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“ neet generation”: chi se ne occupa?

Perché esiste una generazione in panchina, con numeri decisamente allarmanti, in particolare in Italia? L’analisi spesso esamina gli effetti senza saper risalire alle cause, forse perché troppo diverse fra loro.

Oggi i giovani cambiano occupazione più frequentemente, a causa della precarietà che non è la buona flessibilità, e occorre sempre più tempo per entrare stabilmente nel mercato del lavoro, dilatando pericolosamente l’idea di “gioventù” fino, se non oltre, la soglia dei 40 anni. È poi diventato abbastanza comune, su modello anglosassone, per gli studenti universitari lavorare part-time o stagionalmente, per integrare il proprio reddito ed essere di supporto alla famiglia. Inoltre, si registra un’ampia fascia di giovani che hanno un discreto lavoro, ma tornano all’istruzione o alla formazione per migliorare le proprie qualifiche. Di conseguenza, il passaggio dall’istruzione al lavoro è diventato meno chiaro e netto, con una quota crescente di studenti che lavorano e una quota crescente di occupati che studia per specializzarsi.

Tuttavia, si menziona da tempo anche una categoria di giovani che non studia e non lavora. Sono i neet (Not in Employment, Education or Training). La fascia di età coperta dal termine era quella dei 15-24 anni, in seguito ampliata ai 34-35 anni. Il report « neet working», elaborato dal ministero italiano per le Politiche giovanili nell’inverno 2022, evidenzia come i neet in Italia sono più di 3 milioni. Dopo la Turchia (33,6 per cento), il Montenegro (28,6 per cento) e la Macedonia (27,6 per cento), nel 2020 l’Italia è risultato il Paese con maggior tasso di neet in Europa: il 25,1 per cento dei giovani italiani tra i 15 e i 34 anni (1 su 4) non lavora, né studia, né è coinvolto in un percorso formativo. Del totale, la quota femminile è pari a 1,7 milioni.

Ma al di là dei dati il capitolo neet ha bisogno di essere argomentato con maggiore approfondimento e di essere incrociato con altri aspetti. Il punto di vista, cioè, va ribaltato. L’acronimo neet è un indicatore della quantità di energie e intelligenza “sprecate” dalle giovani generazioni, o un’ulteriore conferma che esiste una fascia d’età completamente trascurata dalla società odierna? Qual è la società che crea neet ?

È evidente che qui si inseriscono anche problematiche legate al declino demografico e alla marginalizzazione giovanile di un apparato statale sempre più rivolto a chi è già nel mondo del lavoro da anni. Al momento il discorso si complica, proprio perché, col ritorno di un tempo bellico in Europa, si sta rischiando un’ulteriore crisi pagata dai più fragili. Non è comunque saggio appiattire l’analisi sull’ultima ora perché, volendo fotografare la popolazione giovanile, vien fuori che i problemi arrivano da più lontano.

Il caso Italia è abbastanza lampante. Tra il 2000 e il 2019 la popolazione di 15 anni e oltre, residente in Italia, è cresciuta di 3,23 milioni di unità, risultato di una riduzione di 3,45 milioni di persone di età compresa fra 15 e 34 anni e di un aumento di 6,68 milioni di persone di età maggiore a 34 anni. Immaginare un futuro roseo per i prossimi trent’anni, con queste premesse oggettive, è quasi impossibile. Nel 2000, i giovani occupati erano 7,7 milioni; nel 2019, 5,2 milioni: cioè 2,5 milioni in meno. Nello stesso periodo la Germania ha perso 235mila occupati giovani. Va anche aggiunto che il tasso di fecondità è sceso, in media, da 2,66 figli per donna (della metà degli anni Sessanta), a 1,18 figli nel 2021.

In Italia i giovani che dovrebbero lavorare e non lo fanno — né cercano attivamente un’occupazione — erano, nel 2000, il 40 per cento; nel 2019 sono saliti a quasi il 50 per cento. In Germania, tale quota, nel medesimo periodo, è rimasta costante al 30 per cento. Le differenze sono cospicue e tendono ad ampliarsi con le emergenze più recenti, che hanno anche avuto un non trascurabile effetto psicologico decisamente demotivante.

Se non ci si limita alle etichette e agli acronimi, ma si distingue per tipologia d’impiego, vengono fuori ulteriori aspetti. Tra il 2004 e il 2019, i giovani lavoratori dipendenti sono diminuiti del 26,6 per cento, i giovani indipendenti del 51,4 per cento: una differenza talmente grande da non poter essere attribuita al caso. Fare impresa (o comunque lavorare in proprio) è sempre più difficile, e lo è ancora di più per i giovani. Questo elemento spiega in parte il deterioramento — indotto dall’esterno — della creatività giovanile, determinata anche da condizioni globali decisamente sfavorevoli. La quota di lavoratori indipendenti giovani sul totale degli occupati è passata, di conseguenza, dal 22,7 per cento del 2004, al 16,3 per cento del 2019.

D’altra parte, gli ostacoli ai giovani si vedono esplicitamente anche nei dati italiani sugli espatri. Negli ultimi undici anni sono emigrati poco più di 345mila giovani (tra i 18 e i 39 anni), con un Sud in triste e rapida rimonta in termini di valore assoluto degli espatri. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso 156mila imprese giovanili, che ora pesano meno del 9 per cento sul totale delle imprese, mentre nel 2011 tale quota era di circa 11,5 punti.

Sottovalutare queste problematiche significa mettere a rischio la tenuta generale del sistema, scaricando sulla popolazione più giovane un peso che non potrà sostenere e innescando un processo irreversibile e sempre più simile a un metaforico e truffaldino “schema Ponzi”, che prima o poi presenta inevitabilmente il conto.

di Dorella Cianci

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