· Città del Vaticano ·

L’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa

Lo sviluppo economico deve essere basato sulla fratellanza

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
11 gennaio 2022

Il problema del debito estero dei Paesi poveri, in quanto ostacolo al loro sviluppo, è da sempre un tratto essenziale della Dottrina sociale cattolica. Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004) afferma che, in linea di principio, ogni debito va ripagato. Tuttavia, il ripagamento del debito non può risolversi in una violazione del diritto dei popoli alla sussistenza e al progresso (n. 450). Il Compendio non indica esplicitamente quali siano le modalità per salvaguardare questo diritto, ma lo fa implicitamente richiamando l’enciclica Centesimus annus (1991). Nell’enciclica si sottolinea come, qualora il ripagamento del debito comporti insopportabili sacrifici per le popolazioni interessate, occorra trovare forme di alleggerimento, dilazione o anche estinzione (n. 35).

La necessità di alleggerire il debito dei Paesi in via di sviluppo era già stata richiamata nel documento «Al servizio della comunità umana: un approccio etico al debito internazionale» redatto nel 1986 dalla Commissione Iustitia et Pax (ora Dicastero per lo sviluppo integrale). Il documento nasce come risposta alla crisi del debito estero dei Paesi latino-americani della prima metà degli anni Ottanta. In esso si specifica come il puntuale ripagamento del debito non possa essere ottenuto al prezzo del fallimento dell’economia di un Paese debitore, poiché nessun governo può moralmente esigere da un popolo privazioni incompatibili con la dignità della persona. In queste situazioni, la richiesta dei creditori di un puntuale ripagamento, per quanto giuridicamente fondata, costituirebbe un abuso. I creditori sarebbero quindi chiamati a consentire delle proroghe, a condonare parzialmente o anche totalmente i debiti, ad aiutare i debitori a tornare solventi (II. Affrontare le urgenze).

Il punto è che di fronte a situazioni di estrema necessità, si delinea una responsabilità dei creditori verso i debitori. Con particolare riferimento ai creditori privati (banche commerciali), questa responsabilità si sostanzia nel coniugare i doveri verso azionisti e depositanti con quelli verso i debitori. In questa prospettiva, i creditori sono chiamati ad andare oltre le funzioni tradizionali del credito partecipando così allo sviluppo solidale (III. Assumere solidalmente la responsabilità dell’avvenire). La cooperazione tra creditori e debitori non solo diviene uno strumento essenziale per risolvere i problemi connessi al ripagamento del debito, ma riflette anche l’esigenza di giustizia sociale nelle relazioni internazionali. Tale esigenza può venire in rilievo in due momenti. In primo luogo, quando si tratta di commisurare le disponibilità finanziarie dei creditori ai loro impieghi effettivi da parte dei debitori, come evidenziato nel 1967 nell’enciclica Populorum progressio (n. 54). In secondo luogo, quando si profilano situazioni di crisi in cui i paesi debitori sono costretti a sottrarre risorse allo sviluppo per destinarle al ripagamento del debito e hanno difficoltà a reperire nuove risorse, come evidenziato nel 1987 nell’enciclica Sollicitudo rei socialis (n. 19).

Entrambi gli elementi della giustizia sociale nelle relazioni internazionali, mirati a garantire il fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza e al progresso, vengono accolti nell’enciclica Fratelli tutti (2020) dell’attuale Pontefice. Nell’enciclica si ribadisce che, in linea di principio, ogni debito legittimamente contratto deve essere onorato. Tuttavia, il modo di adempiere questo dovere non può portare a compromettere la sussistenza e la crescita dei Paesi poveri (n. 126). Così facendo, l’enciclica sintetizza le due interfacce del problema dell’indebitamento di tali Paesi e le pone nell’ottica di un’etica globale di solidarietà e cooperazione caratterizzata dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana (n. 127). Da un lato, parlando di debito legittimamente contratto, non si fa esclusivo riferimento alla validità formale dei prestiti, ma anche alla loro validità sostanziale in forza della quale ogni prestito deve essere concretamente utilizzato nell’interesse delle popolazioni. In questo senso, l’enciclica accoglie la cosiddetta dottrina dei debiti odiosi in base cui un debito non è legittimamente contratto quando ciò avvenga senza il consenso della popolazione, in modo contrario ai suoi interessi e con la consapevolezza dei creditori. Dall’altro lato, parlando della necessità di non compromettere la crescita e lo sviluppo dei paesi debitori, l’enciclica richiama la necessità, in caso di crisi, di procedere ad una ristrutturazione del debito. Tale ristrutturazione può consistere in un riscadenzamento, in una riduzione, o in una cancellazione.

