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150 anni delle Figlie di Maria Ausiliatrice, educatrici per eccellenza

Essere salesiane

 Essere salesiane  DCM-009
01 ottobre 2022

«Viaggio della speranza» è il progetto della Fondazione Laura Vicuña che, nelle Filippine, punta a ricostruire la vita dei bambini in aree urbane e rurali svantaggiate. Il Programma di campeggio ambientale viene invece proposto, in Corea, ai bambini dai 3 ai 5 anni, nell’ambito dell’educazione scolastica alla spiritualità ecologica, che crea e sviluppa l’amicizia con la natura, con le persone e con Dio nel quotidiano. In Benin si chiama “alternativa” la scuola intitolata a san Giuseppe e pensata come risposta preventiva per ragazzi e ragazze non scolarizzati, che rischiano di perdersi nella strada, manovalanza vagante per attività economiche illegali. In Venezuela, nell’Alto Orinoco, la Scuola interculturale bilingue Yanomami si pone invece come strumento di facilitazione del dialogo interculturale. Mentre nel cuore della giungla amazzonica ecuadoriana l’educazione viaggia sulle onde di una stazione radio, creata dopo lo stop alle lezioni imposto dall’epidemia di Covid.

Sono solo alcune delle decine di “buone pratiche” presentate nel convegno internazionale di Roma per celebrare i 150 anni dalla nascita dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, uno degli ordini di religiose più numeroso, 11mila suore presenti in 97 Paesi.

Una carrellata per dire di un carisma che ha saputo inculturarsi a latitudini diverse, riconosciuto anche nelle istituzioni internazionali, come il Consiglio dei diritti umani dell’Onu, a Ginevra, dove l’Istituto Internazionale Maria Ausiliatrice delle Salesiane di don Bosco è presente come difensore del diritto all'istruzione per tutti e promotore dell’empowerment di bambini, giovani e donne.

«Un carisma che resta sempre lo stesso delle origini: siamo donne consacrate a Dio e all’educazione dei giovani, con tutto ciò che oggi vuol dire educazione», commenta la superiora generale dell’Istituto, madre Maria Chiara Cazzuola. Il pensiero va alla fondatrice madre Maria Domenica Mazzarello, che a Mornese, un paesino italiano del Piemonte, figlia di una famiglia contadina numerosa, a metà Ottocento, dopo una serie di segnali, intuisce qual è la sua vocazione e con quale spirito servire le giovani. «Il suo impegno educativo lo spende a partire dei bisogni immediati, per riaccendere la speranza, orientare ai valori, a una missione di ampio respiro di cui oggi noi siamo segno e attualizzazione mondiale».

Fu don Bosco che riconobbe il valore dell’opera di Mazzarello e, il 5 agosto del 1872, diede il nome a quella che così diventava l’esperienza salesiana al femminile. «Abbiate come Gloria il vostro bel titolo di Figlie di Maria Ausiliatrice e pensate spesso che il vostro Istituto dovrà essere il monumento vivo della gratitudine di don Bosco alla Gran Madre di Dio invocata sotto il titolo di aiuto dei cristiani».

Oggi, aggiunge suor Chiara, riaffermare la «prospettiva educativa del nostro sistema preventivo vuol dire avere lo sguardo attento sulle giovani e i giovani in un progetto comune. In questo orizzonte la formazione integrale nella visione antropologica cristiana diventa impegno ad accompagnarli sostenendoli nella ricerca del senso della vita, nella costruzione di un futuro di pace, di fraternità, di responsabilità per la casa comune».

Un principio che oggi come ieri fa i conti con la storia: se all’inizio le Figlie di Maria Ausiliatrice, le salesiane di don Bosco che al loro nome pospongono la sigla Fma, realizzarono i convitti per le ragazze che si spostavano dai paesi nelle città per lavorare nelle fabbriche, oggi è la geografia ecclesiastica che sfida l’attualità, «laddove religiose di paesi in guerra lavorano insieme sugli stessi progetti educativi, come accade nella Provincia dell’Europa dell’Est- Georgia che comprende anche Ucraina, Russia e Bielorussia; o in Myanmar, dove ci sono tutte sorelle giovani, che vivono senza aiuto dall’esterno, visto che non sono ammesse missionarie perché religiose straniere», spiega suor Chiara.

