· Città del Vaticano ·

Fragile, imperfetta, ma vitale come una danza
Colloquio con Chiara Giaccardi

Ritratto di famiglia

 Ritratto di famiglia  DCM-004
02 aprile 2022

Quando mi è stata offerta l’opportunità di incrociare le riflessioni di Chiara Giaccardi sulla famiglia, tema vasto come l’oceano, la sua analisi, in particolare, sulla linea di resistenza della famiglia in questo spazio-tempo sociale così accelerato e per di più segnato dall’esperienza traumatica della pandemia, ebbene, non so dire perché, ma a infilarsi senza apparente congruità nei primi tentativi di organizzare i pensieri è stato il titolo di un romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo letto qualche anno fa.

Gran bel romanzo, La simmetria dei desideri, splendidamente tradotto in italiano da Ofra Bannet e Raffaella Scardi che sono, per altro, madre e figlia. Non è però in senso stretto un racconto sulla famiglia. Ha come protagonisti quattro amici alla soglia dei trent’anni, tempo utile per aver già condiviso la giovinezza e quindi gli studi, l’esercito, molti sogni e i primi amori. A legarli come gli atomi nelle molecole, anche nei momenti in cui sono fisicamente distanti, è un’energia emotiva profonda, una chimica dei sentimenti alimentata dal bisogno di confrontarsi su ogni aspetto della quotidianità e delle porte che, improvvisamente, si aprono sul domani. Guardano alla televisione la finale dei Mondiali del 1998. Gioca la Francia, in casa a Parigi, contro il Brasile. E provano a immaginare, i quattro, “chi” e “dove” potrebbero essere alla successiva finale. Lo scrivono pure su un pezzo di carta, da conservare come un segreto e scoprire insieme, al Campionato del mondo edizione 2002. Inizia in quell’istante una danza intensa di avvicinamenti e allontanamenti che, in fondo, è il cuore stesso del movimento fra amici.

Ma non potremmo dire lo stesso per la famiglia?, mi chiedo. Il senso inafferrabile di una famiglia, cioè, può essere rappresentato come una coreografia? Lo si può immaginare come una danza? Intrappolato ormai in questa similitudine, non mi resta che condividerla, partire da qui, da questa sensazione di corpi in movimento, approfittando del fatto che lo sguardo di Chiara Giaccardi non si ferma alla sola dimensione professionale – Chiara insegna Sociologia e Antropologia dei media e dirige la rivista «Comunicazioni Sociali» dell’Università Cattolica – ma è arricchito da quella esistenziale, visto che insieme al marito Mauro Magatti, sociologo ed economista, danza in una famiglia allargata e colorata da tanti figli, biologici e adottivi, cresciuti nel cortile di una famiglia ancora più grande, quella dell’associazione Eskenosen, una “tenda” piantata a Como, quasi fosse una eco di simboli, vicino all’omonimo lago.

Spiega Chiara: «Nel 2006 (l’anno dei Mondiali in Germania vinti dall’Italia!, penso io), grazie alla generosa ospitalità dell’Istituto secolare Figlie di S. Angela Merici, Compagnia di S. Orsola, abbiamo sistemato una vecchia struttura così da poterci vivere e ospitare allo stesso tempo famiglie di migranti. Offrendo loro una sistemazione temporanea e un vicinato attento, ispirato all’ascolto e alla condivisione, in vista di un loro inserimento nel tessuto sociale della città». Perché Eskenosen? L’ispirazione rimanda al versetto di Giovanni «E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi»; nella traduzione letterale suonerebbe «piantò la sua tenda in mezzo a noi» oppure «si fece tenda per noi» da cui Eskenosen, verbo al passato che contiene la parola “tenda”. «E in questa tenda anche Mauro e io, negli anni e soprattutto in questi ultimi due segnati dalla pandemia, abbiamo potuto imparare, con i nostri figli e con le altre famiglie, che o si va in cordata o si cade giù». In una delle prefazioni all’esortazione Amoris laetitia firmata con Mauro, Chiara Giaccardi ha definito la famiglia «un patrimonio dell’umanità». Non la bandiera di un gruppo politico o di un movimento religioso, ma «un luogo straordinario di relazione e di crescita che è di tutti». Probabilmente aveva ragione Wittgenstein: la stessa parola può descrivere, in bocca a persone diverse, essenze completamente differenti. E la parola “famiglia” non fa eccezione. «Il covid – prosegue Chiara – ci ha costretto a capire quanto la famiglia sia fondamentale. Se non ci fossero le famiglie, la società non avrebbe tenuto durante la pandemia. La famiglia è stata scuola, penso alla Dad, si è improvvisata infermeria, per le continue quarantene, e pure parco giochi, anche in spazi angusti e contesti non adatti a esserlo. Le famiglie hanno saputo quindi reinventare, da un giorno all’altro, una quotidianità dotata di senso e anche di una sua bellezza. In questo l’immagine della danza è centrata: la famiglia è una coreografia imperfetta, fragile, ma comunque un movimento, che è l’essenza della vita. Senza movimento siamo monchi, non siamo vivi». La pensava allo stesso modo Georges Bernanos quando in Monsieur Ouine osservava: «Si parla sempre del fuoco dell’inferno, mentre l’inferno è freddo». L’inferno è il contrario del movimento, è il cristallizzarsi dinamismo interiore. Ghiaccio, non fiamma cangiante.

