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La Storia

Egeria e le altre
pellegrine di Terrasanta

 Egeria e le altre pellegrine di  Terrasanta   DCM-003
05 marzo 2022

Viaggi di mesi, spesso di anni, fino a cambiar vita a Gerusalemme


Eppur si viaggia, verrebbe da dire guardando al fenomeno dei pellegrinaggi cristiani, che in Terrasanta si sviluppa a partire dall’età di Costantino. Si parte per devozione, e non ci si scoraggia nonostante le innumerevoli difficoltà che s’incontrano lungo la strada: banditi, pirati, ostacoli d’ordine meteorologico, fame, sete e freddo. Sono impedimenti che metterebbero a dura prova la volontà di chiunque, specie di chi, come le donne pellegrine, non sembrerebbe dotato dei mezzi fisici necessari. La storia documenta, tuttavia, centinaia di casi di donne che, spinte dall’amore per Cristo, viaggiano per mesi, spesso per anni, fino a cambiare vita a Gerusalemme.

È il caso di Maria Egiziaca, prostituta redenta dal pellegrinaggio in Terrasanta, la cui agiografia è tramandata, nella versione più antica, dal patriarca Sofronio (550-639). La pellegrina, bloccata da una forza misteriosa mentre è in procinto di entrare al Santo Sepolcro, si rivolge alla Vergine, che le indica il punto del Battesimo nel Giordano. Maria Egiziaca attraversa il fiume e inizia, sulla riva opposta, la sua nuova vita eremitica e ascetica. Il pellegrinaggio è un rito di passaggio, purifica e rigenera.

Nel Tardo Antico le donne dell’alta società figurano tra i protagonisti del fenomeno nel momento del suo primo grande sviluppo. Egeria, autrice di un Itinerarium in cui racconta il suo viaggio nei luoghi santi della cristianità, che scrive e si rivolge alle dominae sorores, appartiene a una classe sociale di alto rango comprovata da vari dati: la deferenza con cui è ricevuta dalle massime autorità religiose; la scorta di soldati e ufficiali imperiali che l’accompagna in alcuni tratti del suo percorso; la durata e i costi del viaggio; l’utilizzo di carri ben attrezzati e di cavalcature; il possesso di un diploma (una sorta di passaporto ante litteram) che le permette di muoversi lungo il cursus publicus. Egeria parte dalla Galizia per un pellegrinaggio che dal Mar Rosso e dall’Arabia la conduce fino ad Antiochia e a Costantinopoli, dopo che era transitata, ovviamente, dalla Palestina. A Gerusalemme la pellegrina descrive con dovizia di particolari le basiliche costantiniane e le liturgie dei Luoghi Santi, trasmettendone l’atmosfera coinvolgente in occasione delle festività. La fortuna dell’Itinerarium Egeriae costituisce un caso eccezionale nella storiografia sul pellegrinaggio. Il suo diario fu scoperto “appena” un secolo e mezzo fa nella biblioteca della Fraternita di Santa Maria della Misericordia di Arezzo. A un solo decennio dal ritrovamento del codice esistevano già cinque edizioni e quattro traduzioni integrali: russo (1890), italiano (1890), inglese (1891), danese (1896), cui seguirono, negli anni seguenti, quelle in greco, tedesco, spagnolo, francese, polacco, portoghese, romeno, catalano ed ebraico. Ma Egeria non è né l’unica, né la prima pellegrina di Gerusalemme.

È l’imperatrice Elena, madre di Costantino, ad avviare il pellegrinaggio in Terrasanta nel 326. Concluso il Concilio di Nicea, sant’Elena visita Betlemme e Gerusalemme dove, accompagnata dal vescovo Macario, riscopre i luoghi della Passione e – così raccontano Ambrogio e Paolino da Nola – la Vera Croce. Eusebio di Cesarea, che enfatizza il ruolo di Costantino, rileva la convergenza tra i desideri della madre e l’operatività del figlio, il quale avvia la costruzione dell’allora tripartito Santo Sepolcro: basilica a cinque navate, triportico con atrio, rotonda dell’Anastasis.

Di famiglia imperiale sono anche le pellegrine Elia Eudocia Atenaide, moglie di Teodosio II; Eudossia, figlia degli stessi Elia Eudocia e Teodosio, che sposerà Valentiniano III; Licinia Eudocia, figlia di Eudossia e Valentiniano; Anicia Giuliana– la committente per antonomasia –, figlia di Placidia la Giovane e Flavio Anicio Olibrio.

Un alone di santità circonda, in particolare, Eudocia. Vi contribuisce il recupero delle reliquie del protomartire Stefano e delle catene di san Pietro, oltre all’intensa attività edilizia. Dopo il matrimonio della figlia Eudossia, celebrato a Costantinopoli il 28 ottobre 437, Eudocia decide di sciogliere un voto: parte in pellegrinaggio attorno al 438-439; si reca una seconda volta in Palestina nel 443 e vi rimane fino alla morte. Lì fonda due monasteri, tre oratori e un convento con annesso ospizio. Finanzia la costruzione della chiesa del Pretorio o Santa Sofia, di San Pietro al palazzo di Caifa, di San Giovanni Battista a sud del Santo Sepolcro e della basilica di Santo Stefano in cui sarà sepolta nel 460.

