· Città del Vaticano ·

Nella relazione con l’amico le radici della fede

Via verso la libertà

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04 gennaio 2022

«Un amico che viene da lontano: non è questa una grande gioia?» Con questo detto di Confucio venivo spesso salutato nei viaggi in Cina da amici e persone che mi accoglievano. Un detto ben noto, che ci dice due cose sull’amicizia: essa riduce le distanze e dà gioia (ci torneremo dopo). Come ci ricorda acutamente Richard Bach in Nessun luogo è lontano: «Può forse una distanza materiale separarci davvero dagli amici? Se desideri essere accanto a qualcuno che ami, non ci sei forse già?»

Quanto spesso abbiamo sperimentato che persone fisicamente vicine sono lontane da noi e viviamo invece della prossimità di amici lontani? Io l’ho sperimentato, e spesso. Qualche volte l’amicizia viene intesa come una forma minore di relazione affettiva. «Non siamo fidanzati, siamo solo amici». Oppure: «Siamo più che semplici amici». Ma questa declassificazione dell’amicizia è ingiusta e irrealistica. Le amicizie si nutrono di amore, di sentimento, di affetto e generano un legame che ha caratteristiche proprie e specialissime. È diverso dall’amore coniugale, ma non meno prezioso, non di valore minore. Le migliori storie d’amicizia possono essere più durature, e persino più gratificanti e felicitanti delle storie d’amore, che qualche volta finiscono persino male.

Il linguaggio dell’amore romantico e coniugale e dell’amore dell’amicizia si possono assomigliare, perché il cuore che ama è sempre lo stesso. A questo proposito propongo alcune storie, che sono come luci.

Francesco di Assisi e Jacopa de’ Settesoli, nobildonna romana, vedova e madre, che accoglieva Francesco nella sua casa a Roma, erano veri amici. Lei confezionava le pezze di stoffa per riparare le ferite da stigmate di Francesco, gli portò il dolce preferito al momento della sua morte. Solo ad una donna può venire in mente una gentilezza così per un amico al momento del transito. E fu ammessa, unica donna, alla presenza di Francesco che moriva, nudo, circondato dai suoi amici. E fu così importante questa amicizia, che lei fu sepolta ad Assisi vicino a Francesco.

Francesco di Sales e Giovanna Francesca de Chantal, anche lei sposata con numerosi figli, si scambiavano lettere che oggi diremo d’amore. Ma non sono due sposi, sono due santi canonizzati che hanno vissuto quello che oggi chiameremo un’amicizia spirituale. Scrive il vescovo Francesco a Giovanna Francesca: «Amo più teneramente che mai ciò che amo, in primo luogo la vostra anima. Io so che la mia anima è in voi e la vostra è in me… Sono tanto vostro quanto potete desiderare. Il mio desiderio di amarvi e di essere amato da voi non ha una misura che sia minore dell’eternità».

Siamo nel periodo barocco, dove tutto è esaltato, anche i sentimenti e i sensi. Nondimeno la corrispondenza tra i due è spiazzante. Il cuore di Francesco di Sales è conservato a Treviso, mia città natale.

Etty Hillesum è una giovane donna che ha amato moltissimo, e con tutta sé stessa. All’amico Osias Kormann deluso perché Etty non le scriveva abbastanza, scrive cose molte belle sull’intesa che esiste, anche senza parole, tra amici distanti: «Osias, con te è un’altra cosa: tu esisti nella mia vita e sarebbe inconcepibile il contrario, io discorro spesso con te, ma non sento mai la necessità di fissare questi discorsi su carta, penso sempre che te ne accorga anche senza le mie lettere».

Torniamo a Confucio, il grande padre della civiltà cinese, da cui siamo partiti. Il pensiero confuciano tradizionale conosce cinque relazioni sociali: imperatore e suddito; padre e figlio; fratello maggiore e fratello minore; marito e moglie; ed infine quella tra amici.

