· Città del Vaticano ·

Il magistero

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23 dicembre 2021

Venerdì 17

Tutti abbiano un accesso
rapido
ai vaccini

Un anno fa il mondo era ancora nella morsa della pandemia, ma segni di speranza stavano emergendo mentre venivano somministrati i primi vaccini.

Un anno dopo vediamo come il Covid-19 stia ancora causando dolore, sofferenza e perdita di vite umane.

La comunità internazionale intensifichi gli sforzi di cooperazione affinché tutte le persone abbiano accesso rapido ai vaccini.

Non è una questione di convenienza o di cortesia, ma di giustizia.

Nonostante i progressi medici e tecnologici, qualcosa di microscopico — un oggetto apparentemente insignificante — ha cambiato per sempre il mondo.

È urgente imparare ciò che è più importante: gli uni con gli altri.

La comunità internazionale arrivi a una maggiore consapevolezza del fatto che ognuno di noi è responsabile dei propri fratelli e sorelle, nessuno escluso.

Questa verità dovrebbe spingerci ad affrontare non solo l’attuale crisi sanitaria, ma tutti i problemi che affliggono l’umanità e la nostra casa comune — povertà, emigrazione, terrorismo, cambiamento climatico — in maniera solidale e non isolata.

Molto deve essere fatto a livello istituzionale e intergovernativo. Gli uffici della Santa Sede sono pronti a impegnarsi con voi in un dialogo fruttuoso per affrontare questioni d’interesse comune.

(Presentazione delle credenziali degli ambasciatori di Moldova, Kyrgyzstan, Namibia, Lesotho, Lussemburgo, Ciad e Guinea-Bissau, ricevuti
nella Sala Clementina)

Domenica 19

Educare
è umanizzare
il mondo

Cento anni fa, padre Agostino Gemelli e i suoi collaboratori diedero vita al vostro Ateneo. Vorrei raccogliere la mia riflessione intorno a tre parole — fuoco, speranza e servizio che — credo — possono rappresentare la vostra mistica [spiritualità].

Il fuoco

È la fiaccola che nella vostra Università è stata trasmessa di generazione in generazione... una tradizione educativa resa viva grazie alla dedizione di centinaia di uomini e donne e testimoniata da migliaia di laureati.

L’educazione è una delle vie più efficaci per umanizzare il mondo e la storia.

Educare non è riempire dei vasi, ma accendere fuochi.

L’Università Cattolica custodisce questo fuoco e può trasmetterlo perché l’unico modo di farlo è “per contatto”, attraverso la testimonianza personale e comunitaria.

Prima di trasmettere quello che si sa, si condivide quello che si è.

Questo contatto avviene grazie all’incontro, al mettersi a fianco uno all’altro e fare qualcosa insieme.

È il senso originario di ciò che chiamiamo uni-versitas: quando iniziarono a sorgere queste realtà nel Medio Evo esse nacquero per far convergere “verso” un unico luogo le diverse scuole.

Nel vostro caso, una storia illuminata dalla Fede, ridà unità all’universo della conoscenza e tesse l’unità delle persone che contribuiscono alla sua crescita: professori, dipendenti, studenti.

Questo è il senso più profondo della parola “tradizione”. Come diceva Mahler: “Non è la custodia delle ceneri del passato, ma la salvaguardia del futuro”.

Speranza

Oggi una cultura individualista esalta l’io in opposizione al noi, promuove l’indifferenza, sminuisce la solidarietà.

Chi educa guarda al futuro con fiducia, e compie un’azione che coinvolge diversi attori, in modo da offrire una formazione integrale, frutto delle esperienze e delle sensibilità di molti.

L’educazione è anzitutto relazione: tra docente e studente, e poi anche degli studenti tra loro.

Non spaventarsi di fare delle domande per cercare risposte.

È speranza scommettere sul futuro vincendo la naturale spinta che nasce dalle paure che rischiano di immobilizzarci, fissarci e chiuderci in un eterno e illusorio presente.

L’apertura e l’accoglienza dell’altro favorisce un legame solidale tra le generazioni e combatte le derive individualiste.

E costruisce a partire dalle aule universitarie una cittadinanza inclusiva.

In questa prospettiva ho promosso un Patto educativo globale di fronte alle ingiustizie sociali, alle violazioni dei diritti, alle migrazioni forzate.

L’università non può rimanere sorda davanti a queste denunce.