Poi c’è la cerchia di matrone di san Gerolamo. Durante gli anni romani, l’allora segretario di papa Damaso – siamo nel iv secolo - si riunisce sull’Aventino con un gruppo di clarissimae, donne di rango elevato, cui inculca l’ideale del distacco dal mondo. Una lettera del suo epistolario è indirizzata alla giovane Eustochio dopo la morte di sua madre, santa Paola. Gerolamo rievoca il pellegrinaggio di Paola che giunge al porto di Ostia accompagnata da parenti, amici e servitori. La separazione dagli affetti rende drammatico l’imbarco. La donna cerca di dissimulare l’emozione. D’altronde, la fede che la spinge a partire è più forte di tutto. Paola visita la Palestina e i monasteri dell’Egitto, fonda un ospedale a Betlemme. Nella lettera a santa Marcella, Paola e Eustochio esortano la destinataria a raggiungerle. Nel farlo, madre e figlia contrappongono la ricchezza e la grandezza di Roma alla parvula Bethleem: la nobile Paola aveva vestito abiti di seta, era stata servita dagli schiavi, ora si edifica attraverso le difficoltà del pellegrinaggio e il rigore della vita monastica.

Si colloca alla metà del iv secolo il pellegrinaggio di santa Melania Seniore. Melania si trova in Palestina quando, ricevuta la notizia del matrimonio di sua nipote, decide di tornare a Roma. Ma passa poco che, vendute tutte le proprietà, se ne rivà a Gerusalemme, dove fonda un monastero. Anche santa Melania Iuniore e Piniano conducono una vita di fede opposta al modello mondano di Roma. Coniugi aristocratici cristiani, giunsero dall’Italia nel 410-411 a Tagaste, la città della Numidia, poi, presi dal richiamo di Gerusalemme, lasciano tutto per la Terra Santa.

Le molte pellegrine che giungono in Terra Santa durante il Basso Impero sembrano dileguarsi alla fine del v secolo. Ugeburga, non una pellegrina, ma la monaca parente del vescovo tedesco san Willibaldo che ne riporta il resoconto di viaggio nell’ viii secolo, sembrerebbe l’unica presenza femminile nella storia del pellegrinaggio gerosolimitano durante l’Alto Medioevo.

Dopo l’Anno Mille il quadro d’insieme cambia radicalmente. Anziché scoraggiare il pellegrinaggio, la distruzione del Santo Sepolcro ad opera del califfo fatimide al-Hakim (1009) provoca uno sviluppo del fenomeno, sul medio periodo, connesso anche al nuovo assetto geopolitico della penisola Balcanica che favorisce il percorso terrestre e ad un anelito escatologico sempre intenso tra 1033 e 1099, anno della presa crociata della Città Santa. Non si viaggia più soli o in piccole compagnie bensì in grandi gruppi di pellegrini che in alcuni casi comprendono qualche migliaio di fedeli. Tra questi sono documentate molte donne. Anzi, c’è ragione di pensare che molte ve ne siano, innominate, tra i componenti di quelle moltitudini di cui parla Rodolfo il Glabro, il monaco che fu uno dei maggiori cronisti d'età medievale. Laici e chierici, ricchi e senzaveri, cavalieri ed eremiti partono pellegrini in Oriente. Oppure agguantano una forma surrogata di viaggio sacro, più accessibile e, ai loro occhi, comunque meritoria, andando a visitare le tante Gerusalemme che si costituiscono in Europa.

Molte pellegrine partivano per l’ultimo pellegrinaggio. Alla vigilia della Crociata, Ildegarda d’Angiò, andò a morire a Gerusalemme secundum desiderium cordis sui e chiede di essere sepolta nei pressi della tomba del Salvatore.

Quello delle pellegrine è un tema senza tempo. Nel Tardo Medioevo emergono i casi-exempla di Brigida di Svezia e Margery Kempe, entrambe spose e madri che, nella seconda parte della loro vita, scelgono di partire in pellegrinaggio. Santa Brigida, figlia di pellegrini, appartiene a una famiglia dell’alta aristocrazia e può permettersi un seguito di protezione. Dopo la morte del marito – con il quale era già stata a Compostela – decide di recarsi a Roma e a Gerusalemme. La Kempe vive un’esperienza più difficile. Dopo una visione, parte sola, e senza mezzi, per le tre peregrinationes maiores, e redige un diario di viaggio noto come Libro di Margery Kempe.

Da ultimo: anche se non se ne individua una specificità, nella storia del pellegrinaggio la presenza femminile sconfessa comunque la convenzionale immagine di “Medioevo maschio”.

di Giusepppe Perta
Docente di Storia medievale, Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa