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Era arcivescovo emerito di Toledo

La morte del cardinale Francisco Álvarez Martínez

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05 gennaio 2022

Il cardinale spagnolo Francisco Álvarez Martínez, arcivescovo emerito di Toledo, è morto alle 6.45 di mercoledì 5 gennaio, in un centro ospedaliero di Madrid, dopo una lunga malattia. Nato il 14 luglio 1925 a Santa Eulalia de Ferroñes Llanera, nell’arcidiocesi di Oviedo, l’11 giugno 1950 era stato ordinato sacerdote. Nominato vescovo di Tarazona il 13 aprile 1973, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale il successivo 3 giugno. Il 20 dicembre 1976 era divenuto vescovo di Calahorra y La Calzada - Logroño e il 12 maggio 1989 vescovo di Orihuela-Alicante. Il 23 giugno 1995 era stato nominato arcivescovo di Toledo. Nel Concistoro del 21 febbraio 2001 era stato creato e pubblicato cardinale del titolo di Santa Maria Regina Pacis a Monte Verde. Il 24 ottobre 2002 aveva rinunciato al governo pastorale dell’arcidiocesi di Toledo.

A Toledo, come pastore tra il 1995 e il 2002, ha rilanciato concretamente la missione dell’evangelizzazione a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, e ha arricchito l’arcidiocesi — sede primaziale — con varie iniziative, anche di forte carattere sociale, come la fondazione di Hogar 2000, per i malati di aids, istituendo inoltre l’emittente televisiva diocesana. Ecco una sintesi del servizio svolto dal cardinale Francisco Álvarez Martínez nel ricordo dell’attuale arcivescovo di Toledo, monsignor Francisco Cerro Chaves, che ha rievocato la figura del suo predecessore in un messaggio di cordoglio.

Francisco Álvarez Martínez aveva compiuto gli studi ecclesiastici nel seminario diocesano di Oviedo, città nella quale era stato ordinato sacerdote nel 1950. Dal 1955 al 1958 aveva studiato Diritto canonico all’Università pontificia di Salamanca, conseguendo la laurea, e dal 1960 al 1962 all’Università pontificia Comillas a Madrid, ottenendo il dottorato.

L’11 febbraio 1958 era stato nominato canonico della cattedrale metropolitana di Oviedo: durante l’episcopato di monsignor Lauzurica y Torralba, dal 1950 al 1957, ne era stato segretario particolare. Incarico che aveva coniugato con il ministero sacerdotale nel quartiere della Corredoria. Era stato cancelliere-segretario dell’arcivescovado di Oviedo dal 1958 al 1962, ruolo nuovamente svolto dal 1965 al 1969. E nel 1969 era stato nominato cancelliere-segretario e vicario episcopale - segretario del gruppo di vicari. Accanto a questi ministeri, si era occupato della cappellania della residenza universitaria dell’Istituto teresiano di Oviedo dal 1960 al 1973.

Nominato vescovo di Tarazona da Paolo vi nel 1973, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale dall’arcivescovo Luigi Dadaglio, nunzio apostolico in Spagna. Conconsacranti erano stati i monsignori Cantero Cuadrado, arcivescovo di Zaragoza, e Méndez Asensio, arcivescovo di Pamplona. Obedentia et pax il suo motto episcopale.

Nel dicembre 1976 era stato nominato vescovo della diocesi di Calahorra y La Calzada - Logroño, prendendone possesso il 16 gennaio 1977. E nel maggio 1989 era stato trasferito alla diocesi di Orihuela-Alicante, della quale aveva preso possesso il 17 giugno successivo.

Nominato alla sede primaziale di Toledo nel giugno 1995, ne aveva preso possesso il 24 settembre. Quindi, nel 2002, aveva rinunciato al governo pastorale dell’arcidiocesi di Toledo.

Nell’ambito dell’episcopato spagnolo aveva svolto molteplici incarichi. Era stato membro della commissione permanente e del comitato esecutivo della Conferenza episcopale dal 1993 al 1999. In precedenza, dal 1984 al 1993, era stato presidente della commissione mista di vescovi e superiori maggiori di religiosi e istituti secolari. Nel 1994, su indicazione della Conferenza episcopale, aveva partecipato al Sinodo dei vescovi su «La vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo». Nel suo intervento ai lavori dell’assemblea aveva chiesto di puntare «più ardentemente su una chiamata alla santità della vita consacrata».

Nella Curia romana aveva fatto parte della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, del Pontificio Consiglio per i laici e del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Nell’ottobre 1999, su designazione del Papa, aveva partecipato alla seconda assemblea speciale per l’Europa del Sinodo dei vescovi, denunciando nel suo intervento le «sfide legate alla diffusione di una vaga religiosità e di un ateismo pratico. Questa scristianizzazione — aveva affermato — indebolisce la vita e la capacità evangelizzatrice della Chiesa, dove è allarmante la diminuzione di vocazioni sacerdotali, di vita consacrata e di militanza secolari». La risposta delle diocesi, per lui, avrebbe avuto necessità di concentrarsi in una proposta di spiritualità «contro il consumismo materialista», articolandosi in alcuni aspetti: «corresponsabilità di fronte all’individualismo, vita familiare, atteggiamento missionario ed ecumenico», rielaborando «un’ecclesiologia di comunione fra episcopato, vita consacrata e laici, carismi e ministeri».

Aveva vissuto con particolare intensità spirituale l’Anno santo del 2000, rilanciando la missione di evangelizzazione nell’arcidiocesi. E puntando l’attenzione su «Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa e sorgente di speranza», come aveva scritto su «L’Osservatore Romano» il 22 gennaio 2000. «I cristiani — aveva sottolineato — non si devono lasciar più dominare dalla persistente cultura europea della separazione tra valori dello spirito e progresso materiale, il che distorce la visione trascendente dell’uomo dei nostri popoli, con la pretesa di voler ascrivere l’influenza dei cristiani alla sfera meramente privata e individuale». E aveva indicato le famiglie e le parrocchie, «le piccole comunità apostoliche», come «i luoghi di risposta alla frammentazione individualista».

Il 16 dicembre 2000 aveva celebrato la messa in rito ispano-mozarabico — particolarmente curato a Toledo — all’altare della Cattedra nella basilica di San Pietro, nell’ambito delle celebrazioni giubilari. E la sera prima, nel corso della preghiera dell’Anno santo in piazza San Pietro, aveva riaffermato che l’«evangelizzazione deve essere fonte di trasformazione per la società: il Vangelo è forza rigeneratrice di nuova cultura quando penetra fino alle radici».

La famiglia aveva, per lui, un ruolo decisivo: lo aveva ripetuto anche negli incontri tra i cardinali alla vigilia del Conclave del 18 e 19 aprile 2005 — aveva ricevuto la porpora nel Concistoro del febbraio 2001 —, al quale aveva preso parte proprio tre mesi prima del compimento degli ottant’anni.