· Città del Vaticano ·

L'intervista
Ieri ballerina oggi suora povera: Veronica si racconta

La mia scelta eversiva

 La mia scelta eversiva  DCM-010
05 novembre 2022

Era una ballerina professionista contesa dalle maggiori compagnie europee, insegnante stimatissima nella natìa Cosenza e pronta a trasferirsi in Spagna grazie a una borsa di studio per insegnare il flamenco. Figlia modello cresciuta in una famiglia semplice, studentessa di Diritto ed Economia abbonata ai voti altissimi, aveva brillantemente conseguito la laurea in utroque iure e si preparava a diventare notaio.

Ma il Signore aveva altri piani per lei e, quando la chiamata è arrivata, la sua risposta è stata fulminea, incondizionata, spiazzante: appese le scarpe da ballo al chiodo, riposti i codici su uno scaffale, ha preso il velo ribattezzandosi suor Veronica Maria. E oggi, a 38 anni, questa giovane donna, all’anagrafe Emanuela Fittante, dal sorriso rasserenante e l’energia incrollabile che la porta a trascinare il suo saio in mezzo mondo per annunciare la parola di Dio è la cofondatrice con fra’ Volantino Verde e serva generale dei Piccoli Frati e Piccole Suore di Gesù e Maria, una comunità religiosa di 35 persone (ufficialmente approvata dalla Chiesa nel 2019) che ha la casa madre a Noto, in Sicilia, e ramificazioni in altre zone d’Italia, in Messico, negli Stati Uniti. All’insegna di un voto tassativo: praticare la povertà radicale per evangelizzare le persone attraverso l’azione itinerante. Aiutando al tempo stesso gli altri poveri, cioè chi si ritrova nell’indigenza ma non per scelta.

In cosa consiste la vostra povertà radicale?

Non possediamo nulla e soprattutto non maneggiamo soldi. Non che sia un male avere un rapporto con il denaro e le cose, del resto anche gli Apostoli avevano una casa. Ma l’estraneità totale ai beni materiali ci aiuta ad avvicinarci alle persone più facilmente.

Che cosa intende?

La povertà radicale è stata un’intuizione di fra’ Volantino che i primi tempi, quando iniziò l’opera di evangelizzazione, si trovava a scontrarsi con accuse e pregiudizi. La gente rinfacciava alla Chiesa le sue ricchezze. Così, per aprire i cuori all’ascolto della parola di Dio e riportare le pecorelle smarrite ai sacramenti, il nostro cofondatore fece la scelta della povertà.

Ma chi vi sostenta nella quotidianità?

Viviamo di Provvidenza, di buone azioni, dell’aiuto dei gruppi di preghiera a cui devolviamo completamente il frutto del nostro lavoro e a cui possiamo rivolgerci in caso di necessità: alcuni di noi insegnano nelle scuole ma non ricevono direttamente il compenso.

Dove vivete, e come?

Abitiamo nei conventi della Diocesi e abbiamo uno stile di vita sobrio, ci accontentiamo dell’essenziale. Viaggiamo a piedi e in autostop dormendo dove capita, spesso sotto le stelle, senza mai sapere quando arriveremo e che imprevisti ci riserverà il cammino. Le cose che usiamo, come i computer e i telefonini, sono prestate. E le strade del Signore non smettono di sorprenderci: non abbiamo nemmeno il tempo di chiedere che la gente ci aiuta spontaneamente, i supermercati ci regalano il cibo, quando viaggiamo ci offrono da mangiare e un giaciglio. Tutto questo ci permette anche di aiutare chi è in difficoltà. È proprio Gesù a dire: c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Quanto è rivoluzionaria, nell’era del consumismo, la scelta di non possedere nulla? E viene capita da tutti?

La povertà è sempre stata un valore, fin dai tempi di Gesù e di san Francesco che ci hanno insegnato a non attaccarci ai beni materiali. Oggi c’è chi comprende la nostra scelta e chi la trova assurda, ma è normale in una società che cerca le sue sicurezze nel possesso. Non a caso monsignor Giuseppe Agostino, che aveva guidato la Diocesi di Cosenza ed era stato vicepresidente della Cei, disse che la nostra comunità era un pugno nello stomaco del materialismo.

Chi sono i vostri modelli?

