· Città del Vaticano ·

Il magistero

 Il magistero  QUO-045
23 febbraio 2023

Venerdì 17

Spiritualità
e azione nella concretezza della storia

 

Celebrate questo Capitolo Generale nel contesto del 350° della fondazione del vostro Istituto, avvenuta a Cracovia per opera di san Stanislao di Gesù e Maria.

Vorrei ricordare tre linee della vostra spiritualità.

Amore
a Maria

 

San Stanislao dice che il principale culto mariano è l’imitazione della sua vita.

Perché la vera devozione alla Madre del Signore si nutre e cresce con l’ascolto e la meditazione della Parola.

Preghiera
di suffragio

 

San Stanislao inserisce in questo sguardo sull’orizzonte ultimo due gruppi di poveri del suo tempo: i soldati caduti in battaglia e i morti di peste.

Oggi ci vuole per i soldati: stanno cadendo dappertutto! Nel diciassettesimo secolo circa il 60% della popolazione europea fu sterminata da epidemie e guerre!

Bisognava pregare per le anime dei defunti e il conforto delle famiglie, segnate dal lutto per la perdita dei cari.

Attenzione
ai poveri

 

I Chierici mariani contribuivano a rispondere a seri problemi del tempo: affievolimento della fede, specialmente tra le classi più umili, carenza di vocazioni, stato di miseria della popolazione.

San Stanislao ha tracciato linee di spiritualità e azione ben incarnate nella storia concreta.

È importante “raccogliere il testimone”, continuando a rispondere creativamente alle sfide della nostra epoca.

Non scoraggiatevi se incontrate opposizioni o difficoltà. Pensate alle grandi prove che ha affrontato la vostra famiglia religiosa, ad esempio quando all’inizio del novecento si è ridotta a un solo membro!

Con l’aiuto di Dio vi siete ripresi, fino a trovarvi a essere cinquecento, presenti in diciannove Paesi.

Ricordiamo il beato Giorgio Matulaitis (1871-1927), sacerdote, vescovo e nunzio apostolico in Lituania, uno dei protagonisti della vostra rinascita.

Egli seppe ridare vitalità alla comunità senza paura, fino a dover agire in clandestinità e a rischiare l’arresto, senza mai rinunciare a promuovere carità e unità.

Tenete viva la fedeltà alle origini in questa attenzione profetica all’oggi.

Lo avete fatto ponendo tra le priorità pastorali l’apertura ai laici, la tutela della vita dal concepimento alla morte, l’attenzione agli ultimi, il sostegno alle famiglie.

Scelte che trovano riscontro nel centro di naprotecnologia, che avete attivato presso il santuario di Licheń, in Polonia; e nelle nuove aree di missione in Asia e Africa.

(Al capitolo dei chierici mariani dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria)

Individualismo e guerre
minano
il senso
dell’essere
famiglia

 

È triste che stiamo sperimentando come le guerre portano distruzione in tutta la famiglia umana, provocando sofferenza e povertà. Questo ci fa perdere il senso dell’essere famiglia, del rispettarci e tollerarci anche con le nostre differenze e difficoltà.

La lotta sta al primo posto, e dimentichiamo che in una famiglia le cose si sistemano con pazienza, amore, dialogando, condividendo i punti di vista e i bisogni di ognuno, per aiutarci reciprocamente.

La cultura del nostro tempo è infestata dall’individualismo e dalla chiusura.

Stiamo vedendo le conseguenze delle nostre coscienze addormentate dalla comodità, che porta a perdere di vista quanti stanno soffrendo o sono scartati. L’imprenditore cattolico, per poter essere segno della presenza di Dio nel mondo dell’economia e del lavoro, deve prendersi cura.

Il capitale più importante che possiamo avere è il capitale spirituale.

Quando il Signore tocca i nostri cuori, siamo capaci di vedere quanti sono nel bisogno... di mettere da parte la logica mondana dell’“io”, del successo, del dominio, del denaro, escludendo gli altri.

Ognuno di noi è chiamato a contribuire affinché la società abbia sempre più artigiani di pace; e affinché nella Chiesa si moltiplichino i costruttori di una comunità in cui tutti si sentano ben accolti.

Voi amate la Chiesa e vi preoccupate dei suoi ministri. È un diritto dei fedeli avere sacerdoti ben formati, che alimentino la comunità con la Parola e l’Eucaristia; e rendano testimonianza di una vita dedita agli altri.

(A imprenditori dell’arcidiocesi di México)

Sabato 18

Norme
processi
e sanzioni
non perdano di vista i diritti delle persone

 

Il Corso per operatori del diritto canonico e della pastorale familiare si inserisce nel servizio multiforme della Curia Romana... Possiamo chiederci in che senso il diritto è collegato con l’evangelizzazione? Siamo abituati a pensare che siano due realtà separate.

