· Città del Vaticano ·

Il seminatore

Eternamente all’opera

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04 giugno 2022

Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».  Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché
guardino, sì, ma non vedano,
ascoltino, sì, ma non comprendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato».

E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? Il seminatore semina la Parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».

Marco 4, 1-20


Gesù non ci parla per astrazioni, non ci rende edotti, non ci chiede di seguire un’ ideologia. Gesú ci invita ad entrare in relazione con lui, a contemplare il mondo con i suoi occhi offrendoci come esempio la sua vita e donandoci la sua Parola. E le parabole di Gesù, tramandate dagli evangelisti, sono epitome della sua Parola ed esempio del suo stile, lo “stile di Dio” che rispetta la nostra libertà. Se il messaggio profondo di quelle narrazioni familiari e apparentemente semplici rimane a prima vista sfuggente, è perché Gesù ce lo nasconde, intenzionalmente. Insomma, le parabole di Gesù diventano il luogo d’incontro con la sua Parola — con la Parola che è lui — per chi è disposto ad accoglierle con generosità di spirito. Non tanto come esercizio letterario e non solo come occasione di studio, ma soprattutto come misura di Dio sulle cose e su noi stessi.

Qual è il primo, fondamentale passo che conduce a quell’incontro? Come per ogni incontro autentico, quel passo è l’ascolto. Ma che tipo di ascolto? “Ascolta Israele”, Shema’ Jisra’el, ci sentiamo ripetere nella sacra scrittura. Isaia ci ricorda che si può ascoltare senza comprendere, avere il senso dell’udito e non saperlo utilizzare. Cosa ci viene dunque chiesto nell’ascolto? Di far attenzione a come porgiamo gli orecchi alla realtà in cui la Parola costantemente opera.

Ce lo ricorda la parabola del seminatore, senza la quale non si comprendono neppure le altre parabole. “Ascoltate”, esorta Gesù prima di iniziare il racconto del seminatore, e conclude “chi ha orecchi per intendere, intenda”, richiamando a suo modo Isaia.

Perciò voglio concentrarmi qui, ora, su Gesù che mi parla. E immagino d’esser seduta a terra, tra la folla, in riva al mare di Tiberiade, calmo e incantevole. Osservo Gesù prender le distanze, salire sulla barca e restarvi. Lui inizia a parlare ed io seguo il suo racconto. Mi pare, nell’immediato, di averne afferrato il senso, ma poco dopo mi accorgo che il significato profondo mi sfugge. Come i discepoli chiedo a Gesù di spiegarmelo. Non potendolo fare, come loro, di persona, lo faccio nel raccoglimento, porgendo l’orecchio alla Parola con maggior cura, con “la mente, l’anima e il cuore”.

La figura del seminatore che semina con tanta generosa abbondanza ed in ogni direzione possibile, mi si rivela, allora, come Colui che è costantemente, eternamente, all’opera.

Il giallo dorato del sole che nel dipinto di Van Gogh irrompe con forza, suggerisce quell’atto creativo immanente. Il seme indefessamente sparso diventa potenzialità di vita. Ed il terreno, quel terreno destinato ad accogliere il seme della vita sono io, come persona, ma siamo anche noi, come comunità, ecclesiale, religiosa, civile che sia: tutti destinatari, indistintamente.

I quattro tipi di terreno affiorano come diversi modi di accogliere la Parola e di riconoscerne la presenza in tutto ciò che avviene attorno.

A volte ascoltiamo col cuore indurito da rigide convinzioni e preconcetti, e così non intendiamo nulla; altre volte ascoltiamo senza che il desiderio di ascoltare abbia messo radici nella profondità dell’anima ed allora intendiamo solo superficialmente; altre volte ancora ascoltiamo senza far luce con la mente su cosa ci condiziona mentre ascoltiamo e quindi, invece di intendere, travisiamo e ci inganniamo.

Quando ascoltiamo “con il cuore, con l’anima e con la mente” intendiamo invece con pienezza “cose nascoste fin dalla fondazione del mondo” e diamo frutto in abbondanza, come il terreno buono. Facciamo un salto di qualità. Diventiamo noi stessi seme di vita.

La parabola ci apre così gli occhi sulla cruda realtà delle nostre resistenze, distrazioni e fragilità nell’ascolto ma allo stesso tempo, com’è nello stile di Dio, non ci scoraggia.

Nonostante le mancate risposte, il seminatore continuerà infatti a seminare in tutte le direzioni. Alla scarsità di frutti del terreno meno fertile, rimedierà l’abbondanza strabiliante dei frutti del terreno buono.

Non senza, però, la nostra collaborazione. Ed ecco la sfida, seria. Sta a noi chiederci ogni giorno: quale terreno stiamo mettendo a disposizione della Parola e degli altri? Porgiamo orecchio a ciò che cresce o non cresce, e perché, nel nostro terreno e in quello di chi ci è prossimo? Abbiamo la forza ed il coraggio di metter da parte i nostri pregiudizi e preconcetti? Un richiamo forte e fermo all’ascolto e al discernimento rivolto a tutti nella Chiesa e nel mondo. E che esige, allora come ora, una risposta concreta, un impegno di vita.

di Francesca Bugliani Knox