· Città del Vaticano ·

I talenti

Il coraggio bisogna darselo

 Il coraggio  bisogna darselo  DCM-006
04 giugno 2022

Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». «Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone».

Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». «Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone».
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove  non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo».
Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

Matteo 25, 14-30


Le brevi riflessioni che seguiranno non si collocano né sul piano esegetico, né su quello accademico, ma su quello dell’esperienza di un’esistenza che, da lungo tempo, si confronta con la parabola dei talenti vedendola come un testo che può racchiudere un intero programma di vita. Il piano non è quello esegetico perché molti altri, specialisti, sarebbero in grado di affrontarlo sicuramente meglio di me, rilevando aspetti che possono emergere solo con un lungo ed accurato studio. D’altra parte, il piano non è neppure quello accademico poiché qui non si intende fare sfoggio di dottrina e di erudizione, ma semplicemente condividere gli stimoli e le suggestioni che la parabola mi ha ispirato e continua tuttora ad ispirarmi.

Questo non vuol dire, però, cercare di piegare il significato del passo evangelico alle mie esigenze ed alla mia ricerca di senso, ma, al contrario, lasciarmi indirizzare e plasmare dalle parole che Matteo riporta.

Nella mia esperienza la lettura della parabola dei talenti si struttura intorno a due domande fondamentali: quali sono per me i talenti? Per che cosa li ho ricevuti? Di conseguenza, il mio primo obiettivo è quello di cercare di rispondere a tali domande e, successivamente, quello di provare a sintetizzare con alcune conclusioni che rinviino sempre alla concretezza del vissuto.

Per rispondere alle due domande ora menzionate è necessario porre una premessa alla quale il testo di Matteo indirizza immediatamente: i talenti non sono e non possono essere esigiti, ma sono donati gratuitamente a ciascuno secondo una misura che non sta a noi giudicare. Se ora affrontiamo la prima domanda, si possono formulare due risposte connesse, ma distinte. Innanzi tutto, i talenti per me sono costituiti dal tempo, dall’esistenza che mi è concesso di vivere, ricordando che ogni momento non è solo un istante del kronos che scorre inesorabilmente, ma un kairos unico ed irripetibile, nel quale devo sapermi mettere in gioco con tutte le mie forze.

I talenti, poi, sono le mie attitudini e capacità, poche o tante che siano, che devo imparare, innanzi tutto, a discernere e riconoscere, per poi impegnarmi a farle fruttare con una logica di moltiplicazione che è proprio quella che la parabola ci ricorda. Volendo, quindi, rispondere alla seconda domanda e parlando da credente, devo sottolineare che il primo scopo per il quale mi sono stati donati i talenti è l’edificazione del Regno di Dio e questo, nella parabola, è precisamente il ritorno del padrone, che ha sicuramente una portata escatologica, ma anche concretamente terrena perché il Regno deve concretizzarsi già ora nelle nostre vite e nel nostro impegno.

I talenti, poi, devono essere investiti per il bene e per la crescita della comunità ecclesiale nella quale nessuno è spettatore o passivo destinatario, ma protagonista di iniziative e di azioni per le quali è assolutamente necessario il suo insostituibile apporto. I talenti, infine, sono donati ad ognuno per la sua crescita personale e per rendere la propria esistenza sempre più conforme al piano che Dio ha per ciascuno di noi.

Per poter cooperare efficacemente a tale piano, esso deve, innanzi tutto, essere conosciuto e qui si inserisce il cruciale tema del discernimento, al quale deve fare seguito, come si diceva inizialmente, un chiaro programma di vita, che è quello di Dio per noi, da attuare responsabilmente in ogni istante ed in ogni circostanza.

È possibile, a questo punto, trarre alcune sintetiche conclusioni e la prima, che vale per tutti, ma che per me è particolarmente significativa, può essere riassunta in due parole chiave: saper osare.

Non importa quanti e quali talenti abbiamo ricevuto, ma quello che conta è avere il coraggio di investirli e di rischiare in prima persona senza impigrirsi o adagiarsi su quello che già si è e si ha, ricordandosi che ci potrebbe sempre essere tolto se non cooperiamo ad una crescita continua di noi stessi e di quello che abbiamo.

Nell’impegno per investire i talenti, poi, non dobbiamo mai dimenticare che tutto è dono e che siamo chiamati ad essere efficaci amministratori, ma mai padroni di quello che non ci siamo dati da soli, ma che proviene soltanto dalla gratuita bontà di Dio.

L’ultima, finale considerazione è una diretta conseguenza delle due precedenti: se tutto mi è donato e se non me lo sono dato da sola, sarò chiamata a renderne conto, dovendo giustificare non tanto il risultato concreto (dieci o quattro talenti), ma il mio atteggiamento e la mia vitale adesione alla volontà di Dio.

di Giorgia Salatiello