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Ruoli / 2

Da zii e zie
istruzioni per la vita

 Da zii  e zie istruzioni per la vita  DCM-004
02 aprile 2022

Parentele vicine e lontane nel racconto di una scrittrice


Avevamo molte zie, ciascuna straniera a Napoli. La sarda veniva da una piccola isola nell’isola, l’emiliana da una città vivace, la friulana dalle campagne e dalla nebbia. Da queste zie si rideva molto: l’emiliana raccontava barzellette, la sarda portava dolci ed era sempre allegra, la friulana era silenziosa ma cucinava ottimi gnocchi di patate.

Ad una era toccato lavorare, ed era l’unica fra le cognate, in un piccolo ufficio comunale, ad un’altra era stato impedito d’insegnare il piano, perché le mogli non lavorano, alla terza, tolta la terra, erano rimasti i balconi, sicché brillava per un infallibile pollice verde.

Queste zie supplivano al silenzio e alla serietà della casa con le voci delle loro regioni, imbarcate sulla nave di una continua tempesta, fra guerre, lutti, migrazioni e l’approdo a una pace che non avevano mai preso sul serio. Qualcuna era orfana, altre avevano perso i fratelli o si sentivano di continuo al telefono con le sorelle lontane, sposate altrove.

A morire, sarebbero morte tutte: una suicida, una malata di fegato e una felicemente assente nella memoria persa.

Ma erano le zie vere, quelle cui si chiedeva consiglio, quelle che avevano bruciato i propri sogni e non volevano che le nipoti bruciassero i propri. Qualcuna aveva avuto figli, qualcuna no.

Poi c’erano zie e zii che si vedevano alle feste di compleanno ma che erano estranei e che lo sarebbero sempre stati.

A volte si sarebbe desiderato d’essere orfani, ospiti delle zie preferite, come in certi romanzi di Dickens o nelle case dei paperi di Carl Barks: non erano queste zie un po’ Clarabella o Paperina?

Per le nipoti nate in pace e che si sperava sarebbero state le prime a vivere e a morire, di lì a cent’anni, fuori da ogni guerra, le zie erano eterne signorine, non importava che avessero poi messo su pancia, che pur odorando di profumi e coty, come nella canzone recitata da Vittorio De Sica, avessero le dita grasse di cucina e manicaretti.

Erano le zie della speranza che la vita, regolarmente, delude.

Alle nipoti d’oggi stanno invece, come in un’equivalenza sghemba, zie distratte, la testa nel cellulare, infelici d’amore – questo non cambia – e che accolgono bambine sbrancate, figlie di genitori sempre assenti in famiglie dove a mantenere l’economia sono le pensioni dei nonni.

Diventano zie e zii, allora, gli amici di famiglia, che parentele vere non ne hanno ma hanno acquisito diritti d’autore, punti al videogioco, nelle cui case si dorme o con cui si esce a camminare. A questi zii, come ad altri in secoli diversi, tocca allora sostituire padri latitanti, che si sono dati alla macchia subito, prima ancora d’esser genitori.

Gli zii giovani dovranno indirizzare scelte quando stanno ancora cercando di capire le proprie, eterni Peter Pan nella società dei senza lavoro, dei legami fragili.

Se penso alle zie d’un tempo, mi accorgo che noi nipoti avevamo solo parenti vecchi, anche quando per età non lo erano: vecchi per esperienza e per fatica. Di lì a poco sarebbero arrivati le zie e gli zii giovani, per sempre in competizione coi nipoti, in una danza di mai cresciuti, mai maturi.

Dei cugini d’un tempo si può dire, invece, che erano branchi che si scontravano con altri branchi, o greggi di cugini, in prati di confine: vedevamo questi ignoti bambini in territori neutrali, a casa di nonne che fungevano da collettore di urla represse, liti sedate, giochi all’aperto negati.

Questi doppi mal riusciti, simili d’aspetto ma diversi per dettagli insopportabili, che sempre riflettevano però i nostri peggiori difetti e che per tanto eravamo felici di non incontrare per evitare ogni specchio sgradito, erano distanti, sparpagliati, marosi d’altri oceani.

C’erano invece, e ancora ci sono, case in cui ai cugini tocca sostituire i fratelli: tutti insieme, tutti alleati, prefigurazione delle amicizie della scuola. Le cugine maggiori d’età fungono da madri giovani, aperte, moderne.

A sud, poi, i cugini sono una popolazione sterminata, omonima o senza nome e di conseguenza anche gli zii e le zie.

In un racconto di Fausta Cialente intitolato Marianna, una frotta anonima di cugini accampata in una grande casa multifamiliare si coalizza contro l’ultima arrivata, una cugina orfana. L’estranea, la nemica, viene combattuta, anche perché colpevole d’aver scoperto la fuga della zia preferita, d’averla costretta a restare fra le mura domestiche a morire.

Da adulti, i cugini s’accorgono d’aver sbagliato, d’aver escluso la più debole, che mai può perdonarli. A zie, zii, a cugine e cugini, il compito d’istruire nella vita, insomma: spesso d’istruire sulle navigazioni agitate che genitori e nonni tacciono.

Il volto non ovvio delle cose, l’aspetto ravvicinato del bello come del brutto, il bagnasciuga e non la cartolina: si è zie e zii nei più inattesi dei modi e alla lontana, anche il peggiore ci è cugino.

di Antonella Cilento
Scrittrice