· Città del Vaticano ·

Lettere dal Direttore

Tra i detriti del cielo, della terra e soprattutto del cuore

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29 dicembre 2021

È notizia sempre più frequente: test spaziali, per lo più militari, che provocano incidenti tra i tanti satelliti che orbitano intorno alla Terra, incidenti che a loro volta innescano piogge di detriti pericolose per noi “terrestri” ma anche e soprattutto per gli equipaggi delle stazioni spaziali sparse nel “nostro” (di chi?) cielo.

Alcuni commenti possono scaturire subito e facilmente: è ancora necessaria, se mai lo fosse stata in passato, questa spesa (e a quanto ammonta?) per test missilistici e quindi per gli armamenti? O anche: detriti nello spazio, come a dire che oltre all’inquinamento terrestre ora assistiamo a un salto di livello e stiamo già passando a quello celeste.

Ma questo episodio dice anche qualcos’altro, che può essere espresso facendo ricorso a un bel film del 2013, Gravity di Alfonso Cuaron, a questo punto “profetico”. Il punto di partenza è infatti il medesimo: due astronauti dovranno tornare urgentemente e drammaticamente sulla terra cercando di evitare un’onda di detriti provocata da un missile russo che erroneamente ha distrutto un altro satellite. Questi detriti si muovono ad altissima velocità orbitando in senso circolare intorno alla terra per cui il rischio si fa ciclico, ripetitivo. Ben assemblata dallo sceneggiatore la squadra dell’equipaggio, da una parte la giovane dottoressa Ryan Stone (l’attrice Sandra Bullock), alla sua prima missione spaziale, dall’altra il veterano Matt Kowalsky (George Clooney), alla sua ultima missione prima di andare in pensione. Il secondo, più esperto e saggio, finirà per essere il tutore, anzi l’angelo custode, della prima, al punto che deciderà infine di sacrificarsi per l’altra lasciandosi andare alla deriva nello spazio per evitare che la stessa sorte colpisca anche la giovane dottoressa. Il film termina con la donna, atterrata sul nostro pianeta che finalmente si alza in piedi e cammina, in posizione eretta, vincendo la forza di gravità, ferita (non solo fisicamente) ma vittoriosa.

Nella sua semplicità il film di Cuaron è ricco di significato e può rivelare qualcosa della situazione in cui si trova oggi l’umanità. All’inizio del film vediamo i due protagonisti pieni di euforia intenti a “passeggiare” nello spazio, si sentono potenti a guardare la terra, il pianeta blu, da quella distanza, tutto è bello, poetico, quando improvvisamente arriva la pioggia dei detriti. La situazione si trasforma in un incubo. L’umanità prima e dopo l’arrivo della pandemia. Dalla passeggiata al labirinto, proprio come di recente ha indicato Papa Francesco: tra le due ipotesi, entrambe nefaste, c’è una via, umana, che è possibile, rappresentata dal camminare. Di fronte a quel rischio mortale non si può far finta di niente e continuare a passeggiare, né ha senso sprofondare nell’angoscia che scaturisce da quel tornare sempre su se stessi, smarriti, intrappolati da quel ciclo ripetitivo, cieco, infernale, bloccati dall’eterno ritorno dell’identico. A questo male si deve far fronte, cercando di attraversarlo, insieme. Come ricordava Cesare Pavese «Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola»: i due astronauti dovranno imprimere alla loro vita alla deriva una direzione lineare, verso un orizzonte preciso, concreto, un luogo dove “mettere la tenda” (così parlano della propria casa), altrimenti la loro esistenza è condannata a girare a vuoto, nel vuoto, un vuoto forse splendido ma ingannatore, un sogno sempre pronto a trasformarsi in miraggio e poi in incubo. Questi due viaggiatori interstellari rappresentano bene l’umanità con le terribili sfide che oggi s’impongono senza possibilità di rinvio.

Nel finale del film i due riusciranno nella loro missione, solo grazie al fatto di essere in due, al loro gioco di squadra tra giovani e vecchi (nel momento più toccante la donna gridando e piangendo ammetterà: «Avrei sempre voluto pregare, ma nessuno me lo ha insegnato») e alla decisione, dura, che prendono di scavare tra i “detriti” della loro vita. Il dialogo tra l’anziano e la giovane permette di trovare la soluzione ma deve però passare anche attraverso la fase del fare emergere la verità e con essa le ferite esistenziali che accompagnano entrambi; solo allora la situazione si sblocca ma non a basso costo: il sacrificio della vita del più anziano è il doloroso dono che (ri)genera l’esistenza, fino a quel momento bloccata nel risentimento, della più giovane. Questo è l’orizzonte preciso, concreto, salvifico: vivere la vita in pienezza, apparentemente perdendola, ma in realtà donandola e quindi riscattandola, per noi stessi, per gli altri. E allora sarà possibile mettere la tenda e guardare il cielo, in piedi, a dispetto di ogni “gravità”.

A. M.