· Città del Vaticano ·

Suora francescana e infermiera, da 30 anni dalla parte degli ultimi

Marcella Catozza

 Una vita contro la miseria  DCM-005
30 aprile 2022

Questo articolo è stato pubblicato nel numero di aprile 2020

La forza spirituale di suor Marcella Catozza si sente anche attraverso la linea telefonica. Potentissima. Un equipaggiamento necessario per resistere da oltre 30 anni là dove la piaga della povertà del mondo incancrenisce e negli ultimi 15 nell’emergenza più dura, là dove il confine tra la vita e la morte può essere sottile: per lei è rappresentato dai banditi armati che circondano e razziano l’orfanotrofio che dirige ad Haiti nella baraccopoli più pericolosa del mondo, lasciandola nell’angoscia di non poter dare per due giorni acqua e cibo alle decine di bambini che, in molti casi, ha aiutato a nascere con le sue mani da madri moribonde. Situazioni al limite che, racconta, «non avrei potuto reggere se non avessi avuto un carattere battagliero e la fede secondo la quale dentro le cose peggiori esiste un bene a volte misterioso. Un bene che si compie, che non si discute. Che c’è».

Un senso ritrovato proprio affondando l’intero corpo nella bidonville più povera della capitale Port-au-Prince, Waf Jeremie. Una terra di nessuno, anzi una terra di 50 mila disperati, dove ha voluto costruire l’ambulatorio pediatrico San Franswa, unica struttura medica in quella miseria assoluta, che dona supporto specialmente ai bambini denutriti e alle mamme infettate dall’aids che non possono allattare. Una missione con radici in un lontano passato, quando decise di frequentare Medicina a Milano fino al quarto anno, percorso interrotto soltanto in parte perché poi divenne suora e infermiera nello stesso lasso di tempo. E ancora oggi è quotidiana la sua attività continua di pronto soccorso infermieristico alle persone ferite che bussano alla sua porta: «Fondamentalmente applico punti di sutura a gente che si ammazza di botte, che si ferisce con i cocci, donne picchiate dal marito, persone fratturate o ustionate».

Una trincea nella trincea che questa religiosa appartenente alla Fraternità Francescana Missionaria riesce ad affrontare intagliando le parole con franchezza: «A volte ci penso: sono nata in un luogo molto tranquillo come Busto Arsizio, una cittadina industriale nel Nord dell’Italia, e mi ritrovo a operare in una isola dove la catastrofe e la sopraffazione sono quotidiane. Haiti è uno dei paesi più poveri del mondo, due milioni di persone non godono di una casa, nella lotta vince quasi sempre il più forte. Quelle 48 ore, due anni fa, senza viveri in balìa dei criminali le abbiamo passate cantando e disegnando con i bambini. La paura esiste, eccome, non è mai tolta; lo stesso Gesù ha avuto paura ma è andato avanti accettando ciò che era deciso. Se penso alle notti passate sveglia con il pensiero che i malviventi facessero del male ai ragazzi, se ripenso a quando hanno fatto irruzione nell’edificio sparando per rubarci tutto, come è possibile non provare terrore? Ricordo di essermi rifugiata sotto un tavolo e di aver chiamato quella sera il nunzio apostolico per dirgli: forse non arrivo a domattina, mi dia la sua benedizione. Sono ancora qui. Perché la vita è una serie di circostanze che ti spingono a dire «sì», perché queste circostanze non dipendono da te. Io mi consegno, se questo serve a un bene più grande». Fino ai giorni del terremoto era difficile trovare organizzazioni che seguissero progetti in quella area, Waf era zona interdetta dalle Nazioni Unite tanto era pericolosa, abbandonata al dominio di bande criminali e trafficanti.

Eppure quando il 12 gennaio del 2010 il terremoto catastrofico ha squassato Haiti facendo 200 mila morti, suor Marcella era là, una delle poche presenze in quel mondo dimenticato dal mondo. Viveva là da cinque anni, aveva già fatto tanto e dopo il terremoto ha ricostruito una scuola, un orfanotrofio e poi l’ambulatorio, un centro colera, una mensa che ogni giorno dà da mangiare a 300 bambini. Ha aiutato artigiani e tirato su oltre 100 case di mattoni mettendoci cuore e fatica. È il Vilaj Italyen, ci sono le sue foto, determinata e solida, nel cantiere.

