· Città del Vaticano ·

Artiste di ieri e oggi di fronte alla guerra e alle sue conseguenze

L’arte della pace

 L’arte  della pace  DCM-007
02 luglio 2022

Le immagini più famose di guerra sono state create da uomini: l’Arazzo di Angers, la Carica dei Lanceri di Boccioni, la Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci, purtroppo andata perduta ma testimoniata nei lavori di Rubens e di Biagio di Antonio. Come viene espressa, invece, l’esperienza della guerra dalle donne? La risposta non è semplice, perché il rapporto tra immagini di pace e di guerra è complesso. Si potrebbe interpretare la rappresentazione di un paesaggio incantevole o di una madre con un bambino come una espressione della pace, compresa come assenza di guerra. Infatti, le raffigurazioni primitive non includono combattimenti, ma simboli di fertilità e rituali di caccia. Solo con lo sviluppo della scrittura, compaiono figure leggendarie, capi militari e i racconti di guerra della Bibbia, in cui le donne intervengono attivamente.

La Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi potrebbe essere considerata la prima pittura di guerra femminile, una guerra contro un despota. Il ruolo delle donne in guerra è particolare, e quindi la pittrice racconta la stessa storia in modo diverso rispetto al suo contemporaneo Caravaggio, con uno stile più intimo, perché si tratta anche di una battaglia tra sessi/generi. Nel periodo romantico poi, la donna viene elevata a eroina, come nell’opera La Libertà che guida il popolo di Delacroix, mentre Angelika Kaufmann ed altre fanno della loro casa il luogo ideale della pace.

Nel xix secolo il male esistenziale della guerra è rappresentato in figure individuali. «Mai più la guerra!» scrisse Käthe Kollwitz su un manifesto del 1924, che simboleggiava con audaci tratti di carboncino la sofferenza delle persone e le amare esperienze in tempo di guerra. Era una delle poche donne, insieme a Dix, Beckmann o Grosz, con una visione implacabilmente onesta degli orrori e delle crudeltà della guerra, facendo appello allo stesso tempo alla compassione e all’umanità, insieme a Tolstoj e Picasso che simboleggiano gli opposti tra guerra cattiva e pace buona. Infine, nel xx secolo è emersa un’arte contro le guerre in Vietnam e in Corea, che ha permesso agli artisti di prendere posizione e interpretare il tema in un modo individuale. Chiara Lubich commissiona un mosaico nel 1965 come segno di pace.

Nel 2015 si è svolta la centesima Conferenza internazionale per la pace delle donne socialiste di Berna e il Congresso internazionale per la pace delle donne borghesi attiviste per i diritti delle donne dell’Aia; per questi eventi è stata realizzata una mostra sul tema delle donne in guerra e in pace nel Museo delle donne di Bonn. Nelle loro opere - film, installazioni, fotografie e dipinti - le donne discutono le conseguenze della guerra. Nell’opera Momenti bruciati, l’artista Eva Horstick-Schmitt, insieme a undici amici, brucia immagini di reportage dal Kosovo in una performance alla Porta di Brandeburgo per commemorare le vittime. Da questa distruzione insensata è nata una nuova opera scansionando i resti delle immagini e ingrandendoli. Nell’opera Eva-Jenseits von Eden (2003/04), l’immagine mostra le ferite e la brutalità sulla pelle invece che sul corpo reale della donna. Anche Projektfläche Haut di Marlen Seubert visualizza la minaccia esistenziale per le donne per le quali le conseguenze delle guerre sono particolarmente negative; allo stesso tempo, esse svolgono un ruolo chiave nella costruzione della pace.

«Come possono l’arte e la cultura prendere forma in tempo di guerra, cosa possono fare le scrittrici o le registe, può l’arte fare qualcosa contro la guerra?». Domande delle artiste nel 2022 all’Akademie der Künste di Berlino. «Si tratta di testimoniare, di conservare la storia», afferma la presidente Jeanine Meerapfel, «di creare un documento». Molte donne artiste non riescono a pensare all’arte durante la guerra e, come Sasha Marianna Salzmann, iniziano invece ad aiutare le persone.

L’arte non serve solo a richiamare l’attenzione sul pericolo o sulla distruzione di una città, come nel caso di Guernica di Picasso. La minaccia globale richiede segnali globali sul piano dei diritti umani e della cura dell’ambiente. Maria Cristina Finucci, ad esempio, ha messo in evidenza la dimensione microplastica della guerra con il suo progetto help . Le bottiglie di plastica, schiacciate e raccolte come enormi isole dai vortici del mare, dichiarano guerra alla natura. Nel corpo degli animali marini, infatti, si trovano milioni di particelle che saranno la loro rovina. È una guerra che tutti noi iniziamo con il nostro stile di vita. È una guerra chimica. Possiamo parlare di un nuovo paradigma dell’arte che l’artista sta sviluppando insieme all’universalità di un discorso transmediale. Non leggiamo la guerra nelle immagini, né la sentiamo attraverso colori forti, ma siamo noi i protagonisti dell’arte che ci rende consapevoli della nostra violenza.

Infine, la pace, diventa l’incontro stesso nel caso dell’artista performativa Marina Abramovic che si siede a un tavolo per ore e apre gli occhi per tre minuti sulla persona che ha di fronte. Si tratta di esporsi e riconoscere ciò che accade, come nell’esposizione del Santissimo Sacramento. È un atto di pace e un nuovo segreto dell’arte femminile.

di Yvonne Dohna Schlobitten