· Città del Vaticano ·

La testimonianza del pedagogista e imprenditore sociale Johnny Dotti

Una scelta non un ripiego

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15 gennaio 2022

La privatizzazione degli affetti è il vero male che attanaglia la nostra società e ci rende incapaci di un’autentica apertura all’altro. È una trasformazione sociale culturale che sta avendo un impatto enorme sulle famiglie. Ne è convinto Johnny Dotti, pedagogista, imprenditore esperto di welfare, da anni impegnato nel campo del sociale e dell’assistenza alle famiglie. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza personale sul tema degli affidi e delle adozioni e su come tradurre in termini concreti l’appello di Papa Francesco alle istituzioni per semplificare gli iter burocratici per chi vuole accogliere un bambino abbandonato.

Che cosa la motiva e la ispira nel suo impegno sul fronte degli affidi e delle adozioni?

Ho iniziato 35 anni fa venendo da piccole esperienze da oratorio. A metà degli anni Ottanta decidemmo con altre coppie di iniziare un percorso di preghiera. Da qui nacque questa piccola esperienza che si chiama Cascina Caselle dove oggi vivono quattro famiglie, c’è una grande parte in comune, ceniamo assieme — tranne il mercoledì, quando c’è la cena in famiglia. Ogni casa ha uno spazio per l’ospitalità nelle famiglie. In più ci sono quattro monolocali in cui ospitiamo persone bisognose. Viviamo in preghiera, in essenzialità. Non ci sono solo cattolici. C’è anche un carissimo amico buddista e in questo momento un musulmano. Il nostro desiderio è sempre stato quello di vivere la normalità della famiglia. Condividiamo quello che abbiamo con gli altri. Nessuno dipende economicamente da questo posto: c’è chi fa il medico, chi lo psicologo, chi il restauratore. Io credo che il futuro della famiglia debba ancora venire, ma certamente passa attraverso forme di condivisione. Non dobbiamo cadere nel tranello della privatizzazione degli affetti. Una famiglia non nasce dall’incontro di due io, ma dal pellegrinaggio faticoso di due tu.

Qual è il valore dell’adozione oggi?

La parola adozione va intesa in senso largo. Abbiamo avuto molti figli in affido, ma anche moltissime persone, molti giovani ospiti anche per tanti anni senza nessun tipo di vincolo legale. Per me il tema dell’adozione s’inquadra all’interno dello spirito ospitale che ogni famiglia cristiana, in quanto famiglia, deve avere. La famiglia è contemporaneamente un nido e un nodo. È un paradosso: la famiglia rappresenta allo stesso tempo la fragilità e la potenza del legame. Non riesco a concepire una famiglia che non sia ospitale, ossia esplicitamente aperta a qualcosa che vada al di là dei propri figli biologici, dei propri genitori anziani o dei propri vicini. Quello che è in grande difficoltà oggi è l’immaginario della famiglia, nel senso che l’idea di famiglia è connessa a una concezione privatistica della relazione. Questa concezione è contraria alla tradizione, non cristiana, ma mediterranea generale. Con l’ultima fase del capitalismo si è racchiusa la famiglia in un’idea mononucleare separata rispetto al mondo circostante e agli altri. E questo lo si vede anche nelle forme delle abitazioni, nelle modalità di socializzazione e di consumo. L’idea della famiglia come io, te e due figli in un appartamento, chiusi in nome della privacy, è aberrante. È l’inizio della distruzione della famiglia. Se non è aperta al mondo, la famiglia muore. Dunque, l’adozione non è un atto di bontà ma un riconoscimento naturale. Questa era anche la concezione del mondo antico dove l’adozione era un fatto normale, non c’erano leggi che la normavano. Dietro le parole del Papa non vedo una richiesta di diventare tutti più buoni, ma una richiesta di tornare umani.

Dunque, riconoscere il valore delle adozioni è anzitutto una battaglia culturale.

