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Chiesa

Vivere insieme

 Vivere insieme  DCM-004
02 aprile 2022

Quando la famiglia abita la parrocchia


«Mio marito lavora, io ho scelto di rimanere a casa. Abbiamo cinque figli, dai 3 ai 17 anni. La nostra vita è normale: vai al lavoro, porti i figli a scuola, a fare sport. Solo che condividiamo la giornata con chi passa di qui. Sanno che la porta di casa nostra è sempre aperta». Maida vive con il marito Marco nella parrocchia del Sacro Cuore, a Ponte Lambro, periferia milanese. Come per tanti anni ha fatto Eugenio, uno dei pionieri di questa esperienza: «Il fatto di vederci in chiesa, ma anche al supermercato o a scuola, fa sì che le persone ci sentano più vicini a loro».

Si chiamano “Famiglie missionarie a km 0 ”. Coppie con figli che hanno deciso di vivere in una parrocchia. Accanto alla casa del parroco o nella sua, quando la diocesi non è riuscita a trovare un sostituto. Tutto nasce nel 2008, quando il cardinal Dionigi Tettamanzi incontra alcune famiglie di ritorno da missioni all’estero, tra cui proprio quella di Eugenio Di Giovine, che in Venezuela aveva la responsabilità di una vastissima parrocchia, perché mancavano sacerdoti. Dopo aver ascoltato la sua testimonianza, gli chiede: «Ma non possiamo immaginare di fare la stessa cosa qui, nelle chiese dove non c'è più il parroco?». Cominciano i primi esperimenti. A Milano oggi sono 32 famiglie. Ma ce ne sono a Treviso, Padova, Verona, Torino, Reggio Emilia, Bologna, Firenze, Ancona. E ad avvicinarsi sono anche famiglie mai partite per l’estero.

Non sono sagrestani. Hanno un lavoro esterno. Pagano le utenze, spesso anche un affitto. Ovviamente partecipano alla vita della parrocchia. Ma più dei ruoli, la novità è la loro stessa presenza. In alcuni casi, è una fraternità allargata. Come nella parrocchia del Sacro Cuore, a Ponte Lambro, dove don Alberto Bruzzone vive insieme alla famiglia di Marco e Maida e a una comunità di suore marcelline. Si tratta di «vivere una fraternità di vocazioni diverse, mettendo al primo posto non i ruoli ma il vivere insieme. Vuol dire pregare insieme, leggere insieme la parola di Dio. Ma anche passare le feste insieme o mangiare insieme se capita». E c’è anche un aiuto concreto. «Può capitare che se Marco e Maida devono uscire e i bambini restano da soli, andiamo noi a tenerli». Una forma di corresponsabilità (e di comunione) che aiuta le diocesi a rispondere alla mancanza di sacerdoti, questi a non essere soli e le famiglie a vivere dentro una rete di rapporti. Marco e Maida, prima di arrivare a Ponte Lambro, erano stati in missione in Perù. «Quando siamo tornati abbiamo riflettuto su come volessimo vivere — racconta Maida — Non ci piaceva l’idea di chiuderci in casa nostra». Era il 2017. Stava nascendo in quegli anni la realtà delle Famiglie a km 0 . Perché questa scelta? «Per andare contro un mondo che ti dice di pensare solo a fare carriera. Quando guardo i miei figli, prima di tutto desidero che siano buoni. La fraternità ti dà questo senso di libertà».

Ed è una soluzione che risolve la carenza di parroci. «A Milano, come dappertutto, ce ne sono pochi. Magari vengono solo la domenica per la messa» spiega Eugenio. Tra l’altro, questa formula ha portato un’altra novità: la presenza delle donne nel servizio pastorale. «Sono arrivate donne in luoghi in cui di solito ci sono solo maschi. E questo cambia il modo in cui si affrontano i problemi». Eugenio insegna in un liceo, Elisabetta, la moglie, fa il medico, hanno cinque figli. «Abbiamo abitato in canonica, dove prima viveva il prete». Facevano la vita di tutti. «Poi, però, eri lì. Molti, per esempio, confidavano a Elisabetta i loro problemi. Cosa che con altri, magari, non avrebbero fatto». Oppure, facendo la vita di tutti, capisci che certe scelte non vanno bene: «Se fai la messa alle 9, chi lavora non potrà mai venire». Il rapporto con il sacerdote? «Abbiamo costruito insieme. Come si fa in missione».

Certo, va costruito un equilibrio nuovo. «Sono stati i nostri figli ad aiutarci a capire che la prima vocazione era per noi la famiglia. Come diceva Tettamanzi a chi partiva per la missione: Fate sempre tutto con i figli, non “nonostante” i figli. Vivendo in parrocchia ci si accorge meglio dei bisogni. E così è nato l’oratorio estivo per gli anziani, l’aiuto ai poveri, la rinascita di oratori abbandonati, il dopo-scuola per i bambini. In certi casi le famiglie suppliscono ai ministeri dei sacerdoti. «Per l’Avvento — racconta Eugenio — siamo andati a portare la benedizione nelle case, come prevede il rito ambrosiano. All’inizio la gente era perplessa, ma poi vedevi la gioia delle persone. Capivano che non si trattava di prendere il posto qualcuno, ma della Chiesa che si faceva viva».

Con il passare degli anni, si avvicinano famiglie che non vengono dalle missioni. Come Emanuela e Andrea, da un anno nella comunità dei SS. Magi in Legnano, con i figli di 17 e 20 anni. Entrambi lavorano, i figli studiano. «La vita in parrocchia —-spiegano — non è un “dopolavoro”. Cerchiamo la profondità di una fede condivisa, partendo da occasioni di vita normale». La chiamano la “pastorale del caffè”, nel senso che anche un gesto così semplice può diventare un’occasione: «Nel clima di famiglia è più facile conoscersi, confidarsi e pregare». La domenica luogo di missione è il sagrato: «Incontriamo le persone dopo la messa e condividiamo momenti di vita, a volte apparentemente insignificanti, ma sono queste attenzioni che ci aiutano a diventare familiari gli uni agli altri».

Anche per un sacerdote vivere insieme a una famiglia è un’esperienza che cambia la vita. «In questi vent’anni — dice don Alberto — ho imparato a non pensarmi come il capo indiscusso della parrocchia, a capire che la comunità non è mia, ma del popolo cristiano». La fraternità tra vocazioni diverse «aiuta a riscoprire la propria. E a chi ci incontra si dà un’immagine di chiesa familiare». Peraltro, è anche un modo per vincere la solitudine dei sacerdoti. «La prima pagina della Bibbia dice che non è bene che l’uomo sia solo. Vale anche per noi. Il celibato non è sinonimo di isolamento. Non siamo single. Io cerco di viverlo come opportunità di rapporti liberi e profondi. La fraternità è la forma più normale per vivere il celibato». Una piccola rivoluzione che allarga, con la forza delle cose vere.

di Elisa Calessi