· Città del Vaticano ·

Ufficio oggetti smarriti

C’è sempre un motivo quando si sceglie un nome per le cose

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11 gennaio 2022

L

a nuova stagione dell’Ufficio oggetti smarriti parte dallo sport più amato e popolare del mondo; il calcio. Più amato e più controverso. Come di consueto ci occuperemo di un lavoro che sembra sparito dai radar, un film anomalo, amaro e molto veritiero circa i dietro le quinte del gioco del calcio: Ultimo minuto. Fra i tanti ritratti cinematografici infatti che il pallone ha ispirato Ultimo minuto (1987) è stato poco fortunato ed è oggi pressoché invisibile, il tutto nonostante abbia dietro la macchina da presa un maestro come Pupi Avati e come attore protagonista un mostro sacro del cinema italiano come Ugo Tognazzi. Il motivo di questa “sparizione” della pellicola dai palinsesti è forse da rintracciare nella sua angolazione, nel taglio di sguardo molto crudo e disincantato che Avati ha dato al film. Col calcio non si scherza in Italia e rivelarne miserie e ambiguità è sempre un pericoloso equilibrismo. Il film racconta la storia di Walter Ferroni (Ugo Tognazzi) dirigente/direttore sportivo/manager tuttofare di una squadra di calcio di serie A che si dibatte nei bassifondi della lotta salvezza. Spesso facendocela. Ferroni, che ha immolato la sua vita al club, è l’anima e il deus ex machina della società, lui capisce di calcio, di conti, di contratti e di giocatori. I suoi metodi alternano una sorta di rigore amoroso, di fedeltà bambina al gioco del calcio, con spregiudicati cinismi volti al bene della squadra e al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Un Macchiavelli applicato al pallone. Ferroni è un uomo onesto che per la squadra è pronto a tutto. Cammina su quel limite di scaltrezza e consuetudine italiana che, innegabilmente, offre i suoi frutti. La vita di Ferroni, come dicevamo, non esiste più, saltato il matrimonio, complicato (all’inverosimile) il rapporto con la figlia, il buon Walter vive in albergo mangiando bistecchine e insalata. Tutto, più o meno, funziona finché la società (proprio grazie ai buoni uffici del Ferroni) passa di mano e finisce in controllo di un imprenditore moderno e, come si diceva una volta, “tutto d’un pezzo” Renzo Di Carlo (Lino Capolicchio, vecchio scudiero attoriale di Avati). Di Carlo è uno di quelli che quando s’insediano promettono che «qua da oggi molte cose cambieranno». Idee nuove, collaboratori nuovi e un vecchio “arnese” del calcio come Ferroni da degradare senza troppe smancerie e metter all’angolo. Nuovi manager gestiranno la società, sotto lo stretto controllo del nuovo presidente, e per il vecchio Walter può esserci ancora spazio a patto che non ne reclami sul serio. Insomma «se vuoi puoi restare, qualcosa da fare te la troveremo» gli viene detto, o qualcosa del genere. Ferroni si ribellerà a quella forma di “nuovo che avanza” e alla tracotanza del modernismo applicata al gioco più vecchio del mondo e ai giochi (anch’essi più vecchi del mondo) che il calcio nasconde dietro le quinte. E se ne va sbattendo la porta. Il tutto finché, con la squadra a un passo dal disastro e la piazza infuocata contro Di Carlo stesso, il presidente decide di andare a Canossa da Ferroni e di rimetterlo nell’unica condizione con la quale sa fare miracoli: «Hai carta bianca» gli viene detto. Per amore della società Ferroni accetta ma ci sono parecchi scogli che lo separano dalla salvezza, per esempio un centravanti corrotto che per giunta insidia sua figlia e un allenatore presuntuoso e incapace. Senza svelarvi il finale ci limitiamo a segnalarvi che il film si chiama Ultimo minuto e di solito, quando si sceglie un nome per le cose, un motivo c’è. Sempre.

di Cristiano Governa