· Città del Vaticano ·

Sud Sudan
Religiosi e religiose vivono insieme per un progetto comune

Un modello per la Chiesa

 Un modello  per la Chiesa  DCM-005
30 aprile 2022

Questo articolo è stato pubblicato nel numero di gennaio 2016

«Davvero Dio l’ha chiamata?» chiede, sgranando gli occhi, la nipotina di suor Yudith quando la madre le racconta la storia di questa zia che vive in Africa e che ora, giacché lavora per alcuni periodi anche a Roma, la piccola e i suoi genitori sono venuti a trovare nella città eterna. Probabilmente il nostro sguardo deve aver lasciato trasparire uno stupore simile, ascoltando il progetto a cui questa religiosa spagnola lavora ormai da qualche anno in un Paese dilaniato da conflitti e contrapposizioni di una violenza senza uguali. Un progetto che non ha pari nella Chiesa cattolica; Solidarity with South Sudan rappresenta, infatti, un paradigma inedito per la vita religiosa: congregazioni diverse sia femminili che maschili; provenienti da ogni parte del mondo, vivono e collaborano insieme per dare la risposta più efficace possibile alle necessità, enormi e urgenti, di questo Paese africano. Si lavora principalmente su salute, istruzione, sviluppo pastorale e formazione agricola. «Scintille luminose di un miracolo in atto», le definisce suor Yudith Pereira Rico, ingegnere agronomo di formazione («Quello che ho imparato all' università a Madrid lo applico costantemente nel mio lavoro missionario»).

Iniziamo dal Sud Sudan...

È il Paese più giovane al mondo, con meno di tre anni di vita. Prima faceva parte del Sudan e prima ancora dell’Egitto. Dopo tre lunghe guerre civili nell' ultimo secolo, culminate nella indipendenza ottenuta nel dicembre 2013, la lotta per il potere politico ed economico ha scatenato la prima guerra civile del nuovo Paese, che continua ancora oggi. La pace e l’dentità nazionale non hanno avuto il tempo di consolidarsi e così lo scontro per il potere si è trasformato in una lotta tribale, prossima al genocidio. Parliamo dello Stato più fragile del pianeta, classificato al livello 3 di emergenza, il più alto; un dramma continuo e silenzioso che più di duecento agenzie e ong internazionali, tra cui un gran numero di Caritas di diversi Paesi, cercano di alleviare. Bastino alcuni dati: l’età media è di 16,8 anni e la speranza di vita di 55; la mortalità materna è tra le più alte al mondo: muore di parto una donna su 7; il 50 per cento dei bambini soffre di grave malnutrizione; e se il 41,5 per cento frequenta la scuola primaria, solo il 2,3 quella secondaria. I bambini scolarizzati sono il doppio delle bambine; 8 donne su 10 sono analfabete, e almeno il 40 per cento delle donne subisce violenza domestica.

Istruzione, salute, guerra: dall’infanzia all’età adulta sono sempre le donne a pagare il prezzo più alto?

La violenza che subiscono le donne nel Sud Sudan, come in molti altri luoghi del mondo, è un problema endemico. È una realtà doppiamente presente: non solo per la crescente crisi e il conflitto armato, ma anche perché è una caratteristica costante e quotidiana nella cultura del Paese. Si tratta di un problema così fortemente radicato che ha, ha avuto e continuerà ad avere conseguenze devastanti sulla salute, il benessere e il futuro di intere generazioni di donne. Eppure, sebbene in questo scenario di guerra voluta e mantenuta dagli uomini le donne siano le vittime per eccellenza, esse vanno avanti con pazienza e con fede, lottando per sopravvivere. E per far sopravvivere le loro famiglie.

Che cosa fa la Chiesa?

Attraverso laici, sacerdoti, religiosi e soprattutto religiose, la Chiesa locale lavora assistendo le vittime nei campi per gli sfollati. Conduce programmi che mirano a fare superare i traumi e favorire la riconciliazione. Le storie sono terrificanti, lasciano ferite indelebili: si cerca di aiutare le vittime a superarle e a conviverci in modo da divenire a loro volta capaci di sanare gli altri; anche molti sacerdoti e religiosi devono partecipare a questi programmi per riprendersi. Le Chiese — non solo quella cattolica — lavorano direttamente con le donne, riuscendo a fare riscoprire loro la propria dignità, e a conoscere i propri diritti. Ci sono ancora molte sfide pastorali, come far accedere ai sacramenti donne costrette al matrimonio o alla poligamia. La speranza però c’è: le donne sopravvissute al conflitto, di confessioni diverse, si stanno riunendo per sostenere vicini e familiari. Presiedono colloqui tra le varie comunità tribali per promuovere la guarigione e la fiducia reciproca di fronte all’insicurezza dominante, come base per costruire la pace. È così importante ascoltare le donne e pensare con loro per trovare insieme una soluzione al conflitto armato. La loro presenza nei dialoghi istituzionali di pace porterebbe a una differenza qualitativa: non si parlerebbe solo di politica e di potere, ma si metterebbero in luce anche temi chiave come l' educazione, la salute e la giustizia, temi dei quali di solito gli uomini non parlano.

È questo il contesto in cui opera Solidarity with South Sudan?

