza letteralmente non-umana, enormemente superiore ad ogni tentativo umano.

«Io sono sua madre e la morte che tu gli hai inflitto non lo definisce» è il mantra mentale che aiuta Diane a restare concentrata sul suo obiettivo interiore, una volta davanti ad Alexanda Kotey, l’assassino di suo figlio. Seduta davanti a lui «appoggia le mani sul tavolo — scrive McCann — i braccialetti tintinnano. Lui sposta i piedi, e le manette in titanio alle caviglie rispondono con un suono leggero. Braccialetti e manette». Poi l’impossibile accade. «Le lacrime erano state un dono. Si era sentita liberata. Era sicura che per tutto il tempo Jim fosse stato seduto al suo fianco, con la sua lunga e dinoccolata figura, fissando Cotey dritto negli occhi. Poco prima di andarsene gli aveva assicurato che lo avrebbe tenuto nelle sue preghiere e che lui, magari, avrebbe potuto tenere Jim nelle sue. Poi si era alzata e gli aveva detto addio. Sette anni. Era ora di guarire».