· Città del Vaticano ·

Il racconto

Una maglietta per Messi

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12 gennaio 2022

Arjan Dodaj tra 9 giorni compirà 45 anni, ma ne aveva appena 16 quando — era il 15 settembre 1993 — è salito su un barcone «per disperazione» lasciando la sua Albania per cercare «la speranza» in Italia. E se oggi qui, in Aula Paolo vi , ha incontrato Papa Francesco con la qualifica di arcivescovo metropolita di Tiranë-Durrës — ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 15 settembre 2020, esattamente 27 anni dopo «il viaggio della speranza» sul mare Adriatico — nel suo curriculum ci sono anche le voci “saldatore” (telai di bici, soprattutto), “operaio edile” e “giardiniere”: tutti lavori svolti a Dronero, in provincia di Cuneo.

E, in Piemonte, Arjan ha anche scoperto di essere stato sempre cristiano. Anche senza saperlo. Frequentando la comunità della parrocchia, forse solo per socializzare, ha “ri-incontrato” quel Dio del quale gli parlava, anzi gli cantava, la nonna, «donna libera» nello Stato «più ateo del mondo». Battezzato, è stato ordinato sacerdote l’11 maggio 2003 da Giovanni Paolo ii . Quindi, nel 2017 ha fatto ritorno a casa: il 9 aprile 2020 Francesco l’ha nominato prima vescovo ausiliare e poi, lo scorso 30 novembre, arcivescovo di Tiranë-Durrës.

«Al Papa oggi ho portato i saluti e le preghiere della mia gente» racconta. Nel pieno della pandemia «la situazione in Albania è, tutto sommato, buona: i vaccini ci sono per tutti e la curva dei contagi non è drammatica».

L’arcivescovo Arjan — che il giorno dopo la sua ordinazione sacerdotale ha celebrato il matrimonio dei suoi genitori — tiene in mano la corona del Rosario e fa scorrere le dita tra i grani. Anche questo lo ha imparato dalla nonna che, ricorda, «stava ore alla finestra con in mano una catenina intrecciata con semi di ulivo... e io non capivo perché».

È una dedica che è una «benedizione» quella che Papa Francesco ha scritto per Lionel Messi sulla maglietta di Athletica Vaticana, la polisportiva ufficiale della Santa Sede. E così ora lo “scambio di maglie” tra il Pontefice e il fuoriclasse argentino è completo: lo scorso 18 ottobre, infatti, il primo ministro francese, Jean Castex, aveva portato in dono al Papa proprio la maglia di Messi — numero 30, coi colori del Paris Saint-Germain — con una dedica autografa.

A presentare l’iniziativa al Pontefice è stato monsignor Emmanuel Gobilliard, vescovo ausiliare di Lione, incaricato della Conferenza episcopale francese per le Olimpiadi parigine. E ora il presule consegnerà personalmente a Messi la maglia biancogialla con la frase di benedizione del Papa.

Stamani, nell’Aula Paolo vi si è “parlato” anche il “linguaggio” universale dello sport.

Wendie Renard è una vera e propria leggenda del calcio mondiale. Originaria della Martinica, è difensore centrale e capitana dell’Olympique Lione e della Nazionale francese, con la quale ha preso parte a 3 Olimpiadi. Ha vinto 7 Champions league, 14 scudetti e 9 coppe nazionali. E l’Uefa l’ha proclamata miglior giocatrice al mondo.

Ma oggi, all’udienza generale, Wendi è anche la “capitana” del gruppo di sportivi francesi che ha raccontato a Papa Francesco «l’impegno a vivere anche la dimensione spirituale e solidale — non solo la parte agonistica — nella prospettiva dei Giochi olimpici di Parigi 2024».

“Coach” di questo gruppo di sportivi — oggi presenti solo in parte per le difficoltà causate dalla pandemia — è proprio monsignor Gobilliard.

«Spontaneamente tante atlete e tanti atleti francesi hanno manifestato la necessità di mettere insieme le proprie esperienze umane e spirituali» racconta. Una “avventura”, tra spiritualità e solidarietà, che gli sportivi d’Oltralpe hanno iniziato a percorrere insieme con Athletica Vaticana: il 21 settembre scorso monsignor Gobilliard ha partecipato a una staffetta nel meeting “We Run Together”, scambiando il testimone con due migranti africani.

Wendie Renard oggi con Francesco ha ricordato suo padre («avevo 8 anni quando è morto») e l’unità della sua famiglia: mamma, zie e quattro sorelle («una è insegnante e un’altra infermiera in ospedale, sono orgogliosa di loro perché aiutano gli altri»). Proprio la famiglia, dice, «mi ha sempre sostenuta quando, a 16 anni, mi sono trasferita dalla Martinica in Francia per inseguire il sogno di giocare a calcio».

Racconta: «La mia stella è il cammino che il Signore ha tracciato per me e che cerco di seguire». Sorridendo e indicando la mamma Marie Héléna, seduta accanto a lei, Wendi confida: «Quando ero bambina, se saltavo il catechismo mia madre non mi faceva giocare a calcio! Per questo, forse, continuo a vivere da tanti anni la bellezza della fede e la bellezza dello sport!».

In Aula Paolo vi il pittore Milo ha portato in dono un quadro che ripropone artisticamente il il primo abbraccio tra Francesco e Benedetto xvi . «Quell’immagine è subito entrata nel mio cuore — confida l’artista — e ho così cercato di riproporla attraverso la materia del colore, del segno, della forma, con la tecnica della prospettiva teatrale scenica: l’opera è composta da due tele che devono essere poste insieme, con un angolo di 90 gradi, perché si possa apprezzare la tridimensionalità delle figure».

di Giampaolo Mattei