Molto ci sarebbe da recriminare sul paternalismo e maschilismo di questa impostazione. Le prime quattro relazioni sono obbligatorie, ovvero decise dalla condizione sociale e familiare. Anche il matrimonio nella Cina confuciana era deciso dai genitori degli sposi fin da quando questi erano bambini. E ancora oggi, purtroppo, il matrimonio di molte ragazze in tante parti del mondo — persino in Italia — non è affatto una scelta libera.

Solo la quinta relazione, l’ultima, quella tra amici, si basa sulla scelta elettiva, sulla libertà. Uno si può scegliere almeno gli amici! Dunque l’ultima relazione, l’amicizia, è la prima, la più importante, in quanto a significato esistenziale. È l’unica in cui si è liberi, cui si è veramente sé stessi.

L’enorme significato dell’amicizia fu compreso da Matteo Ricci, il grande missionario umanista che portò il vangelo nella Cina dei Ming. È il gesuita euclideo vestito come un bonzo (nella realtà come un confuciano) alla corte dei Ming della nota canzone di Franco Battiato. Nel 1595, dopo 12 anni di tentativi e di fallimenti, che lo portarono in uno stato di malinconia, Ricci reagì pubblicando il suo primo libro in Cina. Il titolo dice tutto: L’amicizia. Fu il manifesto del suo programma missionario.

E fu proprio l’amicizia a permettere a Ricci di costruire una rete che gli permise di realizzare i suoi progetti, i suoi sogni e le sue immaginazioni. L’amicizia con uomini di grande valore e la fiducia nella luce della ragione diedero a Ricci gli strumenti per realizzare quello che non pochi considerano un altissimo e straordinario contatto culturale. L’incontro, pacifico e nel nome dell’amicizia, tra l’umanesimo europeo e l’impero confuciano dei Ming, due tra le più alte civiltà della storia dell’umanità. Mi sembra una realizzazione storica di quanto scrive Paolo di Tarso: l’opera di Gesù, nostra pace, è abbattere il muro di inimicizia che separa i popoli.

Matteo Ricci scrive nel suo libro: «Se non ci fosse amicizia, nel mondo non ci sarebbe nemmeno la gioia». L’amicizia di Matteo Ricci non è solo un manifesto programmatico, ma vita vissuta. È l’inizio di quella gioia di cui parlò Confucio. Ricci è l’amico che viene da lontano percorrendo i 10.000 li che separano, retoricamente, il Grande Occidente dal Paese di Mezzo. Ricci sovvertì dalle fondamenta lo stile missionario aggressivo del tempo. Sceglie l’amicizia, e perciò la libertà e la gioia, e ne fa l’asse portante della sua missione.

Poche settimane fa, visitando San Giovanni in Fiore, ho preso visione di una citazione dal libro della Concordia del grande mistico calabrese Gioacchino da Fiore. Fu il primo a leggere lo svolgimento della Santa Trinità come narrazione della storia del mondo. I tre stati, che corrispondono all’età del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, illustrano la relazione di Dio con l’umanità.

Tre sono gli stati del mondo: il primo è trascorso nella schiavitù, il secondo è caratterizzato da una servitù filiale, il terzo si svolgerà all’insegna della libertà. Il primo è segnato dal timore, il secondo dalla fede, il terzo dall’amore. Il primo è il tempo dei vecchi, il secondo dei giovani, il terzo dei fanciulli. Il primo periodo è quello degli schiavi, il secondo è quello dei figli, il terzo è quello degli amici.


Nell’età dello Spirito, secondo Gioacchino, non saremo né servi né figli, ma amici di Dio. Alla pari di lui, verrebbe da dire. Gioacchino da Fiore sembra riecheggiare le parole di Gesù stesso: «Non vi chiamo più servi, ma amici». E ancora dice Gesù: «Non c’è amore più grande di colui che dona la propria vita ai suoi amici. Voi siete miei amici».


Gesù aveva degli amici, donne e uomini. E sono tanti. Maria e Marta di Betania, Maria Maddalena, su cui torneremo. E poi ancora Lazzaro, il misterioso discepolo che Gesù amava, Giovanni il Battezzatore.


C’è un passaggio nel Vangelo di Giovanni in cui amicizia e gioia sono in suggestiva relazione proprio a riguardo al rapporto tra Giovanni il Battezzatore e Gesù. I due non potevano essere più diversi. Giovanni si rifugia nel deserto, digiuna, predica la penitenza e il castigo di Dio. Gesù attraversa città e villaggi, mangia e beve con la gente. Viene definito «mangione e beone, amico dei pubblicani e delle prostitute». Non esattamente un complimento. Così era considerato Gesù. E la sua famiglia diceva di lui «è fuori di sé». Che, paradossalmente, è una bellissima descrizione di Gesù e una significativa definizione cristologica. 
Giovanni il Battezzatore è contrariato e turbato: «Ma sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?». 



Giovanni capisce tutto quando si immagina non più come rivale ma finalmente come amico di Gesù. Il suo compito è quello di essere amico dello sposo. Lo sposo è Gesù, Giovanni è l’amico: «Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire». Immaginiamo questa scena da matrimonio. L’amico accompagna lo sposo finché lo sposo incontra la sposa salutandola. E dopo che si è udita la voce dello sposo, rivolta alla sposa, l’amico si fa da parte. La gioia dello sposo è la sposa. La gioia dell’amico è consegnare lo sposo alla sposa. L’amico dello sposo non può essere geloso: la sua gioia è lasciare che il suo amico vada: c’è la sposa, lui non può più trattenersi, è ora di farsi da parte. «Ora la mia gioia è compiuta, lui deve crescere, ed io invece diminuire» dice Giovanni.



Ecco come funziona l’amicizia: genera libertà, non trattiene, lascia andare, e proprio da questo nasce la gioia. Un amico non è geloso dei successi e degli affetti dell’amico, anzi lo accompagna fino a che può, e poi lo lascia andare.



Questa dinamica è ancora più chiara nell’episodio che meglio illustra l’amicizia tra Gesù e Maria Maddalena, con cui concludo questa comunicazione. Da qualche tempo rifletto sull’amicizia tra Gesù e Maria Maddalena come l’inizio del movimento cristiano. Per questo abbiamo organizzato un convegno per l’1 e il 2 ottobre a Monza e Milano. Maddalena non fu una prostituta o una peccatrice. Fu una donna davvero speciale: l’unica donna nei Vangeli che non è definita rispetto ad un uomo. È una donna libera, forte, indipendente, che sta in piedi da sola, come una torre. Questo vuol dire Maddalena. Forte come una torre.



Maddalena è l’unica persona nominata da tutti quattro gli evangelisti presente presso la tomba vuota e al momento dell’annuncio della Risurrezione. Fu la prima ad incontrare Gesù risorto e la prima a cui lo stesso Gesù diede una missione da compiere: va’ ad annunciare! 
Secondo la narrazione di Giovanni, dopo la visita al sepolcro vuoto, Pietro e il discepolo amato tornano sui propri passi. Tornano a casa, come se niente fosse accaduto! Maria invece no. Lei sta sul pezzo, non se ne va senza aver saputo dov’è finito l’amico. L’amicizia di Maria per Gesù è caparbia e non si rassegna alla sua scomparsa. E così incontra, senza inizialmente riconoscerlo, Gesù. «Perché piangi?».

Il pianto di Maria viene ricordato dall’evangelista ben quattro volte in poche righe. La precisione e l’enfasi con cui Giovanni descrive le lacrime e l’emotività di Maddalena danno l’idea della carica emozionale del momento e del sentimento che lei prova per Gesù. Un sentimento di grande emotività, di affetto, ovvero di profonda amicizia. Il rapporto tra Gesù e la Maddalena è un rapporto di discepolato: Gesù è maestro, Maria discepola. Ma è anche la storia di due persone che si vogliono bene, di due amici. Lo si apprende dal dialogo che ne segue. È brevissimo, ma dalla fortissima caratura emotiva ed affettiva. «“Donna, perché piangi? Chi cerchi?” Pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!” Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!” che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere… ma va’ dai miei fratelli”».