Invece è decisivo scoprire che né diritto senza evangelizzazione, né evangelizzazione senza diritto. Il nucleo del diritto canonico riguarda i beni della comunione, anzitutto la Parola di Dio e i Sacramenti.

Ogni persona ha diritto all’incontro con Cristo, e tutte le norme e gli atti giuridici tendono a favorire l’autenticità e la fecondità di questo diritto.

Perciò la legge suprema è la salvezza delle anime, come afferma l’ultimo canone del Codice (1752).

In questo senso evangelizzare è l’impegno giuridico primordiale sia dei Pastori sia di tutti i fedeli.

È quello che fa la differenza, per esempio, tra i sacerdoti, tra un Pastore e un chierico di Stato.

Il primo va per evangelizzare e dà compimento a questo diritto primario; [l’altro], una sorta di curato di corte, svolge una funzione ma non soddisfa il diritto.

La missione del canonista non è un uso positivistico dei canoni per cercare soluzioni di comodo o tentare “equilibrismi”.

Non dimenticare il principio più grande, quello dell’evangelizzazione: la realtà è superiore all’idea; e questa realtà va servita con il diritto.

La grandezza del vostro compito emerge da una visione in cui la normativa, senza dimenticare l’equità, viene attuata mediante le virtù della prudenza.

Ci vuole capacità di ascolto; soprattutto ci vuole preghiera per giudicare bene.

In tal modo non si trascurano le esigenze di bene comune inerenti alle leggi né le formalità degli atti, ma tutto si colloca entro un vero ministero di giustizia.

L’anno scorso ho parlato della sinodalità che è intrinseca al processo di nullità matrimoniale.

La stessa considerazione vale anche per coloro che partecipano al procedimento per concedere la dispensa dal matrimonio rato e non consumato.

Il camminare insieme, nell’ascolto reciproco e nell’invocazione allo Spirito Santo, è condizione indispensabile per essere giusti operatori.

A partire dai due motu proprio Mitis Iudex Mitis et misericors Iesus è andata crescendo la consapevolezza circa l’interazione tra pastorale familiare e tribunali ecclesiastici, visti anch’essi nella loro specificità come organismi pastorali.

Da una parte, un’integrale pastorale della famiglia non può ignorare le questioni giuridiche concernenti il matrimonio.

Basti pensare al compito di prevenire le nullità durante la fase previa alla celebrazione, e accompagnare le coppie in crisi, compreso l’orientamento verso i tribunali della Chiesa quando sia plausibile l’esistenza di un capo di nullità, oppure il consigliare di iniziare la procedura per la dispensa per inconsumazione.

Gli operatori dei tribunali non possono dimenticare che stanno trattando questioni che hanno una forte rilevanza pastorale, per cui le esigenze di verità, accessibilità e prudente celerità devono guidarne il lavoro. E fare il possibile per la riconciliazione o la convalidazione dell’unione.

(A un corso di formazione per gli operatori
del diritto promosso dalla Rota romana)

 

I laici
non sono “ospiti”
nella Chiesa

 

Vivere più intensamente e più concretamente la comunione e il camminare insieme... superare i modi di agire in autonomia o i binari paralleli che non si incontrano: il clero separato dai laici, i consacrati separati dal clero e dai fedeli, la fede intellettuale separata dalla fede popolare, la Curia romana separata dalle Chiese particolari..

C’è ancora tanta strada da fare perché la Chiesa viva come un corpo, come vero Popolo, unito dall’unica fede in Cristo.

Un Popolo unito nella missione... non populismo né élitismo, il santo Popolo fedele di Dio.

Ciò non s’impara teoricamente, si capisce vivendolo.

La sinodalità trova la sua sorgente e il suo scopo nella missione.

Pensiamo ai primordi, quando Gesù invia gli Apostoli ed essi ritornano felici.

Condividere la missione avvicina, crea comunione, manifesta la complementarietà dei diversi carismi.

Lo vediamo in Gesù, circondato, fin dall’inizio, da un gruppo di discepoli, uomini e donne. Mai solo.

Quando ha inviato i Dodici, li ha mandati “a due a due”.

La stessa cosa vediamo in San Paolo, che ha sempre evangelizzato insieme a collaboratori, anche laici e coppie di sposi.

E così nei momenti di grande rinnovamento della Chiesa. Non individui isolati, ma un Popolo che evangelizza!

Avete anche parlato della formazione dei laici, indispensabile per vivere la corresponsabilità. La formazione dev’essere orientata alla missione, non solo alle teorie, altrimenti si scade nelle ideologie.