L’ospite nella tradizione cristiana è esattamente colui che ti permette di mettere al mondo il mondo, cioè a far entrare in casa Dio, un ospite. Non è una teoria, ma una cosa concreta. Fino al terzo secolo dopo Cristo ogni famiglia cristiana aveva un letto a disposizione per l’ospite. In altre parole, l’ospite non era quello che ti mandavano i servizi sociali. Accogliere non è un fatto speciale, ma un rendersi disponibili all’incontro con Dio. Prima di essere una questione giuridica e internazionale, l’adozione è una questione umana, un tornare a essere umani, ad avere un legame stabile tra persone. Torniamo al problema precedente: se si tende a privatizzare troppo l’idea della famiglia, è chiaro che non c’è più spazio per il resto, o quantomeno il resto viene sempre rubricato come interesse privato, non come un naturale svolgimento della propria espressione di affetto. Questa dinamica sociale è evidente: la si vede nella diffidenza diffusa, nell’eccesso di burocrazia, e appunto — come ho visto io stesso accompagnando molte coppie — in un’idea un po’ egoistica dell’adozione intesa come sostituzione del figlio, non di una messa a disposizione dell’altro di uno spazio vitale.

Al problema dei pregiudizi sociali si collegano poi tutte le problematiche psicologiche legate al processo stesso dell’adozione. Può darci una testimonianza concreta?

Noi abbiamo avuto diversi figli in affido — ma nella realtà moltissimi affidi si trasformano in permanenze stabili nelle famiglie. A un certo punto, ed è giusto che sia così, la ricerca della madre e del padre di origine è inevitabile. È un voler riconnettere strappi esistenziali che sono stati molto dolorosi. Ci sono ragazzi, ad esempio, che a volte sono stati inizialmente con la mamma o col papà, poi sono stati tolti per una serie di problemi. Questi ragazzi hanno giustamente il desiderio di riconnettersi. In queste situazioni avvengono generalmente cose difficili da sostenere per il ragazzo, per la famiglia che ospita e anche per i genitori di origine. Spesso sono passati talmente tanti anni che non ci sono più le condizioni affinché si possa riallacciare un rapporto. Inoltre a volte questi strappi esistenziali fanno regredire i ragazzi in situazioni psicologiche molto rischiose, in conflitti. C’è imbarazzo interiore di avere due papà e due mamme. Per questo, quando si dice che le adozioni sono azioni virtuose si dice il giusto, è vero. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che molte di queste situazioni attraversano però difficoltà reali in termini di sostegno e di essere veramente a disposizione degli altri. Ci tengo quindi a sottolineare che famiglie isolate non possono diventare famiglie ospitali né affidatarie né adottive perché non possono reggere il peso di queste situazioni.

Sul piano burocratico quali potrebbero esseri i modi per migliorare e velocizzare le adozioni in Italia?

Anzitutto cercherei di fare su questo tema un confronto onesto sulle esperienze vissute a 40 anni dalle leggi sulle adozioni e sull’affido. Secondo punto, darei più importanza alle realtà intermedie, quelle che oggi chiamiamo il terzo settore, ossia tutte le associazioni e organizzazioni che si occupano della questione e che vanno maggiormente legittimate. Queste realtà intermedie devono avere maggiore riconoscimento, autonomia e possibilità di movimento, mentre oggi tutto è troppo vincolato dalla burocrazia. Se queste realtà potessero gestire in maniera più completa e approfondita tutti i processi, potrebbero facilitare ad esempio le relazioni tra le famiglie, momenti di auto-aiuto. La rigidità dei servizi sociali pubblici così come quella delle dinamiche giuridiche non permette tutto questo. Un terzo punto riguarda il lavoro dell’immaginario; si dovrebbe raccontare un’altra immagine della famiglia distante da quella classica e patriarcale. La famiglia non è una cosa perfetta, ma è esattamente in questa imperfezione che c’è spazio per l’ospitalità e per il povero. Questa imperfezione è il luogo della grazia. I cristiani devono ribaltare la narrazione sulla famiglia. I cristiani dovrebbero sapere che quando sono deboli, è allora che sono forti. Questo dovrebbe essere il ruolo dei cristiani nel dibattito sulla famiglia, ma non sempre è così.

di Luca M. Possati