I vostri progetti di cooperazione internazionale, i tanti aiuti economici che erogate agli studenti bisognosi, la vostra attenzione verso gli ultimi e i malati sono testimonianza di un impegno concreto.

Questo cambiamento epocale ha reso obsolete le cornici interpretative del passato.

Si tratta di progettare nuovi modelli di pensiero, per definire soluzioni alle urgenze che siamo chiamati ad affrontare: da quelle ambientali a quelle economiche, da quelle sociali a quelle demografiche.

Non possiamo andare avanti con la categoria dell’illuminismo. Ci vuole un pensiero nuovo, creativo.

L’Università del Sacro Cuore può rappresentare un luogo privilegiato per lo sviluppo di tale elaborazione culturale.

A voi studenti, in questi tempi confusi, resi più complessi dalla pandemia, ripeto: non lasciatevi rubare la speranza!

Non lasciatevi contagiare dal virus dell’individualismo. L’università è il luogo adatto per sviluppare gli anticorpi: apre la mente alla realtà e alla diversità; lì potete mettere in gioco i vostri talenti e metterli a disposizione di tutti.

Servizio

L’Università del Sacro Cuore ha dimostrato in più occasioni di essere fedelmente al servizio della Chiesa e della società.

Lo testimonia l’impegno dei docenti nell’attività quotidiana di ricerca e per non pochi anche in ruoli di responsabilità in istituzioni italiane e internazionali.

Lo testimonia il lavoro del personale. Un pensiero di gratitudine rivolgo proprio a ciascuno di voi, che fate parte di questa grande squadra.

Senza l’opera quotidiana di ciascuno, questo progetto comune sarebbe più povero.

Come se in un’orchestra mancassero il timbro e la tonalità di alcuni strumenti, apparentemente meno importanti.

Lo spirito di servizio rimanga sempre il tratto distintivo di tutta la comunità, che solo così è fedele al Vangelo.

Possa, chiunque studia e lavora nella vostra Università, respirare questo spirito, apprendere questo stile, per viverlo nella complessa realtà del mondo.

Aiuteranno tanto coraggio e pazienza... in un appassionato servizio alla Chiesa e a tutta la società.

(Videomessaggio per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università cattolica del Sacro cuore, a Milano, nel centenario della fondazione)

Il primo atto
di carità
è portare gioia

Il Vangelo oggi, quarta Domenica di Avvento, narra la visita di Maria a Elisabetta. Ricevuto l’annuncio dell’angelo, la Vergine non rimane in casa a considerare i problemi e gli imprevisti, che certo non mancavano.

Al contrario, pensa a chi ha bisogno; invece di essere ripiegata sui suoi problemi.

Si mette in viaggio con generosità, senza lasciarsi intimorire dai disagi del tragitto. Una lunga strada e non c’era un bus: è dovuta andare a piedi.

Esce per dare aiuto, condividendo la sua gioia. Dona a Elisabetta la gioia di Gesù, che portava nel grembo.

Va da lei e proclama i suoi sentimenti, e questa proclamazione è diventata una preghiera, il Magnificat.

Lasciamoci guidare da due verbi. Alzarsi e camminare in fretta: sono i due movimenti che Maria ha fatto e che invita anche noi a fare in vista del Natale.

Alzarsi

Per la Vergine si profilava un periodo difficile: la gravidanza inattesa la esponeva a incomprensioni e pene severe, anche alla lapidazione.

Immaginiamo quanti pensieri e turbamenti aveva! Tuttavia non si scoraggia, non si abbatte, ma si alza.

Non volge lo sguardo in basso, verso i problemi, ma in alto, verso Dio.

E non pensa a chi chiedere aiuto, ma a chi portare aiuto. Sempre pensa ai bisogni degli altri Maria.

Impariamo dalla Madonna questo modo di reagire: alzarci, soprattutto quando le difficoltà rischiano di schiacciarci.

Per non rimanere impantanati nei problemi, sprofondando nell’autocommiserazione o cadendo in una tristezza che paralizza.

Dio è pronto a rialzarci se gli tendiamo la mano.

Gettiamo in Lui i pensieri negativi, le paure che bloccano ogni slancio e che impediscono di andare avanti.

Facciamo come Maria: guardiamoci attorno e cerchiamo qualche persona a cui possiamo essere di aiuto!

Qualche anziano che conosco a cui posso fare un po’ di compagnia.

O fare un servizio a una persona, una gentilezza, una telefonata.

Aiutando gli altri, aiuteremo noi stessi a rialzarci dalle difficoltà.

Camminare
in fretta

Non vuol dire procedere con agitazione, in modo affannato. Si tratta invece di condurre le giornate con passo lieto, guardando avanti con fiducia, senza trascinarci di malavoglia, schiavi delle lamentele [che] rovinano tante vite [e] portano a cercare sempre qualcuno da incolpare.

Maria procede con il passo svelto di chi ha il cuore e la vita pieni di Dio.

Chiediamoci: com’è il mio “passo”? Sono propositivo o mi attardo nella malinconia, nella tristezza?

Vado avanti con speranza o mi fermo per piangermi addosso?

Se procediamo con il passo stanco dei brontolii e delle chiacchiere, non porteremo Dio a nessuno, solo amarezza.

Fa bene, invece, coltivare un sano umorismo, come facevano, ad esempio, San Tommaso Moro o San Filippo Neri.

Il primo atto di carità che possiamo fare è offrire un volto sereno e sorridente.

È portare al prossimo la gioia di Gesù, come ha fatto Maria con Elisabetta.

(Angelus in piazza San Pietro)

Martedì 21

Investire
su istruzione
e lavoro
non sulle armi

Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo vi ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale, rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa.

Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale.

Il grido dei poveri e della terra non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace. In ogni epoca, essa è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso.

C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona.

Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.

Vorrei proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura: il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi; l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo; il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana.

Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale», senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.

Dialogare
fra generazioni

Ogni dialogo sincero esige una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa dobbiamo tornare a riappropriarci!

Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza.

Le grandi sfide sociali e non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria (gli anziani) e quelli che portano avanti la storia (i giovani).

Educazione

Negli ultimi anni è diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione. Le spese militari, invece, sono aumentate.

È urgente che quanti hanno responsabilità elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto.

Un reale disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli, liberando risorse per salute, scuola, infrastrutture, cura del territorio.

Investire sull’istruzione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro.

Occupazione

Il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.

La pandemia ha aggravato la situazione: milioni di attività sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica; l’istruzione a distanza ha generato una regressione nell’apprendimento.

I giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano prospettive drammatiche.

L’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante.

Solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale.

In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade. Con coraggio e creatività.

E che siano sempre più numerosi coloro che, senza rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace.

(Messaggio per la lv Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2022)

Mercoledì 22

Umili e poveri davanti
al presepe

I pastori personificano i poveri, persone umili che interiormente vivono con la consapevolezza della propria mancanza, e per questo confidano più degli altri in Dio.

Sono loro a vedere per primi il Figlio di Dio fattosi uomo, e questo incontro li cambia profondamente.

I Magi rappresentano i popoli pagani [e] coloro che lungo i secoli cercano Dio e si mettono in cammino per trovarlo.

Rappresentano anche i ricchi e i potenti, ma quelli che non sono schiavi del possesso, che non sono “posseduti” dalle cose.

Il messaggio dei Vangeli è chiaro: la nascita di Gesù è un evento universale che riguarda tutti gli uomini.

Solo l’umiltà è la via che conduce a Dio e, allo stesso tempo, porta all’essenziale della vita, al suo significato più vero, al motivo più affidabile per cui vale la pena di essere vissuta.

Solo l’umiltà spalanca all’esperienza della verità, della gioia autentica, della conoscenza che conta.

Senza umiltà siamo “tagliati fuori” dalla comprensione di Dio e di noi stessi.

Occorre essere umile per capire noi stessi, tanto più per capire Dio.

I Magi potevano anche essere dei grandi secondo la logica del mondo, ma si fanno piccoli, umili, e per questo riescono a trovare Gesù e a riconoscerlo.

Accettano l’umiltà di cercare, di mettersi in viaggio, chiedere, rischiare, sbagliare.

Vorrei invitare tutti gli uomini e le donne nella grotta di Betlemme ad adorare il Figlio di Dio fatto uomo.

Ognuno di noi si avvicini al presepio che trova a casa, nella chiesa o in altro luogo, e cerchi di fare un atto di adorazione.

In prima fila, nell’avvicinarsi al presepio e pregare, mettere i poveri, come esortava San Paolo vi .

Gesù è il nome e il volto dell’amore che sta a fondamento della nostra gioia.

Vi auguro un buon e santo Natale.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )