· Città del Vaticano ·

Intervista con l’arcivescovo di Seoul Petrus Chung Soon-taick

È tempo di missione

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
11 gennaio 2022

«Credo che ora sia il nostro momento di restituire il dono della fede ricevuto». Pone l’accento sull’importanza della missione Petrus Chung Soon-taick, nuovo arcivescovo di Seoul e amministratore apostolico di P’yŏngyang, nell’intervista, la prima rilasciata dal presule, concessa a «L’Osservatore Romano».

Sessanta anni, carmelitano, Chung Soon-taick si è insediato ufficialmente come 14° arcivescovo di Seoul in una solenne Eucarestia celebrata l’8 dicembre 2021 nella cattedrale di Myeongdong, alla presenza di 600 rappresentanti del clero, di religiosi, suore e laici, nonché alti funzionari governativi.

Quali sono i suoi sentimenti, all’inizio del suo ministero pastorale come arcivescovo di Seoul?

La nomina della Santa Sede è stata annunciata il 28 ottobre durante la santa messa che la diocesi dedica l’ultimo giovedì di ogni mese alle persone svantaggiate, esortando i fedeli a prestare particolare attenzione ai bisogni delle fasce più povere e vulnerabili della popolazione. Ne sono stato molto sorpreso all’udirla, e così tante altre persone. La prima cosa che mi è venuta in mente, dopo aver appreso la notizia, è che Dio è veramente «oltre». Egli agisce ben oltre i nostri pensieri umani, quindi non possiamo prevedere o stimare i suoi piani o pensieri per l’avvenire. Sono stato sopraffatto da tanti pensieri che mi frullavano per la testa, insieme alla domanda finale: «Perché io?». Sono grato a Dio, ma oggi onestamente avverto un grande senso di responsabilità. Pertanto, vorrei esprimere la mia più profonda gratitudine, apprezzamento e lode a Dio, per il percorso che mi ha posto davanti, oggi e nel futuro.

Cosa ha detto o cosa vorrebbe dire a Papa Francesco?

In primo luogo, vorrei estendere la mia sincera gratitudine a Papa Francesco per avermi nominato arcivescovo di Seoul e amministratore apostolico di P’yŏngyang, nonostante la mia mancanza di esperienza. Credo che ci sia una buona ragione per cui il Pontefice mi ha messo in questa posizione, e farò ogni sforzo per aggiungere valore alla comunità come un buon leader, fedele alla volontà di Dio. Portiamo nel cuore e abbiamo profondamente apprezzato la sua visita in Corea nel 2014, che ha portato immenso conforto e gioia a tutti. Oggi chiediamo al Papa di pregare continuamente per la Chiesa coreana e per la pace nella penisola coreana.

Quali saranno gli obiettivi principali e le sue priorità pastorali?

Cercherò di conservare l’eredità consegnatami, nella pastorale diocesana, dal mio predecessore, il cardinale Andrew Yeom Soo-jung, che ha guidato la comunità lungo un cammino di rinnovamento. Tra le priorità e gli obiettivi, posso dire che, in primo luogo, intendo aiutare a sostenere la salute e il benessere spirituale dei fedeli. In questo tempo di pandemia, più che mai ci affidiamo alla nostra fede e a un cammino di profonda spiritualità. Per questo vorrei dire che questo tempo è, per tutti noi, l’opportunità di prenderci il tempo necessario per una revisione di vita, per esaminare la nostra esperienza di «vita nello Spirito». Credo fermamente che la spiritualità debba essere il cuore della Chiesa. Attraverso un impegno personale ad approfondire la nostra relazione personale con Dio, saremo in grado di farlo anche insieme, come comunità; e così la Chiesa potrà svolgere un ruolo vitale nella società contemporanea. In secondo luogo, come ha scritto il Papa nella sua esortazione apostolica Christus vivit, vorrei accogliere e camminare con i giovani che sono i protagonisti del futuro e che vediamo oggi spesso demotivati e alle prese con tanti problemi. Terzo punto: spero di rinnovare e trasformare la diocesi di Seoul attraverso il processo sinodale in corso. Il giorno successivo alla mia nomina di arcivescovo, ho chiesto ai fedeli di essere una Chiesa che vive il Sinodo alla presenza dello Spirito Santo e cammina insieme con Lui. Nel cammino sinodale della comunità ecclesiale, la Chiesa è chiamata a essere «il sale della terra e la luce del mondo», ascoltando la voce dello Spirito Santo e condividendo il suo amore con gli altri, in comunione con Dio.

Quali sono le principali sfide che incontrerà questo servizio?

Oggi la Corea del Sud è certamente una società materialista, permeata da una cultura orientata alla prestazione e alla competizione, che soffre della mancanza di riferimenti etici e a tratti manca di rispetto per la dignità umana. La divisione, che dura da 70 anni, tra Sud e Nord Corea ha causato conflitti politici e ha trasformato i membri di un unico popolo in nemici. Anche la pandemia di covid-19 ha ulteriormente amplificato la discriminazione sociale e la disuguaglianza, mentre le attività spirituali e di evangelizzazione sono state molto ridotte, in seno alla comunità ecclesiale. Un’ultima sfida, non meno importante, è quella di riconoscere e affrontare il grave problema che moltissime diocesi del mondo hanno in comune: numerosi cattolici abbandonano la pratica religiosa, mentre i giovani lasciano la Chiesa da giovani adulti. Per questo abbiamo individuato una priorità nei giovani, destinatari di programmi speciali di evangelizzazione e pastorale giovanile, che le parrocchie e tutte le comunità religiose sono chiamate a svolgere.

