· Città del Vaticano ·

Dalla Polizia di Stato al convento delle apostoline

Con la pistola
caricata a salvezza

 Con la pistola caricata a salvezza  QUO-112
17 maggio 2022

Monopetto di colore blu, berretto con la falda laterale, fondina agganciata alla cintura e il motto storico Sub Lege Libertas: questa l’immagine che viene in mente pensando a una donna con l’uniforme della Polizia di Stato. Ed è così che possiamo immaginare Tosca Ferrante nel 1989: sguardo fiero e portamento austero, ma con una luce diversa negli occhi, nei cinque anni di servizio presso le forze di polizia italiane. «In quegli anni, nonostante la gioia, sentivo una certa inquietudine rispetto al futuro e continuavo a farmi domande sul senso della vita e su come Dio desiderasse condividerla con me», ci racconta parlando di quel periodo particolarmente intenso.

Da qualche decina di anni, al motto storico della Polizia di Stato se n’è aggiunto un altro: “Esserci sempre”. Ed è nella prossimità insita in questa frase che Tosca Ferrante inizia a vivere in modo diverso il suo essere poliziotta: «Tanti sono stati i volti di “poveri” che ho incontrato in quegli anni: delinquenti, tossicodipendenti, giovani donne vittime della prostituzione, stranieri in attesa di permesso di soggiorno spesso vittime di raggiri da parte di sedicenti mediatori: insomma tanta povertà, tanto vuoto e anche tanto male».

Storie che toccano, sanguinano, graffiano. Storie che non possono lasciare indifferenti. Poi un giorno, la svolta definitiva: «Mi trovavo al Commissariato di Torpignattara a Roma e mi venne chiesto di vigilare, in attesa di disposizioni, su un giovane minorenne che aveva compiuto un furto. Ci trovavamo nella stessa stanza e iniziai a dialogare con lui sulle motivazioni del suo gesto (era la prima volta che commetteva un reato). Ricordo tutto di quel momento: iniziò a piangere dicendo di aver paura, piangeva a dirotto, era spaventato. Lo ascoltai, gli porsi un fazzoletto: davvero appariva indifeso. A un certo punto, continuando a piangere, mi disse: “Ho paura, mi dai un abbraccio?”. Risposi di no. Non potevo, ero in divisa. Ma, in fondo, che cosa mi aveva chiesto? Un abbraccio! Un gesto che è una delle prime forme di comunicazione con il mondo: un bimbo appena nato viene posto nelle braccia della mamma; è calore, è continuità d’amore, è tenerezza, è custodia. Ma io avevo detto di no. Tornata a casa, mi guardai allo specchio e dissi: “Ma chi stai diventando?”».

Questo l’inizio del suo vero incontro con il Risorto, questa la sua via di Damasco, iniziando un serio discernimento che l’ha portata a una sentenza irrevocabile della sua coscienza: «Capii che dovevo rischiare l’Amore». Dopo qualche anno l’ingresso tra le suore apostoline dell’Istituto Regina degli Apostoli dove continua a prendersi cura dei “poveri” che aveva incontrato quando portava la pistola nella cintura: «Il passaggio dal servizio in Polizia alla vita religiosa per me non è stato eclatante, è stato naturale: il contatto con le persone sopra menzionate mi aveva fatto comprendere ciò che Dio voleva per me». Sicuramente un cambiamento di vita notevole, in cui Tosca Ferrante riesce a riconoscere le orme di Colui che l’ha guidata: «Di fatto, oggi, a distanza di tanti anni riconosco il filo rosso che ha tenuto insieme la mia vita: è quello del desiderio di aver cura della vita degli altri, tramite la dedicazione della propria vita».

Fin da piccola, Tosca aveva sognato di fare l’infermiera o la maestra; da grande ha sognato di fare la poliziotta, ora riconosce nel suo essere religiosa che tutte queste chiamate sono accomunate dal desiderio di rendere la propria vita disponibile per i bisogni del prossimo che ci vive accanto. E infatti oggi si occupa della pastorale vocazionale e giovanile, oltre a coordinare il Servizio regionale della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili in Toscana.

Un messaggio forte arriva dalla storia particolare di questa religiosa ai giovani di oggi, così spaesati dalla mancanza di punti di riferimento e spaventati già dalla sola parola “vocazione”: «Chi ci aiuterà a capire chi siamo chiamati a essere è attorno a noi, sono le situazioni della vita, è quella “stella” che da fuori ci orienta, ci conduce, ci guida. Credo fortemente che la vocazione sia una cosa che comprendiamo man mano che viviamo, guardando alla realtà che abitiamo, alle povertà che ci circondano. Per me, almeno, è stato così: ho incontrato Dio nel volto e nelle storie dei poveri: a loro mi inchino. E ringrazio Dio».

di Valentina Angelucci
e Giuditta Bonsangue


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