E dunque, sostiene Chiara, tutta questa coreografia dei desideri imperfetti – perché veri – «la si può sperimentare senza ipocrisie solo in famiglia, là dove i legami non sono revocabili e non sono scelti. Se la scenografia, il modello dominante, prevede che fuori tutto sia calcolabile, la danza in famiglia non lo è. Dove, fuori, tutto deve essere perfetto, dentro le mura di casa no: in famiglia si sperimenta l’alterità, l’imprevedibilità nella vita quotidiana, si celebrano anche le fatiche e l’umana imperfezione». Il confinamento fisico, durante le settimane intermittenti dei vari lockdown o quarantene, ha quanto meno avuto l’effetto positivo di far riscoprire la qualità delle relazioni famigliari, con il loro carico di imperfezioni. Così, non solo nella cosiddetta macroscala dei valori la “salute” ha superato il “lavoro”, ma la fiducia nelle persone che incarnano gli affetti più prossimi a partire da quelli parentali – come è stato intercettato dagli indicatori di benessere soggettivo – è aumentata sensibilmente. Certo, il confinamento in alcuni casi ha anche esasperato le dinamiche interpersonali patologiche, generalmente preesistenti; ad altezza demoscopica, tuttavia, la “fiducia nella famiglia” è comunque cresciuta. Il guaio è, sottolinea Chiara Giaccardi, che tutto intorno alle numerose “tende” piantate nella contemporaneità «il clima culturale si dimostra ostile alla famiglia. E proprio per questo rivela uno sguardo miope». Con la sua cifra esistenziale spesso cinica un altro scrittore francese, in questo caso contemporaneo, lo fa dire al protagonista del suo ultimo romanzo: «La famiglia e la vita coniugale, questi erano i due poli residui attorno ai quali si organizzava l’esistenza degli ultimi occidentali, in quella prima metà del ventunesimo secolo – medita Paul Raison, alle prese con una società condannata senza appello e quasi rassegnato a sopravvivere in Annientare di Michel Houellebecq – Altre formule erano state contemplate, invano, da persone che avevano avuto il merito di intuire il logoramento delle formule tradizionali, senza tuttavia riuscire a concepirne di nuove, e il cui ruolo storico era dunque stato interamente negativo. La doxa liberale insisteva a voler ignorare il problema, tutta piena com’era della sua ingenua convinzione che l’attrattiva del lucro potesse sostituirsi a qualsiasi altra motivazione umana e potesse, da sola, fornire l’energia mentale necessaria a mantenere un’organizzazione sociale complessa. Era palesemente falso, e a Paul sembrava evidente che l’intero sistema sarebbe andato incontro a un gigantesco collasso, di cui per ora non era ancora possibile prevedere la data, né le modalità».

Il “sistema” è quello dominato oramai dalla razionalità digitale per come la interpreta e asservisce il liberismo sostenuto dalla forza della tecnica. È una struttura che si basa sull’individuazione della governamentalità logaritmica, «su quella che già trent’anni fa Gilles Deleuze – dice Giaccardi – chiamava “società del controllo”, dove gli individui sono diventati dei “dividuali”, meri campioni statistici di dati per i mercati, risultato di un processo di individualizzazione radicale». Non ne siamo quasi mai consapevoli quando compriamo qualcosa su Amazon o navighiamo cercando informazioni in Rete, ma l’Intelligenza Artificiale, oltre a sostituire in molti territori del lavoro le prestazioni dell’uomo, ha già iniziato a riorganizzarle interamente. In che modo? Agendo sul tempo, assoggettando il tempo del lavoro e quello della quotidianità domestica a logiche computazionali. La triade dell’aumento di sorveglianza, della valutazione algoritmica e della modulazione del tempo investe cioè in profondità la struttura stessa della società, connettendo – come suggerisce ad esempio la studiosa Kate Crawford – una microfisica del potere, vale a dire il disciplinamento dei corpi e del loro movimento attraverso lo spazio, con una macrofisica del potere, una logistica di tempi e informazioni planetari che innerva l’intero pianeta. E arriva persino “in famiglia”. Continua Chiara Giaccardi, che su questi movimenti profondi e i loro impatti quotidiani ha riflettuto e scritto insieme a Mauro Magatti in Nella fine è l’inizio. In che mondo vivremo (Il Mulino, 2020) : «Houellebecq, pur con il suo sguardo duro, spesso tagliente, riesce a descrivere la crisi che stiamo attraversando e ci invita così ad andare oltre, suggerendo forse la necessità di superare l’approccio moralistico, talvolta farisaico, nel quale anche tanti cattolici sono tuttora ingabbiati». È su questo piano che forse la pandemia «ci ha dato probabilmente una svegliata. Per liberare il pensiero e il discorso sulla famiglia dalle secche sterili e dalle contrapposizioni ideologiche in cui il dibattito contemporaneo li ha relegati. Oggi possiamo dire anzitutto che la famiglia non è una semplice agenzia di socializzazione, una cellula della società o un nucleo funzionale di ruoli sociali. La famiglia non è cioè né una categoria sociologica né un modello rigido e immutabile. La forma della famiglia, come in una danza, è cambiata nel tempo ed eccede le sue declinazioni storiche, a partire dalla forma tradizionale», ancora quella del Mulino Bianco, probabilmente. «Dovrebbe ormai essere evidente come nella famiglia il senso prevalga sulla funzione». E la preceda, liberando così lo spazio al desiderio: «Anche io e Mauro come tanti genitori durante la pandemia – dice Chiara – abbiamo avvertito in presa diretta il senso del limite. E della mancanza, che però apre alla gratuità. Mi vengono in mente i versi di Margherita Guidacci: «L’impossibile solo rende possibile la vita dell’uomo. Tu fai bene a inseguire il vento con un secchio. Da te, e da te soltanto, si lascerà catturare». Solo là dove il senso prevale sulla funzione, e cioè nella famiglia imperfetta, tutti diventano indispensabili: il nonno con l’Alzheimer, la sorella che dà di matto, il bambino del vicino che piange e ci sveglia nel cuore della notte, un figlio disabile». Umanissime fragilità che in un sistema votato alla perfezione sarebbero invece considerate intralci e impedimenti, diventerebbero scarti. Eccola, allora, una possibile definizione oltre le ideologie: «La famiglia è un nucleo relazionale stabile nel tempo, affettivamente caldo, centrato su rapporti di reciprocità e di cura nell’intreccio tra i generi e le generazioni». Per arrivarci, a tale definizione, e superare così i dogmatismi – spiega Chiara Giaccardi – è stato importante anche il lavoro dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia istituito presso il Ministero. Al quale Chiara ha preso parte come coordinatrice del Comitato tecnico scientifico. «Siamo riusciti in effetti a tracciare un percorso partecipativo, trasparente, un percorso inclusivo. Un dialogo dialogico e non dialettico, attento alle diverse posizioni e sensibilità che diventano una ricchezza solo quando la preoccupazione non è ideologica. Siamo in realtà partiti da un terreno comune, sul quale far confluire i diversi punti di vista: l’attenzione ai minori prima di tutto. L’attenzione ai bambini che non nascono, a quelli che soffrono per tutte le condizioni che, come recita l’articolo 3 della nostra bellissima Costituzione, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e lasciano trasparire i veri volti della disuguaglianza: povertà educativa, povertà materiali, genitori che non riescono ad armonizzare i tempi della famiglia e quelli del lavoro, per ragioni che spesso non dipendono da loro». Magari, semplicemente, perché sono genitori soli. Il cambio di passo è un cambio di prospettiva, richiede pertanto di concepire la famiglia come il nodo di una rete: «Servono confini aperti, relazioni che vadano oltre le mura di appartamenti sempre più stretti e inabitabili, serve la capacità di ripensare gli stessi luoghi dell’abitare». E bisogna liberarsi dall’ossessione che la parola “famiglia” possa fissarne una volta per tutte la forma e pure la sostanza. Le parole, a pensarci bene, possono anche diventare gabbie mentali dalle quali è complicato uscire. Forse è utile immaginare che le singole parole non siano alberi bensì foreste, boschi da esplorare per trovare nell’ombra tutte le sfumature degli oggetti che attraverso la lingua rappresentano. «Così potremmo accorgerci – sostiene ancora Chiara Giaccardi – di come la famiglia sia “emblematica”, perché rappresenta una finestra sulla complessità, uno dei pochi luoghi in cui si può cogliere l’inter-sezionalità dei processi e se ciò non viene compreso non si può agire in modo utile e rigenerativo dopo la pandemia. O di come la famiglia sia “trasduttiva” e “resiliente“, giacché ha trasformato le incompatibilità in nuove forme per affrontare le criticità, pandemia inclusa. Romano Guardini lo diceva bene: «La famiglia rappresenta l’ostacolo naturale più forte contro l’assorbimento dell’individuo». Insomma, quella che l’Osservatorio sta cercando di sviluppare è un’ermeneutica contestuale, «l’unica che riteniamo consenta di favorire il cambiamento necessario in un contesto in cui si cerca di contrastare la denatalità e in cui le politiche per la natalità e gli strumenti come gli asili nido, l’assegno unico, la fiscalità calibrata sono certo necessari, ma non sufficienti». Mononucleare o di fatto, tramontata nella contemporaneità occidentale la forma patriarcale, la famiglia – da sola – non ce la farebbe comunque. E a non farcela sarebbero soprattutto i ragazzi e le ragazze che mai come in questi ultimi due anni hanno patito il freddo della solitudine esistenziale e quel senso di spaesamento, di mancanza di riferimenti e di “casa” che un presente mutilato della profondità prospettica del futuro trasforma in fredda prigione. Ogni famiglia, ricorda papa Francesco, «è sempre una luce, per quanto fioca, nel buio del mondo». È una fiammella fragile, che nonostante tutto danza, continua a danzare.

di Marco Girardo
Giornalista di «Avvenire»