· Città del Vaticano ·

Kenya, madre e figlia impegnate per l’ambiente
L’eredità della prima africana Nobel Pace

Wanjara e Wanjira Maathai

Eduati.jpg
03 settembre 2022

Nell’urgenza della battaglia per salvare la propria terra dagli effetti devastanti del cambiamento climatico, l’attivista kenyota Wanjira Maathai ha compreso che la dimensione da privilegiare è la concretezza. Quello che è possibile fare ora, subito. Soprattutto se la soluzione è quella suggerita dalle persone che vivono ogni giorno le conseguenze dello stravolgimento ambientale. Come le dighe di sabbia cementificate sperimentate dagli agricoltori in Kenya e che contengono le acque dei fiumi nelle stagioni di secca. Oppure la cooperazione internazionale nella regione sudamericana del Gran Chaco, che comprende zone della Bolivia, Paraguay e Argentina, dove una rete promossa dalle associazioni di donne, agricoltori e istituzioni locali è riuscita a creare un sistema in grado di dare l’allarme sull’arrivo delle alluvioni del fiume Pilcomayo, ogni anno più disastrose, dando la possibilità di contenere i danni e risparmiare sulla ricostruzioni.

Il pragmatismo è una delle numerose qualità apprese dalla madre Wanjara Maathai, prima donna africana a ricevere il premio Nobel per la Pace grazie al suo impegno per lo sviluppo sostenibile, nel 2004. Mancata nel 2011, Wanjara negli anni Settanta ha dato l’esempio fondando il Green Belt Movement che soltanto in Kenya ha portato a piantare 50 milioni di alberi. «Nel mio piccolo pianto alberi», diceva, a significare che occorre partire dal proprio quotidiano. Quella frase è diventata una dei suoi slogan più celebri.

Wanjira era ancora una bambina quando accompagnava la madre nelle prime azioni del movimento; insieme scavavano le buche e poi inserivano arbusti che producevano fiori dal colore cangiante. La madre Wanjara le spiegava che non si trattava soltanto della bellezza del paesaggio, il gesto significava anche restituire alle madri il potere di garantire un futuro ai propri bambini: «Sono le donne a piantare fisicamente gli alberi proprio per rivendicare l’abilità a gestire quello che hanno, e cioè l’ambiente naturale, che significa anche cibo per la propria famiglia», spiega ora Wanjira, per la quale ancora oggi sono le donne a prendere sulle spalle la cura amorevole di quanto circonda gli esseri umani.

Nonostante sia evidentemente difficoltosa una eredità così pesante, Wanjira Maathai ha saputo trovare un suo ruolo: «Io non vivo all’ombra di mia madre, mi immergo nella sua luce», dice. È presidente della Fondazione dedicata a Wanjara Maathai, e ora è diventata vicepresidente regionale del World Resources Institute, organizzazione di ricerca con sede a Nairobi che collabora con governi, imprese e istituzioni per trovare quelle buone prassi per affrontare il cambiamento climatico che soprattutto nelle regioni africane più povere sta portando a fenomeni gravi come uragani, inondazioni, siccità, carestie. Soltanto a causa della mancanza di acqua, negli ultimi anni è cresciuto del 50 per cento il numero dei subsahariani malnutriti; mentre Mozambico e Zimbabwe sono tra i Paesi più disastrati al mondo per il riscaldamento globale, dove sette persone su dieci rischiano di perdere tutto. Il tempo per agire è pochissimo.

Non sorprende che una delle iniziative del Wri sia il rimboschimento e il ripristino di 100 milioni di ettari di terreno degradato e depredato in 30 Paesi africani attraverso la African Forest Landscape Restoration Initiative. Wanjari lascia parlare i fatti, ma non lesina critiche all’establishment occidentale. Anche in questo somiglia alla madre, che negli anni Settanta non temeva di scendere in piazza per chiedere maggiore democrazia e non temeva di farsi arrestare. Oggi l’arena è quella digitale. «L’Europa e gli Stati Uniti dovrebbero smetterla di accantonare denaro per assistere i Paesi danneggiati dal cambiamento climatico e cominciare invece a proporre delle azioni», ha scritto per l’agenzia Thomson Reuters. Le azioni sono quelle che l’attivista chiama «soluzioni locali» decise e guidate dalle comunità che conoscono il proprio territorio meglio di chiunque altro.

La Clean Cooking Alliance, della quale Wanjira Maathai è animatrice nel continente africano, promuove per esempio l’utilizzo delle energie rinnovabili nelle cucine delle famiglie più povere, dove kerosene, carbone e legna bruciano sprigionando inquinamento e gas tossici. Non c’è più spazio per la teoria, la rivoluzione è già cominciata.

«Dobbiamo aumentare la resilienza climatica», insiste Wanjira Maathai, «e dunque dobbiamo riconoscere il valore dell’esperienza delle persone che vivono questi cambiamenti, dare voce alle loro priorità, coordinare le istituzioni locali e i finanziatori internazionali e supportare economicamente queste stesse comunità». L’esigenza di canalizzare gli investimenti occidentali per allontanare il pericolo dell’apocalisse planetaria avvicina Wanjira Maathai alle voci di giovani come Vanessa Nakate, Greta Thunberg e Sheela Patel, per le quali il pianeta sta assistendo a un nuovo divario tra Nord e Sud, Paesi ricchi e Paesi meno ricchi. La chiamano ingiustizia climatica, alla quale i governi forti fanno orecchie da mercante. Rispondendo a un tweet del segretario generale dell’Onu, Anton Guterres, per il quale la popolazione mondiale chiede a gran voce un cambio di passo sul clima mentre i potenti sembrano affaccendati a tutt’altro, Maathai ha scritto parole di fuoco: «L’assalto al pianeta continua indefesso. Come inchioderemo i responsabili alle loro malefatte? Manca un sistema che punisca i responsabili». Stravolgere questo potere e porre freno ai crimini ambientali è, ancora una volta, compito principalmente delle donne, le prime a soffrire il degrado ambientale, le prime a comprendere che la terra non è soltanto una madre ma anche una figlia da accudire. «Non è una questione etica», chiarisce Wanjira Maathai, «non vogliamo coinvolgere le donne soltanto perché è giusto, ma abbiamo dati e prove che dicono chiaramente che se le donne agiscono in prima persona prendendo le decisioni, questo avrà un effetto positivo sulla salvaguardia del pianeta».

Poiché accanto alle madri crescono i figli, la Fondazione che promuove l’insegnamento di Wanjara Maathai pullula di bambini e ragazzi delle scuole che vengono portati in gita nella foresta perché sentano, prima con i sensi che con l’intelletto, la bontà del legame con la natura. I più attivi siedono nel consiglio di amministrazione, prendono la parola nei convegni e imparano presto a intrecciare la propria esperienza ambientalista con l’impegno politico senza fare sconti a nessuno. Perché il tempo è davvero pochissimo.

di Laura Eduati