Suor Marcella, 57 anni, oggi parla dalla casa colonica di Cannara, nella valle di Assisi, dove ha sede la sua fondazione Via Lattea e dove nell’estate 2019 ha portato una ventina tra bambini e ragazzi dell’orfanotrofio di Port-au-Prince con l’obiettivo di dare loro una istruzione per poi fare in modo che ripartano per l’isola e facciano nascere una classe dirigente diversa da quella corrotta che oggi spadroneggia. «Non possiamo usare lo sguardo buonista del bambino povero che facciamo adottare da una famiglia italiana perché in patria troverebbe solo miseria. Ha senso invece farli tornare ad Haiti perché Haiti diventi un luogo migliore» è il suo ragionamento, illuminante, frutto di una lunga esperienza con i giovani nei luoghi più difficili.

Sono trent’anni che questa donna coraggiosa e forte si trova là dove uragani, epidemie, terremoti fiaccano l’umanità. Dieci anni in Albania, dove ha fondato la missione di Babice e Madha ed è stata anche responsabile del campo profughi kosovari di Valona.

Un boss mafioso un giorno le si presentò con una valigetta piena di soldi volendo “comprare” sei orfani kosovari per curare con i loro organi sei orfani albanesi: lei gli scagliò la valigetta addosso e la notte stessa riuscì a portare in salvo i bambini presso la Croce rossa. La mafia assaltò la missione, dovette intervenire il Battaglione San Marco.

Poi in Mozambico.

Poi cinque anni in Amazzonia dove si è presa cura dei ragazzi di strada delle favelas e ha contribuito a far nascere il Centro Educativo Nossa Senhora das Gracias che accoglie oggi 700 bimbi dai tre ai diciotto anni. E ora Haiti, tra i più poveri dei poveri. È stata contrastata, minacciata; hanno provato a chiederle tangenti. Così ha affrontato il boss della baraccopoli andando a casa sua e facendogli riconoscere che i volontari stavano facendo soltanto del bene alla povera gente. Nel 2011 una delle gang della bidonville ha assassinato Lucien, giovane ex bandito che lavorava con lei dal suo arrivo ad Haiti. Suor Marcella sa che l’omicidio era un messaggio a lei rivolto. Eppure non arretra, rifuggendo l’immagine della religiosa senza timore: «Io non cerco il martirio, spesso desidero di andarmene». Il primo a capire che poteva avere il carisma dell’educazione è stato il vescovo della diocesi di Parintins, Brasile, dove ha passato gli anni dal 2000 al 2005.

Nel centro educativo che dirigeva, suor Marcella ha compreso come entrare in relazione con i bambini: «Mai dare regole, nemmeno il Catechismo, se prima non vengono aiutati nella dimensione umana, a essere liberi e positivi, a comprendere che se non studiano il danno lo fanno a loro stessi. L’umano è la coscienza di sé, la comprensione di quali desideri hanno nel cuore. Bisogna provocare questi ragazzini a rimanere nella realtà, anzi, a obbedire a questa realtà con una motivazione interna: devono imparare prima di tutto che occorre scegliere il bene perché è la cosa più intelligente per loro».

I ragazzi di Waf Jeremie a contatto con questo bene fioriscono: «Molti dei nostri bambini sono segnati dalla violenza e dall’abbandono: picchiati in famiglia e picchiati a scuola, rischiano di sentirsi definiti unicamente dal trauma e invece il nostro sforzo è ripetere loro che sono un tesoro meraviglioso. È un insegnamento difficile ma i bambini imparano per imitazione, perciò anche nelle emergenze più gravi imparano ad adottare la postura del coraggio e della sfida, dell’accettare la realtà così come viene senza lasciarsi abbattere».

E poi i giovani che si sottraggono, i cosiddetti “ragazzi perduti” che suor Marcella ha incontrato spesso nel suo cammino. Di uno, in particolare, ha memoria: un ragazzino che faceva entrare di nascosto armi nell’orfanotrofio.

«La compassione è l’atteggiamento peggiore che possiamo avere. Se avessi pensato “poverino” gli avrei negato la libertà di aver scelto in quel momento l’adesione a regole sbagliate. L’ho allontanato dalla casa-famiglia, a volte lo incontro e vedo che mi porta rispetto: sa che se volesse cambiare vita e lasciare la banda di delinquenti che frequenta la mia porta è sempre aperta». Emergenza è anche ciò che sta succedendo per la pandemia scatenata dal coronavirus; il dolore di cui ora è intriso il mondo intero può riempire di paura. Lei sembra averne soltanto qualche goccia: «Se devo avere il controllo sulla mia vita, allora tutto mi intimorisce. Dobbiamo comprendere invece che la vita è data per un bene che può risultare avvolto nel mistero: se crediamo, allora la vita smette di essere una fatica e smettiamo di voler piegare le circostanze alla nostra volontà».

di Laura Eduati