· Città del Vaticano ·

L’analisi

La fede ai piedi
delle donne

 La fede ai piedi delle donne   DCM-003
05 marzo 2022

 Da sempre raggiungono luoghi di culto per voto


Nella società post-moderna e globalizzata si può parlare di una specificità femminile del pellegrinaggio e si possono individuare modalità diverse di compierlo da parte delle donne. Sfatiamo un pregiudizio: le donne hanno sempre viaggiato per fede. Non solo le matrone romane e le aristocratiche medievali verso la Terra Santa (articolo pag. 12, ndr). Alcuni cronisti raccontano l’affluenza numerosa di donne durante i pellegrinaggi giubilari. Già nel primo Giubileo del 1300, lo storico del tempo Giovanni Villani segnala la presenza di donne. Sposate, vedove, incinte o con bambini piccoli si recavano a Roma da sole. Sebbene sia difficile stabilirlo, si stima che il loro numero fosse circa un terzo di quello degli uomini ma c’è chi ritiene che la percentuale si attesti intorno al 50 per cento. L’iconografia dell’epoca le rappresenta con il bastone, il cappello, con bambini accanto o insieme alla famiglia.

Del periodo medievale abbiamo testimonianza (registrata nel Libro delle Elemosine del Comune di Pistoia) che, tra il 1350 e il 1450, un gruppo di sei donne partirono in pellegrinaggio dalla Sicilia, passando per Roma, percorrendo poi la Via Francigena, per continuare attraverso la via Tolosana e giungere a Santiago di Compostela.

Fatto salvo il periodo di pandemia, le ricerche dei sociologi della religione, dagli anni Novanta ad oggi, evidenziano che il fenomeno del pellegrinaggio è in crescita in tutto il mondo, interessa tutte le religioni e la presenza femminile è sempre molto significativa. Un’ampia partecipazione di donne si riscontra nel pellegrinaggio alla Virgen del Rocìo in Andalusia, in Spagna, che si celebra a giugno, quasi sempre la domenica successiva alla festa del Corpus Domini, e si prolunga per giorni: le donne indossano bellissimi abiti tipici, adornate con ricchi gioielli. Così a Lourdes, dove l’alta affluenza femminile era già emersa nel 1995 nella storica inchiesta Religiosità in Italia, promossa dall’Università Cattolica di Milano e coordinata da Vincenzo Cesareo. Quella ricerca evidenziava anche che il pellegrinaggio era un fatto intergenerazionale (adulte/ragazze in cammino insieme) e che dei tre comportamenti che lo definiscono (il “cammino”, “fare un voto” per chiedere/esaudire una grazia, arrivare alla “meta”), “fare voti” interessi più le donne degli uomini.

Quella dei pellegrinaggi mariani è una tipologia particolare. Le donne compiono questo rito per ore/giorni per ringraziare Maria per una grazia ricevuta, perché ha esaudito un desiderio che, se pure appartiene all’intera famiglia, è espresso con efficacia e in forma esplicita dalle donne.

Anche se non si può definire il pellegrinaggio notturno al Santuario della Madonna del Divino Amore di Roma, esclusivamente un pellegrinaggio femminile, nel corso di una mia ricerca (Sfondare la notte), molti elementi hanno portato ad affermare l’importanza di un coinvolgimento e di una “relazione orizzontale” che lega in particolare le donne che compiono il viaggio a piedi e di una “relazione verticale” delle donne con la Madonna, che è stata una donna, anzi la donna per eccellenza.

L’età delle donne-pellegrine non è omogenea; prevale quella adulta, ma sono presenti anche molte ragazze; per lo più studentesse, alcune insieme con la famiglia, altre con i fidanzati. Ci sono anche molte suore, di differenti ordini religiosi. Le donne. anche appartenenti a differenti culture ed etnie, camminano insieme, una accanto all’altra.

Si attribuisce così all’esperienza un significato corale. Nei pellegrinaggi con grandi numeri, le donne in realtà “camminano” a piccoli gruppi, tre-quattro donne-mamme-amiche, che condividono esperienze nella loro quotidianità e che, in questa circostanza, sono accomunate dalla preghiera per qualche necessità o motivo particolare; nelle loro “storie di vita” è frequente il racconto di “miracoli” che hanno coinvolto i loro figli e nipoti. Per molte donne, che conducono una vita frettolosa e frenetica, il “cammino lento” verso la meta diventa occasione per meditare, ricaricarsi e riprendere con maggiore consapevolezza la vita di tutti i giorni. Il pellegrinaggio diventa un’esperienza fatta per “ritrovare se stesse”, anche quando non c’è un’esplicita motivazione religiosa o spirituale. Anzi, spesso i motivi di questi viaggi non sono di tipo religioso in senso stretto, non sempre si è credenti e praticanti ma, a conclusione del pellegrinaggio, le donne raccontano di avere vissuto un’esperienza religiosa. Il pellegrinaggio ha un suo linguaggio simbolico che si esprime in una gestualità e in una ritualità antica. Il pellegrino ha bisogno della concretezza e della corporeità: toccare, baciare l’immagine, camminare a piedi nudi, esporre il corpo, stancarsi fisicamente, sono gesti che esprimono e parlano del rapporto intenso del devoto con il suo Crocifisso, la sua Madonna, il suo santo, la sua santa. Si tratta di un “fatto sociale totale”, come lo chiama l’antropologo, e storico delle religioni francese Marcel Mauss, che coinvolge tutte le dimensioni della persona: fisiche, psichiche e conoscitive. Questi aspetti di religiosità corporea sono evidenti anche nella Sicilia centrale, nel pellegrinaggio al santuario di “u Signuri di Bilìci” dove si venera un antico crocifisso. Il 90 per cento dei pellegrini, a piedi scalzi, entra nel santuario per “toccare” con le mani o con un fazzoletto e baciare i piedi del Crocifisso, le ferite sanguinanti e questo costituisce per le donne l’esperienza più coinvolgente.

La valorizzazione della soggettività che caratterizza la donna della post-modernità, esige che ella possa gestire in termini soggettivi anche i momenti della propria esperienza religiosa; ecco perciò che il pellegrinaggio, vissuto e compiuto secondo i propri tempi e spazi, senza costrizione alcuna, senza impegni e legami con l’istituzione religiosa, può rappresentare una modalità più adeguata alla sensibilità soggettiva per esprimere il proprio legame con l’Assoluto. Senza presunzione, mi sembra di poter dire che il modello di religiosità del pellegrinaggio femminile può proporsi come forma di una religiosità tout-court.

di Carmelina Chiara Canta
Docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Roma Tre