· Città del Vaticano ·

La stella

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23 dicembre 2021

Il testo che pubblichiamo è uno degli ultimi articoli inviati da padre Manns, morto il 22 dicembre scorso nel convento della Flagellazione di Gerusalemme, dove viveva con la Custodia di Terra Santa. Preside emerito dello Studium Biblicum Franciscanum, ha spesso scritto per il nostro giornale, curando in particolare la rubrica «I racconti della domenica».

«Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto  sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo” (...) Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia» (Matteo 2, 1-12).

Tre volte viene menzionata la stella nel racconto della nascita di Gesù. A Natale una stella non può mancare in nessun  presepe. Secondo la tradizione è stata proprio questa stella a guidare i Re Magi verso il luogo che ospitava il bambino Gesù e per questo in genere durante la preparazione del  presepe  la si sistema in cima alla capanna e si attende il 6 gennaio, l’Epifania, per aggiungere le statuine dei  Magi. La stella è da sempre circondata da un alone di mistero che riguarda tanto la sua natura quanto la sua effettiva esistenza. Partendo dal Vangelo di Matteo vediamo il significato della stella.

Per i profeti la stella era il simbolo del messia e quindi dell’arrivo di Gesù. Si fa riferimento in questo caso alla profezia di Balaam che viene menzionata in Numeri 24, 17: «Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set».

La stella che spunta da Giacobbe sarebbe appunto la stella del Messia, anzi il Messia, la stella di Betlemme. La versione sinagogale non ha dubbi: «Un Re deve alzarsi dalla casa di Giacobbe, un liberatore e un capo dalla casa di Israele». Matteo ha inserito il riferimento all’astro per sottolineare questa corrispondenza in particolare per i lettori di cultura ebraica.

Israele uscito dall’Egitto ha raggiunto le steppe di Moab in Trans-giordania e semina il panico tra i moabiti e ammoniti. Costoro decidono di ricorrere non tanto alle armi quanto piuttosto alla magia. Il re Balak di Moab interpella appunto Balaam perché, con le sue maledizioni, riesca ad arrestare questa orda di invasori. Ma ecco la grande sorpresa: con tutta la sua scienza, il mago non riesce ad emettere se non benedizioni, divenendo paradossalmente un “profeta” di Israele, malgrado sé stesso, il suo desiderio e l’attesa del suo committente, il re moabita. Il racconto dei capitoli 22-24 del libro dei Numeri è vivace e rivela anche qualche spunto curioso, come quello dell’asina che parla la quale si schiera, anch’essa, dalla parte degli Ebrei (22, 22-35). Lo sguardo del mago-profeta si allunga verso un futuro ancora nebuloso e lontano e là egli intravede due segni, una stella e uno scettro, due simboli regali.

Questa lettura simbolica non esclude le ipotesi storiche proposte dagli scienziati che sono sempre più numerose. La lettura letterale di un testo permette anche una lettura spirituale, perché la scrittura ha 70 sensi. Il simbolismo senza abbandonare la storia mira ad aprire le porte dell’intuizione sull’al di là della storia. L’ipotesi che la stella di Betlemme fosse una cometa, o qualcosa di simile, risale a Origene, che non si basa su tradizioni precedenti, ma suppone che si sia trattato di una nuova “stella”, cioè di un evento eccezionale, probabilmente allo scopo di non deviare dal rifiuto della pratica astrologica, consueto anche fra i cristiani. Origene cita il perduto trattato Sulle comete, scritto dal precettore di Nerone, Cheremone, secondo il quale era prassi accettata che l’apparizione di comete o nuovi astri segnalasse la nascita di importanti personaggi ed era quindi plausibile che i Magi si fossero messi in viaggio al suo apparire.

Il simbolismo della stella ha anche altre valenze. Il profeta Isaia nel predire la distruzione di Babilonia sfida i consiglieri astrologi che osservavano le stelle a salvare la città condannata: «Tu Babilonia ti sei stancata della moltitudine dei tuoi consiglieri. Stiano in piedi ora e ti salvino gli adoratori dei cieli, quelli che osservano le stelle» (Isaia 47, 13).

Una profezia di Daniele, 8 descrive il piccolo “corno” di una futura potenza mondiale nell’atto di calpestare alcune stelle appartenenti «all’esercito dei cieli» e avanzare contro il Principe dell’esercito e il suo santuario (ibidem 8, 9-13); mentre in Daniele, 12, mediante una similitudine, coloro che «hanno perspicacia» e portano altri alla giustizia sono raffigurati nel «tempo della fine» luminosi «come le stelle».

Nel sogno di Giuseppe il patriarca i genitori sono rappresentati dal sole e dalla luna e gli undici fratelli da undici stelle (Genesi 37, 9). Giobbe 38, 7 fa un parallelo fra le stelle del mattino che gioiscono in coro e tutti gli angeli (angeloi) figli di Dio. L’identificazione delle stelle con gli angeli traspare in molti testi biblici o nella letteratura giudaica. Perciò diversi padri della Chiesa fra cui Giovanni Crisostomo non videro alcuna contraddizione nel fatto che una stella, cioè un angelo, scendesse in terra a guidare i Magi sino alla casa di Giuseppe, secondo la narrazione popolare in analogia alla guida data a Israele durante l’esodo (Esodo 14, 19). Alla Chiesa di Tiatira Gesù promette di dare la stella del mattino a chi è rimasto fedele durante la tribolazione (Apocalisse 2, 28). Infine i sette angeli della Chiesa sono simboleggiati da sette stelle nelle mani di Dio (Apocalisse 2, 1).

L’oscurarsi delle stelle è una figura che ricorre in avvertimenti profetici di disastri del giudizio di Dio (Isaia 13, 10; Ezechiele 32, 7). Segni nel sole, nella luna e nelle stelle sono stati predetti come evidenza del tempo della fine (Luca 21, 25). Al simbolo della stella è associato anche quello della luce messianica e della gioia. Il tema della luce compare in molte altre profezie tradizionalmente applicate al Messia, fra cui quella di Isaia 60, 1-6.  Infine nel Salmo 71 si prediceva che al Messia sarebbe stato donato «oro d’Arabia» e che «i re degli Arabi e di Saba» gli avrebbero «offerto tributi». Ed ecco l’adorazione dei Magi, che con il loro oro legittimano Gesù in base ai simboli biblici.

Il Nuovo Testamento dà la realtà di quanto annunciato nell’Antico, latetpatet (è nascosto - è apparente), diceva sant’Agostino. L’Antico contiene il Nuovo, il Nuovo illumina l’Antico.

di Frédéric Manns