«Ciò che accomuna esperienze e persone molto diverse è una passione educativa incarnata nella concretezza, mentre le situazioni ambientali, la cronologia, la formazione, gli sbocchi operativi, sono ciò che le differenzia e le connota, manifestando l’adattabilità della presenza salesiana per restare al fianco delle giovani», commenta suor Grazia Loparco, docente di storia della Chiesa alla pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium. «Tra esse si annoverano missionarie, oculate e coraggiose superiore, pioniere di opere in espansione, assistenti e responsabili di fondazioni per la cura di minori più poveri, religiose a fondamento di istituzioni in stretto rapporto con la società, le autorità pubbliche e benefattori, oppure intente a edificare e favorire lo sviluppo di opere importanti per la città e un raggio ampio di proiezione. Ma si sono sfiorate anche le situazioni di gravi difficoltà, che hanno messo in luce una ferma capacità di resistenza e flessibilità inossidabile». Tutte queste esperienze, conclude Loparco, «sono sfaccettature di un’unica vocazione educativa, che in un’organizzazione istituzionale ampia necessita di ruoli e qualità complementari».

Hanno nomi e volti le donne di cui parla Loparco. Come quello di Maria Cerna, che sotto il regime comunista in Slovacchia ha trascorso lunghi anni di lavoro forzato nei campi di concentramento per religiose (dal 1950 al 1971) ed è poi stata riferimento per il sostegno e la formazione clandestina delle suore, contribuendo così alla rinascita dell’Istituto delle Fma nel Paese. Oppure di Nancy Pereira in India, che, rifacendosi all’approccio della Banca dei poveri dell’economista e banchiere bengalese Muhammad Yunus, ha promosso l’imprenditorialità di chi vive ai margini, aiutando in particolare le donne. O ancora Angela Cardani, che negli anni Novanta, su invito del Comune di Torino alle Fma, porta il suo contributo educativo nel quartiere delle Vallette, offrendo spazi di protagonismo alle giovani e alle donne per oltre vent’anni, fondando l’ong Vides Maìn, che promuove progetti di sostegno educativo, scolastico e non scolastico, di integrazione sociale per ragazzi, giovani e famiglie, di animazione del tempo libero.

Persone e opere che hanno risposto alle domande dei tempi. Così poco più di 50 anni fa, nel 1970, nasceva la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium, «unica istituzione pontificia affidata a donne, annoverata da san Paolo vi tra le Facoltà “sorelle” nel panorama delle altre pontificie con lo scopo di offrire un contributo alla missione evangelizzatrice della Chiesa tramite l’educazione e la cura della persona in modo integrale», ricorda Piera Ruffinatto, preside dell’Auxilium. Sin dalle sue origini furono chiare identità e compito: «Lo studio dello specifico apporto che le donne possono dare alla Chiesa nel campo dell’educazione, coltivando la ricerca nel campo delle scienze dell’educazione in ottica interdisciplinare e multidimensionale; la formazione di ricercatori, insegnanti, catecheti, educatori, psicologi nel campo dell’educazione secondo una visione cristiana della realtà e in armonia con i principi dell’umanesimo pedagogico cristiano di san Giovanni Bosco».

Oggi, come rivela una indagine, il volto delle Fma sta mutando: diminuiscono le religiose europee ed americane, aumentano quelle dell’Asia, dell’Oceania, dell’Africa. L’ipotesi che ha guidato la ricerca, spiega suor Maria Teresa Spiga, è che «la generatività è stata la dimensione trasversale che ha permesso all’identità e alla missione dell’Istituto di incarnarsi nello spazio e nel tempo, dando vita a molteplici esperienze, “generandone” di nuove, “rigenerando” le già esistenti, attraversando i tempi oltre ogni confine geografico».

I dati raccontano l’Istituto dal 1880 al 2020 e riguardano le Fma, le Case e le Opere. Nell’Istituto sono entrate 33820 sorelle, 5730 di esse (il 17 per cento) hanno lasciato l’Istituto e 16865 (il 50 per cento) sono venute a mancare. Il numero maggiore di entrate (5577) si registra nel 1960 e fino a quell’anno le entrate sono sempre superiori a quelle dell’anno precedente (eccetto il 1910). Dal 1970 accade il contrario, i numeri decrescono rispetto a quelli dell’anno precedente, eccetto nel 1990 (2104). Dal 1970 al 1980 si registrano -2639 entrate. È nel 2020 l’anno in cui si danno i numeri più bassi di entrate (1301). In generale l’incremento delle Fma riguarda gli anni dei decenni dal 1880 al1970 (da +39 a +2234 Fma); il decremento dal 1980 al 2020 (da -1094 a -2364 Fma). Quanto alle Case sono 1331 quelle che risultano aperte nel 2020. Il numero più elevato di Case soppresse riguarda l’Europa (78 per cento) e l’America (57 per cento), cioè i due continenti in cui le Case sono più datate e dove l’Istituto ha cominciato la sua espansione. È per l’Asia che si registrano le percentuali più basse di Case soppresse (18 per cento). Un’attenzione merita il dato dell’Oceania, il continente in cui l’Istituto è arrivato più di recente: sono state aperte 19 Case e 7 sono state soppresse. La ricerca considera infine le opere, ne censisce 6400 in totale, raggruppate in 12 categorie: istruzione (1207); formazione lavoro (334); oratori-gruppi (162); formazione religiosa (467); missione (133), associazioni (117), assistenza (526) ospitalità (288) case e servizi di cura (116); prestazioni domestiche (61) altro (137).

La ricchezza di analisi, accompagnate da un confronto sull’indagine presentata, ha avviato una serie di riflessioni che possono essere sintetizzate nelle parole di suor Marcella Farina: «È sempre più esplicita e condivisa la consapevolezza che l’opera educativa esige competenze che interpellano a una svolta nella formazione delle stesse Fma come educatrici e formatrici». La vera sfida, quella fondamentale, è il problema antropologico, che chiede «un ripensamento profondo dell’umanesimo: occorre un pensare in profondità in cui tutti i saperi sono chiamati in una grande alleanza». In questo senso, aggiunge, «occorre lasciarsi pro-vocare dalle scienze “altre”, rispetto a quelle classiche, dai nuovi saperi che a modo proprio riflettono sull’umano secondo le poliedriche sensibilità umanistiche contemporanee».

Analogamente a quanto si è fatto alle sue origini, occorre osare percorsi formativi nuovi. Negli anni Sessanta e Settanta, semplifica Farina, non era certo all’ordine del giorno «inviare delle religiose all’estero per studiare all’università e in un campo “diverso” come era la psicologia, ancor meno pensare di inviare in facoltà teologiche, appena aperte ai laici; era certo più facile pensare alla catechetica, alla filosofia che erano le scienze classiche alle quali le donne accedevano».

Inoltre occorre individuare e condividere linee operative «per promuovere nelle ragazze e nei ragazzi, donne e uomini, nel loro contesto, una consapevolezza più profonda della propria dignità di persona, in reciprocità, secondo la cultura dell’incontro, per contribuire alla costruzione della fratellanza universale».

Ma oggi qual è la responsabilità più grande che avverte la Superiora generale? «Il fatto di non perdere di vista nessuna realtà», risponde madre Cazzuola. «Ci sono alcune più vistose, emergenti, altre piccole, nascoste, più deboli per tanti motivi: l’età che avanza delle sorelle, il numero che diminuisce, le situazioni culturali o politiche che rendono più difficile la nostra missione o anche i fattori contingenti, storici. Dobbiamo far germogliare il carisma e curare la profondità delle radici. Sono tutte realtà da incoraggiare. E stare attente a non perdere di vista nessuno, soprattutto quelle che soffrono di più».

di Vittoria Prisciandaro
Giornalista Periodici San Paolo «Credere» e «Jesus»