L’apostolato dei laici è anzitutto testimonianza della propria esperienza, della propria storia, della preghiera, del servizio a chi è nel bisogno, della vicinanza ai poveri, alle persone sole, dell’accoglienza.

Ci si forma alla missione andando verso gli altri. È una formazione “sul campo” e al tempo stesso una via di crescita spirituale.

Oggi il dramma della Chiesa è che Gesù continua a bussare alla porta, ma dal di dentro, perché lo lasciamo uscire!

Questo dà la chiave di lettura per il tema della corresponsabilità dei laici nella Chiesa.

L’esigenza di valorizzare i laici non dipende da qualche novità teologica e da esigenze funzionali per la diminuzione dei sacerdoti; tantomeno da rivendicazioni di categoria per concedere una “rivincita” a chi è stato messo da parte.

Si basa su una corretta visione di Chiesa come Popolo di Dio, di cui i laici fanno parte a pieno titolo insieme ai ministri ordinati [che] non sono i padroni, sono i servitori. Si tratta di superare una visione sociologica che distingue classi e ranghi sociali e che si basa sul “potere” assegnato a ogni categoria.

L’accento va posto sull’unità e non sulla separazione, sulla distinzione.

Il laico, più che come “non chierico” o “non religioso”, va considerato come battezzato, che è il sacramento che apre tutte le porte.

In questo unico Popolo di Dio, che è la Chiesa, fondamentale è l’appartenenza a Cristo. Nei racconti degli Atti dei martiri dei primi secoli, troviamo una semplice professione di fede: “Sono cristiano e perciò non posso sacrificare agli idoli”.

Non dicono “sono vescovo” o “sono laico”; “sono dell’Azione Cattolica, sono dei Focolarini”.

Anche oggi, in un mondo che si secolarizza sempre più, ciò che veramente ci distingue come Popolo di Dio è la fede in Cristo, non lo stato di vita.

Siamo battezzati, cristiani, discepoli di Gesù. Tutto il resto è secondario. Anche un prete è secondario; anche un vescovo; anche un cardinale. La comune appartenenza a Cristo ci rende tutti fratelli.

È vero che i laici sono chiamati a vivere principalmente la loro missione nelle realtà secolari in cui sono immersi ogni giorno, ma ciò non esclude che abbiano anche capacità, carismi e competenze per contribuire all’animazione liturgica, catechesi, amministrazione dei beni, attuazione di programmi pastorali.

Per questo i pastori vanno formati, fin dai tempi del seminario, a una collaborazione quotidiana e ordinaria con i laici, così che il vivere la comunione diventi per loro un modo di agire naturale, e non un fatto straordinario e occasionale.

I fedeli laici non sono “ospiti” nella Chiesa, sono a casa loro, perciò sono chiamati a prendersi cura della propria casa.

Soprattutto le donne, vanno maggiormente valorizzate nella vita delle parrocchie e delle diocesi.

Possono portare il Vangelo con il loro linguaggio “quotidiano”, impegnandosi in varie forme di predicazione; collaborare con i sacerdoti per formare i bambini e i giovani, per aiutare i fidanzati nella preparazione al matrimonio e accompagnare gli sposi nella vita coniugale e familiare.

Si deve dare voce ai laici nei consigli pastorali delle Chiese particolari.

Possono aiutare nell’accompagnamento spirituale e dare il loro contributo anche nella formazione di seminaristi e religiosi.

Insieme con i pastori, devono portare la testimonianza cristiana nel mondo del lavoro, della cultura, della politica, dell’arte, della comunicazione sociale.

(Al convegno promosso dal Dicastero per i laici,
la famiglia e la vita
)

Lunedì 20

Un lavoro
poetico

 

Mi piace il lavoro che fate: cinema, arte, la bellezza come espressione di Dio.

I libri di teologia parlano tanto del verum, della verità; parlano del bonum; del bello, della bellezza, non tanto.

Sembrava che non c’entrasse, nella riflessione teologico-pastorale. Quella bellezza che ci salverà... quella bellezza che è l’armonia, opera dello Spirito Santo.

Quando vediamo l’opera dello Spirito, che non è annientare le differenze, uniformare, allora capiamo la bellezza.

È quell’opera dello Spirito che fa l’armonia dei contrari, degli opposti, di tutto.

Pensiamo alla mattina di Pentecoste, quando si crea quel problema: tutti parlano, nessuno capisce che succede, un disordine grande... È lo Spirito a fare un’armonia di tutto: tutto sembra contraddittorio, ma l’armonia è superiore.

Il vostro lavoro va sulla strada dell’armonia. Poi, se vogliamo qualificare le grandi opere del cinema, possiamo dire che un buon motivo sono gli attori, ma soltanto le opere che sono riuscite a esprimere l’armonia, sia nella gioia, sia nel dolore, passano alla storia.