Può fornirci un quadro numerico della diocesi?

Come riportano le statistiche annuali della Chiesa cattolica in Corea (anno 2020), pubblicate dalla Conferenza episcopale, su una popolazione di 9,95 milioni di abitanti, la diocesi di Seoul ha 232 parrocchie, con 1,5 milioni di cattolici, circa il 15 per cento del totale. I sacerdoti sono 945 e i seminaristi 186. Con 32 istituti religiosi attivi e presenti nel territorio, vi sono 500 membri, mentre per le religiose, in 75 congregazioni operano circa 2.100 suore. Nel 2019 abbiamo battezzato circa 17mila tra bambini e adulti. La Chiesa è fortemente impegnata in opere sociali che intendono testimoniare la fede in Cristo: gestiamo 34 asili, dodici tra scuole medie e superiori, due università. Ma il servizio si esplica anche in 5 ospedali e una clinica, in dieci centri sociali che promuovono opere di carità per gli emarginati, i poveri e gli esclusi. Vorrei aggiungere poi i cinque centri culturali e far notare l’impegno e la presenza della Chiesa nei mass media.

Come e in quali forme e azioni concrete il suo carisma carmelitano potrà permeare il suo servizio pastorale?

Un’esperienza diretta e intima con Dio è la base della spiritualità del Carmelo. Come la «Beata Vergine Maria del Monte Carmelo» spiega chiaramente, la nostra spiritualità del Carmelo è diretta a Maria e orientato a lei. Vorrei vivere e condividere con tutti i religiosi e i fedeli della diocesi la spiritualità carmelitana che unisce strettamente i membri della Famiglia carmelitana.

Lei è anche amministratore apostolico di P’yŏngyang: come sarà possibile entrare in contatto con i fratelli del Nord e lavorare per la riconciliazione?

Per raggiungere la pace, dobbiamo riflettere su noi stessi, iniziare da noi stessi e pregare per la pace. La preghiera nutre la nostra fede alla presenza di Dio; lo Spirito Santo, nostro maestro, ci guida nella preghiera. Ricordando la tragica guerra, dobbiamo sinceramente pregare per la pace nella penisola coreana, percorrendo un cammino di unità nazionale e riconciliazione. Come parte di questo sforzo, negli ultimi 26 anni, ogni martedì alle 19, nella cattedrale di Myeongdong, la diocesi di Seoul ha celebrato una speciale messa e ha recitato la Preghiera di san Francesco d’Assisi per la riconciliazione e l’unificazione del popolo coreano e per la «Chiesa del Silenzio» in Corea del Nord. Inoltre, gli ex arcivescovi di Seoul, tra i quali il cardinale Stephen Kim Sou-hwan, il cardinale Nicholas Cheong Jin-suk e il cardinale Andrew Yeom Soo-jung hanno mostrato grande interesse ed entusiasmo per programmi di assistenza umanitaria, diretti ai connazionali nordcoreani, indipendentemente dall’aspetto politico della situazione. Manterremo questo orientamento pastorale per continuare a sostenere il popolo nordcoreano, attraverso vari canali.

La Chiesa locale sarà missionaria nel territorio di Seoul? Con quali mezzi e iniziative?

Come avveniva nella Chiesa primitiva, la vera forma della Chiesa dovrebbe attirare le persone; e penso che questo sia possibile solo quando la Chiesa vive e testimonia i suoi valori e la sua visione di autentica fede in Cristo. Quando Papa Francesco ha visitato la cattedrale di Myeongdong nel 2014, ha benedetto la diocesi di Seoul invitandola a essere «il lievito del Vangelo». Penso che per noi significhi testimoniare l’amore di Dio trasformando la Chiesa stessa in una realtà colma di amore, che si espande nella società, al di là dei confini della diocesi. Vorrei ricordare il recente mandato missionario a sacerdoti che porteranno l’annuncio del Vangelo all’estero, a servizio della Chiesa universale: uno è nella diocesi di Luçon, in Francia, l'altro sarà nella diocesi di Tokyo, in Giappone. Vi sono anche i laici missionari. Il Dipartimento dei missionari d’oltremare della diocesi opera per il sostegno e la cooperazione missionaria in tutto il mondo.

In che modo la comunità di Seoul e l’intera Chiesa coreana possono essere agenti di evangelizzazione in Asia?

La diocesi di Seoul ha una sua missione nell’ambito della comunità cattolica in Asia. In effetti, essa è chiamata a svolgere un ruolo importante per la vita della Chiesa in tutto il continente asiatico e anche nella Chiesa universale, poiché la Chiesa coreana ha ricevuto grandi doni e grandi aiuti nel passato. Pertanto, credo che ora sia il nostro momento di restituire il dono della fede ricevuto. In Asia le Chiese sono spesso composte da comunità emarginate e povere, dove le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e la persecuzione continua. Per questo siamo e saremo sempre pronti e disposti a offrire assistenza spirituale e sostegno materiale necessari alle piccole comunità del nostro continente, nello spirito della fraternità evangelica e della condivisione della fede.

di Paolo Affatato