Maddalena non riconosce Gesù con gli occhi. Da donna che ama, è colpita dalla voce o, meglio ancora, dall’essere chiamata per nome da Gesù. Essere chiamata per nome, perché per Gesù lei è speciale e unica.


Io non ho fidanzate o moglie, so comunque per esperienza che una donna non sopporta di essere chiamata con il nome sbagliato, o peggio con il nome di un’altra. E, se non erro, mi pare che spesso gli uomini si lasciano dominare da ciò che vedono, mentre le donne ascoltano. Maria ascolta quell’uomo che non riconosce con gli occhi. È chiamata per nome, in un modo, la situazione lascia intendere, inconfondibile. Dare il nome — secondo la Bibbia — significa dare la vita e dare una missione. Maria allora riconosce l’amico Gesù che la fa risorgere, come lui è risorto. La vita ha un inizio nuovo, perché chiamata per nome. E smette di piangere. Chiamare per nome è curare: una buona norma anche per i medici.


Gesù aveva già liberato Maddalena da una profonda prostrazione emotiva e affettiva. Così si possono spiegare i “sette demoni” da cui Maria fu liberata secondo il racconto di Luca (e nella tardiva conclusione di Marco). Sette è, come ben risaputo, un numero simbolico che indica qualcosa di “molto grave”. Nel Vangelo e nella cultura tradizionale menzionare la presenza di un “demonio” non vuol dire essere peccatori o indemoniati, ma piuttosto vittime di una grave malattia o di una profonda prostrazione, quasi sempre di natura psichica o emotiva.


Si può dunque legittimamente immaginare che quando incontrò Gesù per la prima volta, Maria era prostrata per una grave malattia, un lutto o una tragedia. Forse, visto che non è mai associata ad un uomo, aveva perso il giovane fidanzato o marito. Ed era inconsolabile. E Gesù si è preso cura di lei, liberandola “dai suoi demoni”, come diciamo anche oggi. I pianti di Maria al sepolcro indicano una persona emotiva, malinconica e sensibile agli affetti. Piange intensamente perché teme di perdere ancora una volta una persona carissima. Ovvero Gesù.


Maria ritrova l’amico, e con l’amico la gioia. E smette di piangere. Succede qualcosa di nuovo e grande: «Ho visto il Signore!». Da quel momento Maria è diventata una persona nuova e una missionaria entusiasta, anzi la prima missionaria, l’Apostola degli apostoli, come ci hanno tramesso i cristiani d’Oriente.


L’amicizia tra Maria e Gesù non può essere chiusa, ma deve essere liberante, missionaria. Le vecchie traduzioni bibliche mettono qui il noli me tangere, non mi toccare. Fu interpretato come il rifiuto di Gesù di essere toccato da una donna, quasi fosse sessuofobo. Gesù dice invece: «Non mi trattenere, ma va’…». L’amicizia tra Maria e Gesù che non ha più bisogno di trattenimenti.


I legami migliori sono quelli senza l’ossessione del trattenimento per sé, del possesso e del controllo sull’altro. Quando nell’amicizia e nelle storie d’amore ci si chiude, si perde la libertà, ci si intristisce, allora quell’amicizia, quell’amore sono morti. Gesù libera Maria per una seconda volta, questa volta da sé stesso, e la invita a partire. «Non mi trattenere», non tenermi per te; non ti tengo per me. Hai una missione: va’ ad annunciare. Maria dà una direzione nuova alle sue lacrime e alla sua tristezza. Diventa una donna con una missione. Annunciare la gioia che Gesù, il suo amico amato, è vivo. Il cristianesimo inizia così. Da una storia d’amicizia.

di Gianni Criveller