Abbiamo quattro santi di riferimento: san Francesco di cui riprendiamo la povertà e la vocazione itinerante, padre Pio per la componente mariana, san Massimiliano Maria Kolbe per l’anelito a fare apostolato attraverso la comunicazione, santa Teresa di Lisieux per la spiritualità contemplativa. La nostra è una comunità semi-attiva e semi-contemplativa.

Ha incontrato ostilità, ostacoli quando ha deciso di prendere il velo ed essere povera?

Non certo in famiglia. I miei genitori, i fratelli e le sorelle mi hanno appoggiata perché, entrando in una comunità di preghiera, hanno condiviso il mio avvicinamento a questa scelta. Nel mondo della danza, invece, l’annuncio che avrei lasciato una carriera già avviata fu un autentico choc. Era il 2005 e la mia insegnante provò in tutti i modi a dissuadermi, affermando che il mondo religioso non mi apparteneva e che la mia era una scelta “arrogante”. Ma il Signore mi aveva chiamata e il mio bene non poteva esistere lontano da Lui.

Qual è stata la rinuncia più pesante per lei?

Proprio la danza, che è sempre stata la grande passione a cui ho dedicato tempo ed energie. Avevo vinto una borsa di studio per la Spagna, una importantissima compagnia era pronta ad assumermi…lo confesso, è stata dura rinunciare. Invece, una volta preso il velo, non ho mai rimpianto i beni materiali. Sono cresciuta in una famiglia umile che fin da piccola mi ha insegnato a fare sacrifici e rinunce. Si può dire che alla povertà ero preparata da tanto tempo.

E come ha fatto a superare il dolore di dover abbandonare la danza?

Ho pregato tanto. Divisa tra l’entusiasmo di abbracciare la vita religiosa e il dispiacere di non poter ballare più, ho chiesto al Signore di illuminarmi. E io ho capito che sarei stata felice solo se avessi fatto quello che Lui aveva scelto per me. Dio è sempre stato al primo posto nella mia vita, per questo ho mollato la danza senza rimpianti.

Come mai prima di prendere il velo voleva fare il notaio, un mestiere che l’avrebbe portata ad occuparsi proprio di beni materiali, possesso, e a guadagnare bene?

È stato il desiderio di riscatto. Forse inconsciamente volevo garantire alla mia famiglia quel benessere che ci era mancato.

C’è differenza, nella Chiesa, tra il voto di povertà degli uomini e quello delle donne?

No, la rinuncia ai beni materiali è un valore definito nello stesso modo per tutti. Il Signore non fa differenze. Vede i bisogni di ciascuno di noi e provvede di conseguenza.

Come si manifesta la povertà oggi?

In tante forme diverse. La prima a cui pensiamo è l’indigenza di chi non ha da mangiare, da dormire, da vestirsi: ne vediamo tanti di poveri, anche a Noto, e per loro organizziamo la mensa. I nostri confratelli e le nostre consorelle che operano in Messico sono poi a contatto con la povertà estrema e cercano di aiutare chi vive nelle baraccopoli di lamiera, nel fango, senza i generi di prima necessità…ma girando il mondo per evangelizzare le persone, noi veniamo in contatto anche con altri tipi di povertà.

Quali?

Quella che si manifesta nella meschinità, nell’invidia, nell’avidità. È la povertà intellettuale di chi ha consacrato la vita alla ricerca del profitto e del potere. C’è poi la povertà spirituale di quelli che hanno sete della parola del Signore. Noi gliela portiamo e loro si aprono all’ascolto.

Fate molti viaggi?

Di recente siamo andati a piedi e in autostop dalla Sicilia al Portogallo. Prossimamente mi recherò negli Stati Uniti e in Messico. In quanto madre generale, devo andare a visitare le nostre comunità che operano in quelle parti del mondo, in situazioni spesso molto critiche.

Suor Veronica, perché ha scelto di privarsi di tutto?

Mi sono fatta povera per aver bisogno degli altri e, paradossalmente, riuscire a donare agli altri qualcosa: la parola di Dio. Noi non vogliamo possedere nulla per essere a disposizione del prossimo. Il benessere ci dà l’illusione di essere autosufficienti ma ci priva di molte relazioni umane. Noi le recuperiamo considerandole delle occasioni per portare il Vangelo al mondo.

Essere poveri oggi è una trasgressione?

Senza alcun dubbio. Molto più potente di tante presunte trasgressioni che il mondo sembra suggerirci in questo momento storico. La povertà è una scelta eversiva perché va controcorrente. E non c’è trasgressione più grande che essere coerenti con i propri ideali.

di Gloria Satta