· Città del Vaticano ·

Il Kazakhstan dall’insurrezione alla costruzione

Non per il gas
ma per la giustizia

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15 gennaio 2022

Ricostruire. Riformare. Risarcire. Il presidente del Kazakhstan, Kassym-Jomart Tokayev, ha fatto tre promesse alla sua gente, ad un Paese dove in tanti ancora vanno, in queste ore, alla ricerca di un parente o di un amico inghiottito dall’onda di arresti che ha percorso il gigante dell’Asia centrale, insorto il 2 gennaio all’aumento dei prezzi del gas.

Dopo dieci giorni di sangue, un numero non accertabile ma altissimo di morti e 12.000 arresti, dopo il fallimento della “rivoluzione senza leader” (definizione della stampa internazionale) o dell’assalto terrorista” e “golpista” (definizioni di Tokayev), il presidente ha scelto Almaty, l’ex capitale dove l’insurrezione è corsa come un incendio lungo gli edifici pubblici assaltati, per fare la sua prima uscita pubblica dopo l’ormai celebre ordine di «sparare per uccidere». «Il compito ora è di ricostruire — ha detto — nel più breve tempo possibile. Non ho dubbi».

La città, ma anche il Paese, dove le ferite sono uguali, da Almaty alla capitale Nur- Sultan a Zhanaozen, nell’ovest petrolifero della Nazione dove tutto è cominciato il 2 gennaio e dove la protesta covava dal 2011, fin dalle manifestazioni represse, anche allora, nel sangue. In 11 anni il malessere è rimasto lo stesso, è covato sotto la cenere, è esploso dopo anni di compressione nella rivolta più grave, capillare e virale della trentennale storia del Kazakhstan, già repubblica sovietica. I fatti di Zhanaozen, dove le forze dell’ordine caricarono i manifestanti uccidendone almeno 16, furono innescati dalla protesta degli operai dei campi petroliferi in sciopero per paghe e condizioni di lavoro. Si sentivano traditi da un Paese ricchissimo di risorse minerarie (praticamente di ogni tipo, si citino solo petrolio, uranio e rame) ma avaro nel ripartire le benedizioni naturali del sottosuolo.

Il 16 dicembre del 2011 la polizia caricò, la conta dei morti e dei feriti fu quella ufficiale, lo sciopero finì. Ma la sommossa del 2 gennaio, incredibilmente più vasta, sanguinosa, dolorosa, ha rivelato che le ferite di Zhanaozen, non curate, s’erano aggravate ed allargate sotto la pelle dell’intero gigante eurasiatico: dai confini ovest e nord, con la Russia, a quelli ad est con la Cina, è bastato l’aumento dei prezzi del gas a far scoccare la scintilla: così, prima che il black out totale della Rete tagliasse fuori il Kazakhstan dal mondo, il mondo fece in tempo ad ascoltare il grido collettivo: «Via il vecchio». L’ex presidente Nursultan Nazarbayev, 81 anni, da 30 di fatto alla guida del Paese, era l’obiettivo. Il presidente Tokayev, succedutogli dal 2019, veniva considerato solo l’uomo di fiducia che s’era preso l’incarico di garantire la continuità del potere e della gestione delle risorse. L’aumento dei prezzi del gas liquefatto è stata, dunque, solo la proverbiale ultima goccia che fa traboccare il vaso. L’insurrezione del gas, bollata come “rivoluzione colorata” (ossia come manovrata dall’estero) pare aver radici — infatti — nella richiesta, insopprimibile e dal basso, di un nuovo patto sociale: ripartire con il Paese i frutti di un’economia interamente basata sullo sfruttamento di enormi risorse indispensabili alla “sicurezza energetica” globale.

L’agenzia Kpgm ha stimato di recente che su una popolazione di 19 milioni di abitanti, 162 individui appena controllerebbero il 55% delle ricchezze del Paese. Ed è questo che la gente non riesce più a sopportare, anche se non sono mancate le pattuglie di provocatori, consuete quando le piazza si muovono per fatti loro. Il presidente Tokayev, ripreso il controllo delle strade anche grazie all’intervento del contingente a guida russa del Csto (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva) sembra aver capito cosa occorrerebbe fare per riprendere il controllo anche delle persone. «È ora — ha detto infatti — che il popolo kazako riceva un risarcimento». Ed ha garantito «riforme» ad iniziare da quella della Banca per gli investimenti che si sarebbe trasformata in «una banca personale per un ristretto gruppo di persone che rappresentano cricche del mondo finanziario, industriale e dell’edilizia». Si è spinto anche a dire che Nazarbayev (al quale è intitolata la capitale Nur-Sultan) avrebbe favorito «le cricche finanziarie». Come pegno ha offerto la calmierazione dei prezzi del gas per 180 giorni e l’arresto del capo del Kbm, i servizi segreti, Karim Massimov, giudicato uomo di Nazarbayev.

Ma stabilizzare il Kazakhstan, Paese dalle 130 etnie, unite da una continuità territoriale cementata dalle estrazioni minerarie e dall’agricoltura, richiederà una lunga strada. La comunità internazionale lo tiene d’occhio. Troppo prezioso e, per di più, collocato al centro delle nuove vie del commercio globale fra est ed ovest; nessuno crede di potersi permettere uno scenario come quello dei 10 giorni di gennaio con i prezzi del petrolio febbricitanti causa sommossa. Ricostruire, dunque, riformare, risarcire. I fatti del 2 gennaio, infatti, vengono da assai più lontano.

di Chiara Graziani