La questione dell’aggiustamento strutturale del debito era già stato prospettato come soluzione a debiti divenuti insostenibili nelle Oeconomicae et pecuniariae quaestiones redatte nel 2018 dal Dicastero per lo sviluppo integrale (n. 32). Tuttavia, tale questione è divenuta di estrema urgenza a causa del perdurare della crisi pandemica. L’impatto della pandemia sui Paesi in via di sviluppo, ed in particolare di quelli più deboli, ha comportato un calo della crescita economica e un aumento del gravame debitorio. Papa Francesco ha fatto proprie queste problematiche. Nel suo intervento alla settantacinquesima riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (settembre 2020) ha chiesto con forza una riduzione significativa, se non una cancellazione, dei debiti che pesano sui bilanci dei Paesi più poveri.

Il punto è stato nuovamente sottolineato nel discorso ai movimenti popolari del 16 ottobre 2021. Papa Francesco pone alla base della sua richiesta una duplice giustificazione. Da un lato, la mancata destinazione delle risorse finanziarie all’effettivo soddisfacimento dei bisogni delle popolazioni dei paesi debitori. Dall’altro, l’impossibilità di coniugare il dovere di ripagare del debito e con quello di garantire servizi sociali e sviluppo alle popolazioni di questi Paesi. La richiesta del Papa ha due destinatari specifici: i gruppi finanziari, ossia banche e fondi di investimento, e le organizzazioni finanziarie internazionali, ossia Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e banche regionali per lo sviluppo. Sono esclusi da questo appello gli stati creditori, poiché i debiti bilaterali dei paesi più poveri ricevono generalmente un trattamento favorevole in seno al Club di Parigi (che riunisce i principali paesi creditori, salvo la Cina). Per ciò che concerne le organizzazioni finanziarie internazionali, l’appello del Papa stigmatizza come i debiti contratti con queste organizzazioni non siano oggetto di processi di ristrutturazione e, indirettamente, richiama la necessità di un meccanismo che vada a sostituire l’Iniziativa Hipc (che riguarda i Paesi più poveri) ormai in via di esaurimento. Per ciò che concerne i gruppi finanziari, occorre effettuare una precisazione. Le banche commerciali non finanziano più il fabbisogno generale degli stati, ma concedono prestiti a imprese pubbliche o per specifici progetti di sviluppo. Tale fabbisogno è ora soddisfatto mediante l’emissione di titoli obbligazionari. Questi titoli possono essere detenuti da diversi soggetti: semplici risparmiatori, banche, fondi speculativi, fondi di investimento, fondi pensione. È soprattutto ai grandi detentori di titoli che il Papa si rivolge. Costoro potrebbero alleggerire il gravame debitorio dei paesi poveri condonando una parte del debito o convertendola in progetti di sviluppo sostenibile. Le conversioni del debito (debt swaps) sono state ampiamente utilizzate negli anni Novanta come strumento di riduzione del debito e di sviluppo del paese debitore. Un tale percorso può essere opportunamente e proficuamente ripreso, anche nella prospettiva di uno sviluppo economico integrale e di una fratellanza universale.

*Università Cattolica del Sacro Cuore

di Mauro Megliani *