· Città del Vaticano ·

L’arte

Manet e l’atelier

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11 gennaio 2022

È una delle composizioni più elaborate di Manet La colazione nell’atelier (1868). Essa rappresenta la fine di un pranzo per il quale posò un vicino di casa, che fuma assorto sulla destra del quadro. Una cameriera sopraggiunge recando una caffettiera, ma il protagonista è Léon, il figlio o figliastro dell’artista. Il ragazzo, oltre a essere colto in primo piano, è l’unica figura a fuoco, sebbene venga ritratto non integralmente (non è dipinta la parte che va dal ginocchio in giù). Alla natura morta di oggetti sulla sinistra fa da pendant quella sul tavolo, con i resti del pranzo. Quest’ultimo motivo è ripreso dalla pittura olandese, in particolare dalla pittura di Vermeer, di cui si ritrova il limone sbucciato, che doveva aver affascinato Manet, poiché lo rappresenta in altri dipinti. A unificare le diverse componenti dell’opera è la stesura fluida del pennello dal quale si irradiano variazioni di tono su tono nei bianchi della tovaglia, della tazzina da caffè in secondo piano, e nella figura della cameriera, giocata sulla scala dei grigi e dei bianchi. Anche Renoir e Monet dipinsero nello stesso periodo scene di colazioni, ma lo stile è diverso. Nella tela di Manet — dominata da tinte fredde, azzurre e verdi — s’impone una sensazione di estraneità, mentre nelle colazioni descritte dagli altri due artisti spicca una sorta di cordialità tra i soggetti del quadro. Non c’è comunicazione, invece, fra le tre figure de La colazione nell’atelier: si avverte, anzi, un fremito di indifferenza venato di ostilità. Lo sguardo del vicino di casa è perso nel vuoto e sembra non avvertire la presenza delle altre due persone, mentre nella postura di Léon, che dà le spalle alla cameriera, si percepisce un palpito di altezzosità e di scontrosità. (gabriele nicolò)