
di Cinzia Stefano e Matteo Frascadore
L’ago della cura e i fili della solidarietà hanno bisogno di mani esperte e soprattutto amorevoli per ricucire gli strappi della vita, ma anche, semplicemente, per creare un ambiente dove sentirsi amiche e sorelle.
Queste mani le abbiamo trovate nel laboratorio di cucito e maglieria messo in piedi a Ladispoli, sul litorale romano, nei locali della parrocchia di Santa Maria del Rosario. Il progetto si chiama “Fili di speranza” e coinvolge un gruppo di donne della zona, animate dalla passione per il cucito e per la cura di chi ha più bisogno. Da quest’anno il progetto è diventato un’opera giubilare promossa dall’associazione “Terra e Missione” e dalla confraternita Santa Maria del Rosario in collaborazione con le Caritas diocesane di Porto-Santa Rufina e di Civitavecchia-Tarquinia.
“Terra e Missione” è un’associazione che fa da ponte tra gli istituti missionari promuovendo la collaborazione e la cooperazione. E il progetto “Fili di speranza” è nato proprio dalla consapevolezza che insieme si può fare meglio e di più.
Lo spunto per iniziare è venuto da una donazione di stoffe e dal desiderio di offrire un’opportunità a donne segnalate dai servizi sociali del comune di Ladispoli. «Abbiamo cominciato — racconta Anna Moccia, presidente di “Terra e Missione” — chiedendo supporto e ospitalità alla parrocchia. Questo ci ha permesso di avviare un corso base di cucito, con tanto di attestato finale che può rappresentare un’opportunità per entrare nel mondo del lavoro. Ma da subito la scuola è diventata anche un luogo d’incontro e di amicizia».
«Si è formato un bel gruppo — racconta Gina, una delle signore che partecipano all’attività della scuola —. Insieme stiamo bene. C’è bisogno di stare in compagnia». Il seme di speranza germogliato in questa realtà è già diventato una pianticella che porta i frutti dell’integrazione sociale, dell’amicizia ed anche dell’avvicinamento alla fede. «Ci sono state delle persone che, dopo aver vissuto questa esperienza, si sono convertite — racconta Anna —. Una bella storia è quella di una signora, non battezzata, che ha frequentato il corso base due anni fa. Quest’anno, a Pasqua, dopo aver fatto il cammino di catecumenato, riceverà, insieme con il marito, il battesimo, la comunione e la cresima. La mia mamma sarà la madrina».
La mamma di Anna è infatti una delle “maestre” del corso di cucito che con entusiasmo giovanile condivide con le donne della scuola la sua lunga esperienza nel campo. «Cucivo abiti da sposa», dice con un certo di orgoglio.
«Non c’è scarto che non possa fiorire» si sente ripetere tra le donne della scuola “Fili di speranza”. E, in effetti, è questa convinzione a caratterizzare le loro azioni dal momento che trasformano tessuti all’apparenza non più utili in abiti che diventano simbolo di rinascita e di qualcosa di decisamente più profondo.
Una bella storia è anche quella di Francesca che, grazie a “Fili di speranza”, si è decisa ad entrare, con umiltà ma anche con determinazione, nel mondo della moda. «Due anni fa ho saputo del corso e ho provato ad iscrivermi. Le richieste erano tante, ma non mi sono scoraggiata. Ho provato e sono stata presa. È stata una bellissima esperienza che si è conclusa con due sfilate durante le quali abbiamo potuto presentare le nostre creazioni. Questo mi ha spinta a continuare sia qui sia presso l’Accademia di moda a Roma, dove sono riuscita ad iscrivermi dopo un primo tentativo andato male. Stiamo studiando molte materie e nello stesso tempo sto lavorando in un negozio. Mi piace questo settore e poter conoscere il mondo della moda a 360 gradi».
Il vento aiuta a spargere i semi e, quando il vento si chiama Provvidenza la semina può essere straordinaria. Dal progetto “Fili di speranza” è nato infatti un gemellaggio con le donne del Camerun, grazie alla collaborazione con la Fondazione Thouret delle Suore della Carità di santa Giovanna Antida che operano a Ngaoundal, nel nord del paese. «Anche lì — spiega Anna —, sosteniamo con la nostra associazione una scuola di cucito. La frequentano giovani ragazze, dai 14 ai 18 anni. In Camerun c’è un’altra cultura. Le famiglie non concepiscono l’idea che le ragazze studino o acquisiscano una loro indipendenza. Tuttavia, la scuola di cucito è tollerata e così le ragazze possono frequentarla. Al termine del corso, le donne riceveranno in dono una macchina da cucire in modo tale che possano poi continuare e, magari, trovare la strada per acquisire un’autonomia economica».
«Sono molto contenta di questo gemellaggio — interviene Gina —. Mi piace trasmettere quello che ho imparato sia alle altre donne che vengono in questa scuola sia alle ragazze del Camerun. È bello vederle appassionarsi».
Proprio dall’Africa provengono gran parte dei tessuti con i quali saranno cuciti gli abiti per le sfilate di fine corso. Altre stoffe sono gli scarti di magazzino donati da una sartoria che ha chiuso l’attività. In questo modo si realizza anche un principio dell’economia circolare, dando nuova vita a materiali che altrimenti sarebbero stati gettati via.
«L’anno scorso — ricorda Anna — per le ragazze del Camerun è stata una sorpresa vedere anche i loro abiti portati in sfilata. Non credevano ai loro occhi. E alcune hanno pianto per l’emozione».