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Bailamme

Arroganza meccanica

 Arroganza meccanica   QUO-117
24 maggio 2024

Le mode, si sa, passano. Niente è più transeunte del “moderno”, ma è comunque interessante osservare le mode oltre la superficialità soprattutto quando arrivano ad indicare tendenze più profonde all’interno della società.

Personalmente non capisco niente di automobili, oggetti che non esercitano alcun fascino su di me. Però non ho potuto fare a meno di notare che negli ultimissimi anni le diverse case automobilistiche stanno producendo automobili che si assomigliano tra loro ed hanno in comune in particolare un aspetto, collegato al “muso”, la parte anteriore, che è diventata molto più imponente, larga e alta, con in bella mostra una versione molto grande della “griglia” per l’areazione, in passato molto più sottile e discreta.

Il risultato è quello di avere oggetti che più che automobili sembrano veramente “macchine” e macchine di guerra in particolare: una forma ridotta, e per fortuna senza cannoni, dei carri armati. E non si può non pensare, con sgomento, che il mondo è proprio in questo periodo, più che mai, dilaniato dalle guerre. Queste macchine, grosse, massicce, si muovono nel traffico delle città con fare arrogante, quasi a sottolineare quella tendenza all’aggressività che contraddistingue la vita della società occidentale contemporanea. Un’arroganza evidenziata proprio da quella “griglia”, che assomiglia ad una bocca aperta ad un sorriso a denti stretti, beffardo, minaccioso. Le macchine mostrano i denti, si presentano così, spudoratamente.

Noi invece, uomini, i denti tendiamo a nasconderli. Ed è eccezionale, trasgressivo, quando accade qualcosa di potente, come il riso, il grido o il canto, che ci costringe a scoprirli. In genere è solo per un attimo, poi le labbra tendono automaticamente a ricoprire la nostra dentatura. È una sorta di pudore che provoca questo gesto meccanico di ri-velamento, forse perché non consideriamo i nostri denti come armi, così come fanno altre specie animali. Usare le labbra e se non basta mettere le mani davanti alla bocca per coprirla da uno sbadiglio o una risata “sguaiata” è un gesto precipuamente umano.

Il buon Chesterton che era curioso di tutti i dettagli, anche i più piccoli, di quel mistero che è l’esistenza umana, nel saggio Il bello del brutto, dedica una riflessione sullo strano rapporto che l’uomo ha con il proprio scheletro e così finisce per meditare sulla bocca, che forse ne è la parte più caratteristica e significativa. E conclude che «per quanto il mio viso sia oscurato da una cupa vanità, o da una vendetta volgare, o da un disprezzo meschino, le ossa del mio cranio sotto di esso ridono in eterno». Il genio solare dello scrittore inglese osservava che “sotto sotto” l’uomo comunque e sempre ride. E questo dato emerge proprio quando si muore e ci si riduce ad uno scheletro. Il paradosso è che invece lo scheletro umano mette, addosso ai viventi, un’agitazione, un’angoscia. Non tanto provocata dal richiamo alla morte, dice Chesterton, ma dal fatto che «lo scheletro lo turba soprattutto perché gli ricorda che la sua intelaiatura è vergognosamente grottesca. (...) L’uomo vede il buon umore della rana, l’inspiegabile felicità dell’ippopotamo. Vede la ridicolaggine dell’universo intero, dal microrganismo che ha la testa troppo grande rispetto al corpo, fino alla cometa che ha la coda troppo grande rispetto alla testa. Ma di fronte alla deliziosa originalità della sua struttura interna, d’un tratto l’uomo perde il senso dell’umorismo».

A dispetto del fatto che l’uomo (nella sua essenza “ossea”) comunque se la ride senza darlo a vedere agli altri, i creativi che oggi disegnano le forme delle nuove automobili fanno veramente sul serio e il ghigno non lo nascondono più, esibendolo sul muso della vettura non come segno di umorismo ma del suo cupo fratello, il sarcasmo. Ma c’è poco da ridere. (andrea monda)

di Andrea Monda