Solidarity è un' associazione di congregazioni maschili e femminili — attualmente i sostenitori sono più di duecento — che ha risposto alla chiamata dei vescovi locali che domandarono alle religiose e ai religiosi presenti nel Paese di fare qualcosa, in particolare a livello di ospedali e scuole. È la prima volta che esiste ufficialmente un progetto comune frutto di un accordo formale e sostanziale da parte dell’Unione generale dei superiori maschili e dell’Unione generale delle superiore femminili. In Spagna ci fu qualche forma di collaborazione nel lavoro in favore dei migranti, ma non era un progetto che partiva dai vertici. Dopo la richiesta dei vescovi, vi è stata — ed è durata qualche anno — una attenta fase preparatoria volta a studiare situazioni e possibilità: giacché l’esito è stato positivo, il progetto è ufficialmente partito nel 2008. Il nostro lavoro è primariamente quello di costruire centri e scuole di formazione per insegnanti, infermieri, ostetriche, agenti pastorali e personale agricolo. Il nostro è un lavoro di empowerment delle persone, di prepararle a fare. Solidarity, che dispone attualmente di cinque comunità miste intercongregazionali che servono il popolo del Sudan del Sud, è stato capace d' immaginare e di realizzare una forma profetica di vita religiosa per rispondere ai bisogni del Paese. Siamo insieme! Le faccio un esempio semplice: qui quando partiamo per un viaggio, preghiamo il nostro fondatore di assisterci; con Solidarity diciamo «che tutti i fondatori ci assistano!».

Religiose e religiosi che vivono, decidono e lavorano insieme: una bella novità!

Solidarity non solo riunisce le forze delle diverse congregazioni collaborando con i vescovi nella loro missione evangelizzatrice, ma è anche una comunità che dà una testimonianza reale di unità nella diversità, di inclusione e di parità tra uomini e donne. Una testimonianza importante per la Chiesa e, soprattutto, per la società divisa e discriminatoria del Sud Sudan. Certo, in generale nelle missioni in Africa c' è molta collaborazione tra gli ordini (mentre in Europa, ambito che io conosco, è molto diverso). E comunque Solidarity compie un passo ulteriore. Africani, americani, asiatici ed europei: uomini e donne vivono, collaborano e lavorano insieme sia a livello di governo che nelle comunità. Da Roma ci occupiamo di comunicazione, relazioni con altre congregazioni, agenzie, ricerca di fondi, reclutamento; invece tutta la parte decisionale si fa lì. Effettivamente è un miracolo. Lavoriamo insieme, e lavoriamo benissimo insieme! È un modello, un paradigma di vita religiosa che funziona. Siamo veramente complementari. Quello che è un problema per noi, non lo è per i religiosi, e viceversa: vivendo e lavorando insieme impariamo tutti, ad esempio, a relativizzare. Impariamo ogni giorno. Tutti fanno tutto: non ci sono ruoli da maschio e ruoli da femmina. Anche i religiosi cucinano (alcuni sono cuochi eccezionali!), dividiamo tutto il lavoro domestico e di cura delle nostre case. Ovviamente devi imparare come vivere insieme. Ma sono convinta che la formazione religiosa in questo aiuti molto: a differenza dei sacerdoti, quando un uomo entra in un ordine religioso, di solito gli viene insegnato a cucinare, a pulire; come religioso, non hai nessuno che ti serva, sicché devi imparare! Credo, del resto, che il primo requisito per poter essere lì insieme è di essere felici con la propria vocazione, con quello che si sta facendo.

La vostra varietà come è stata accolta dalla popolazione locale?

Il fatto che siamo religiosi e religiose insieme è veramente un vantaggio in molti modi. Innanzitutto perché abbiamo origini diverse, da tutto il mondo. Consideri che in Sud Sudan ci sono enormi problemi tribali, quindi paradossalmente la nostra varietà finisce per essere un valore. Una varietà presente anche a livello di volontari laici, maschi e femmine (ne abbiamo un grande bisogno!). Certo, la popolazione ha dovuto conoscerci: ma superata la diffidenza iniziale, la risposta è stata molto positiva. L’idea, del resto è quella di consegnare, alla fine, il progetto alla Chiesa locale, non di essere lì per sempre. Magari poi potremmo importare il modello in altri Paesi!

Per concludere, qual è secondo lei oggi il problema più urgente?

Il vero problema — in occidente come in Africa — è quello della paura. Se c' è la paura, la fede manca. La prudenza è qualcosa di diverso, io parlo della paura che porta alla stregoneria e al devozionismo. Dobbiamo liberarcene. Ci sono due modi di vivere la fede: pensare di doverla meritare o scoprire di essere amati. Scoprendo che sei amata, ringrazi. Scegliere di credere è accettare che Dio ti ami. Benedetto xvi ci ha scritto un' enciclica: Dio è amore!

di Giulia Galeotti


Chi è

Della Congregazione delle Religiose di Gesù-Maria, Yudith Pereira Rico ha una formazione di ingegnere agrario e un master in Educazione e studi in Teologia e Spiritualità. Ha vissuto 17 anni, dal 1995 al 2012, in Africa occidentale dirigendo progetti educativi, pastorali e di promozione delle donne in Guinea e Camerun. Nel gennaio 2014 il ruolo di responsabile dell’ufficio internazionale di “Solidarity with South Sudan”.