Il vostro è un lavoro evangelico. Anche poetico, perché il cinema è poesia: dare vita è poetica.

Andate avanti, dietro ai grandi. Voi, come italiani, avete una storia gloriosa.

(Parole a braccio alla  Fondazione Ente
dello spettacolo
)

 

No
alla tentazione
di far
prevalere
il virtuale
sul reale

 

[Il] rapporto tra persona, tecnologie emergenti e bene comune è una frontiera delicata, presso la quale s’incontrano progresso, etica e società, e dove la fede può fornire un contributo prezioso.

La Chiesa non smette di incoraggiare scienza e tecnologia a servizio della dignità della persona e per lo sviluppo umano.

Tre sfide ritengo importanti: il cambiamento delle condizioni di vita dell’uomo nel mondo tecnologico; l’impatto delle nuove tecnologie sulla definizione stessa di “uomo” e di “relazione”, con particolare riferimento alla condizione dei soggetti più vulnerabili; il concetto di “conoscenza” e le conseguenze che ne derivano.

Primo
il
cambiamento

 

Sappiamo che è proprio dell’uomo agire nel mondo in modo tecnologico, trasformando l’ambiente e migliorandone le condizioni di vita.

In passato la connessione tra culture, attività sociali e ambiente, grazie a interazioni meno fitte e ad effetti più lenti, risultava meno impattante.

Oggi, invece, il rapido sviluppo dei mezzi rende più evidente l’interdipendenza tra l’uomo e la “casa comune”.

La forza e l’accelerazione degli interventi è tale da produrre mutazioni significative con effetti e sviluppi non sempre chiari.

Lo stanno dimostrando varie crisi, da quella pandemica a quella energetica, da quella climatica a quella migratoria, le cui conseguenze si ripercuotono le une sulle altre, amplificandosi a vicenda.

Un sano sviluppo tecnologico non può non tener conto di questi intrecci.

Secondo
l’impatto

 

La forma tecnologica dell’esperienza umana sta diventando più pervasiva.

Nelle distinzioni tra “naturale” e “artificiale”, “biologico” e “tecnologico”, i criteri con cui discernere il proprio dell’umano e della tecnica diventano più difficili.

Perciò è importante una seria riflessione sul valore stesso dell’uomo.

Ribadire l’importanza del concetto di coscienza personale come esperienza relazionale che non può prescindere dalla corporeità né dalla cultura.

Il virtuale
non può
sostituire
l’umano

 

Nella rete delle relazioni soggettive e comunitarie la tecnologia non può soppiantare il contatto umano, il virtuale non può sostituire il reale.

Anche all’interno dei processi di ricerca la relazione tra persona e comunità segnala risvolti etici. Ad esempio on ambito sanitario, dove la qualità dell’informazione e dell’assistenza del singolo dipende in gran parte dalla raccolta e dallo studio dei dati.

Si deve affrontare il problema di coniugare la riservatezza con la condivisione delle informazioni.

Sarebbe egoistico chiedere di essere curati con le migliori risorse e competenze di cui la società dispone senza contribuire ad accrescerle.

Penso all’urgenza che la distribuzione delle risorse e l’accesso alle cure vadano a vantaggio di tutti, perché siano ridotte le disuguaglianze e garantito il sostegno necessario ai più fragili, come le persone disabili, ammalate e povere.

Vigilare sulle trasformazioni

 

Vigilare sulla velocità delle trasformazioni, sull’interazione tra i cambiamenti e sulla possibilità di garantirne un equilibrio.

Non è detto che tale equilibrio sia uguale nelle diverse culture, come invece sembra presumere la prospettiva tecnologica quando s’impone come linguaggio e cultura universale e omogenea.

Terzo
le conseguenze

 

Già il tipo di conoscenza che mettiamo in atto ha in sé dei risvolti morali.

È riduttivo cercare la spiegazione dei fenomeni solo nelle caratteristiche dei singoli elementi che li compongono.

Servono modelli più articolati, che considerino l’intreccio di relazioni.

È paradossale parlare di uomo «aumentato» se si dimentica che il corpo rinvia al bene integrale della persona e che non può essere identificato con il solo organismo biologico.

Un approccio sbagliato finisce non con l’“aumentare”, ma con il “comprimere” l’uomo.

Oltre
l’apologia

 

La teologia prosegua nel superamento di impostazioni apologetiche, per contribuire alla definizione di un nuovo umanesimo.

La mancanza di dialogo tra queste realtà impoverisce la fiducia reciproca alla base di ogni convivenza.

Le tradizioni religiose dispongono di una saggezza che può essere di aiuto.

(Alla Pontificia accademia
per la vita)